Il nome dice poco ai più giovani: Per me è stata invece una dei tanti compagni e compagne che dettero vita sul finire degli anni ‘60 al periodo più difficile ma anche più felice e più creativo del Partito radicale. Arrivò diciottenne insieme a Roberto Cicciomessere di cui è stata per alcuni anni la compagna. Entrambi avevano rotto con le rispettive famiglie. A differenza di Roberto, lei era nata a Roma da una famiglia di immigrati meridionali ai margini fra proletariato e piccola borghesia, molto legata a costumi tradizionali, soprattutto per quanto riguardava la vita delle giovani donne, in anni in cui quelle tradizioni venivano radicalmente messe in discussione. La fuoruscita dalla famiglia era dunque una rivendicazione di libertà e Liliana, con i suoi capelli neri, le sue canzoni, la sua vitalità, la sua minigonna era il simbolo stesso di questa rivendicazione di libertà.

Eravamo allora una comunità. In quel porto di mare che è stato a lungo la casa di Marco Pannella, lei ha vissuto per mesi, forse per anni, insieme a Roberto. Fu militante radicale e, negli anni ‘70, fu insieme ad Alma Sabatini e Wanda Raheli Roccella, una delle protagoniste del Movimento di Liberazione della Donna (MLD) federato al PR, il primo dei movimenti del femminismo romano. Nel 1976, in base a una scelta nazionale di avere donne in testa alle liste, fu capolista radicale nelle due circoscrizioni siciliane.

Per vivere, dapprima fece la baby sitter e fu molto più di una baby sitter se al momento della morte, al suo capezzale insieme alle altre amiche, c’era Ludovica con cui ha mantenuto un rapporto affettuoso e intensissimo tutta la vita, poi si scelse il mestiere difficile di assistente di sostegno per bambini disabili nelle scuole pubbliche, infine molto tempo dopo divenne impiegata di una ASL. Le scelte politiche l’allontanarono dal PR nel momento in cui la maggioranza del movimento femminista scelse la strada del separatismo, a cui in un primo tempo si era opposta.

Ma per me è rimasta sempre una cara amica con cui non ho mai interrotto i rapporti e in qualche misura sono stato coinvolto dalle sue scelte e dai suoi problemi esistenziali. Ne ho seguito gli sforzi compiuti, ormai quarantenne, per riuscire a colmare il gap di cui aveva sempre sofferto conquistando prima la laurea in psicologia e divenendo poi psicolterapista, la dedizione e le difficoltà con cui ha assistito – lei che aveva rotto con la famiglia – il padre e la madre negli ultimi anni della loro vita, le ultime drammatiche vicende quando scoprì due anni fà di avere un tumore al cervello.
Sono contento di averla avuta al mio fianco, grazie a un comando che non fu facile ottenere, quando Rita Bermardini riuscì a strappare a Veltroni la nomina di un radicale a garante delle persone private della libertà del comune di Roma, e la scelta cadde su di me.

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