(Intervento al Convegno del 23-24-25 gennaio 1998. Scuola di polizia penitenziaria. Sabato 24 p.m. Sessione “Elogio della Galera”.)

Vorrei parlare in questo convegno – e non credo di avere del resto altro titolo – soprattutto come amico personale di Ernesto e come testimone. Appartengo a una generazione che si affacciava alla giovinezza quando lui era nel pieno della maturità e vedeva avvicinarsi la terza età. Mi sforzerò perciò di fornire una testimonianza del pensiero e dell’azione di Ernesto Rossi nel periodo della sua vita – quello del dopoguerra – che è più misconosciuto, meno compreso, quasi rimosso anche nel ricordo degli amici della sua generazione che nella grande maggioranza compirono scelte diverse e che, se di volta in volta si trovarono a sostenerne e condividerne l’una o l’altra delle numerose iniziative, rifiutarono sempre l’ispirazione generale che teneva unite quelle sue battaglie: ed era una ispirazione radicale ed anticlericale. E’ una testimonianza doverosa innanzitutto per una ragione: perché si propone di restituire ad Ernesto Rossi una caratteristica del suo operato e della sua vita (degli ultimi venti anni della sua vita) che o viene semplicemente cancellata o, nella migliore delle ipotesi, viene ridotta al clichè del “Rossi impolitico”, che è come dire ingenuo, fuori della realtà, insomma bravo, bravissimo, per carità, ma un po’ pazzo. Ma c’è anche un’altra ragione che può rendere, almeno lo spero, questa testimonianza essenziale anche per la comprensione e la discussione del tema che siamo stati invitati a trattare oggi: l’elogio della galera. La galera e il confino non sono stati una parentesi nella vita di Ernesto Rossi. Se non temessi di cadere nel paradosso, essendo la galera per eccellenza la peggiore delle coazioni possibili da parte di uno Stato contro cui Ernesto si era costituito come oppositore intransigente, direi che anche la prigione, anche il confino sono state libere e coerenti scelte del suo antifascismo. “Chi ha veramente intenzione di esercitare quel ‘diritto di resistenza’ contro la classe governante, che insegnavano anche nei libri di diritto costituzionale quando andavo all’Università – scriveva in una lettera alla madre il 3 novembre 1933 dal reclusorio di Piacenza – deve mettere anche in preventivo la galera. Appunto, pochi giorni prima del mio arresto, dicevo a una persona amica: ‘E’ impossibile durare ancora per molto tempo: o si va fuori o si va dentro’. Fuori, cioè all’estero, non volevo andarci, finché avevo ancora la possibilità di fare qualcosa in Italia. Quindi rimaneva l’altro corno del dilemma… ed infatti, eccomi qua”. La prigione e il confino sono stati periodi di straordinario impegno nello studio, nel pensiero e anche nell’azione di Ernesto Rossi. Fra l’Ernesto Rossi de L’Elogio della galera e l’Ernesto Rossi di prima e dopo la galera non c’è soluzione di continuità ma al contrario una forte unità di scelte etiche, ideali, politiche. intellettuali, militanti.

Ho conosciuto Ernesto Rossi nel 1950/1951 nelle stanze polverose del Movimento Federalista Europeo, quando avevo quindici o sedici anni e ci si stava battendo per la CED, cioè per qualcosa che i più giovani oggi non sanno neppure cosa fosse: era o almeno avrebbe potuto e dovuto essere la Comunità europea di difesa perché alcuni grandi statisti (De Gasperi, Adenauer, Spaak, Schumann) avevano immaginato e deciso che l’Unione Europea si dovesse costruire dalla testa e non dalla coda e cioè dal problema della politica estera e della politica di difesa comune. Purtroppo il Parlamento francese bocciò quel progetto e la storia prese un’altra strada; la difesa dell’Europa fu essenzialmente affidata alla NATO. Allora Ernesto Rossi (Paolini lo ha ricordato questa mattina parlando del Rossi federalista) era però assolutamente convinto di quella scelta ed era stato uno di coloro che, con Altiero Spinelli, l’aveva concepita, suggerita, proposta. Io ero un giovanissimo militante federalista che condivideva quella convinzione, contrastatissima dai comunisti, dai neutralisti e dai nazionalisti di tutti i paesi europei e guardavo con affetto e ammirazione a questi due giganti della lotta antifascista, che cercavano di dare un contributo creativo e originale alla rinascita della democrazia italiana ed europea.

Poi ho conosciuto il Rossi della lotta ai monopoli, delle inchieste sulla Federconsorzi e sulle altre bardature corporative dell’Italia fascista che l’Italia democristiana conservava e rafforzava ponendole a fondamento del suo potere. L’ho conosciuto prima nelle stanze de “Il Mondo” e poi nelle riunioni del Partito Radicale, di cui come dirigenti dell’Unione Goliardica italiana (una associazione laica nettamente maggioritaria nelle Università, a differenza di quanto avveniva nel paese) eravamo a pieno titolo co-fondatori. Una conoscenza che, man mano che la nostra attività cresceva nel Partito Radicale, divenne una conoscenza di stima, di affetto, di amicizia profonda con lui, con sua moglie Ada, di frequentazione della sua casa, di amicizia con il suo cane Pirri e anche di sostegno reciproco.

Ricordo che sul finire degli anni cinquanta scrivemmo con Giuliano Rendi un articolo sulla opposizione della sinistra italiana al processo di unità europea che con il Trattato di Roma aveva preso nuove strade. Era un articolo assai documentato sulle posizioni ufficiali anticomunitarie e antifederaliste del PCI e della CGIL su cui si attardava lo stesso PSI (nel quale il solo Riccardo Lombardi su questo aveva posizioni diverse) e di attacco alla strategia togliattiana delle “vie nazionali al socialismo”. Lo sottoponemmo a Mario Pannunzio, che aveva già respinto alcuni articoli di Giuliano, credo per ragioni di stile (al quale Pannunzio era maniacalmente e giustamente attento, al contrario di Giuliano che non si curava molto della forma o, quanto meno, aveva una forma estremamente essenziale, quasi contratta). Questo era un articolo scritto a quattro mani nel quale l’apporto di idee di Giuliano era determinante ma lo stile giornalistico era mio: Pannunzio disse di farlo vedere a Ernesto e, se Ernesto era d’accordo sui contenuti, lo avrebbe pubblicato. Ernesto gli disse che andava bene e l’articolo decidemmo che comparisse a firma di Giuliano Rendi. In realtà con Ernesto parlammo a lungo e lui ci espose tutto il suo scetticismo sulla possibilità di rivitalizzare una prospettiva di federalismo europeo da quello che gli appariva soltanto un accordo economico e, nella migliore delle ipotesi, un mercato comune, poco più di un’area di libero scambio. Noi eravamo rimasti nel MFE e continuavamo ad avere rapporti con Altiero e con Ursula. Il suo sodalizio con Altiero Spinelli e la sua militanza federalista, iniziati al confino con il Manifesto di Ventotene e divenuti prevalenti durante la resistenza e nell’immediato dopoguerra, si erano invece conclusi con la caduta della CED. Altri impegni, altri obiettivi di lotta erano divenuti altrettanto assorbenti.

Il nostro rapporto di simpatia e di vicinanza politica con Ernesto Rossi cominciò al momento stesso della fondazione del Partito Radicale. Da parte mia c’era un particolare interesse e una particolare simpatia perchè fra i radicali della mia generazione (quelli dell’UGI, per intenderci) eravamo solo Franco Roccella ed io a non provenire dalle file della sinistra liberale che si era scissa dal PLI di Malagodi, ma da quelle del PSDI di Giuseppe Saragat: in questo partito dal 1951 al 1953 avevo simpatizzato per la componente ex azionista di cui facevano parte Piero Calamandrei, Guido Calogero, Tristano Codignola. Guardavo quindi con interesse a Ernesto Rossi, antifascista, liberalsocialista, azionista che con Leo Valiani, Mario Boneschi, Guido Calogero, Vindice Cavallera, Mario Paggi (tutti provenienti dal Partito d’Azione) e con Leopoldo Piccardi (da Democrazia del Lavoro) costituivano nel nuovo partito la componente di origine non liberale (nel senso di partito liberale, anche se Paggi vi aveva aderito dopo lo scioglimento del Partito d’Azione e si era riconosciuto nella sinistra liberale) e potevano e dovevano ai miei occhi rappresentare anche simbolicamente una soluzione di continuità rispetto alla sinistra liberale e contribuire alla costituzione di una forza e di una esperienza politica nuova.

Per questo con Pannella avevamo proprio noi per primi insistito per l’abbandono della denominazione liberale che appariva ormai logora e legata nella storia d’Italia non solo nelle breve esperienza del dopoguerra ad un moderatismo assai conservatore e spesso reazionario: si scelse in un primo tempo una denominazione di compromesso (Partito radicale dei liberali e dei democratici) per poi scegliere la definizione di radicale senza altre qualificazioni. Ma nomina sunt consequentia rerum e noi eravamo alla ricerca non di cambiamenti nominalistici ma di una scelta che fosse radicale anzitutto nei temi e nei grandi obiettivi strategici della lotta politica. Non ci interessava un nuovo partitino che contendesse piccoli spazi di potere all’interno degli equilibri politici costituiti, volevamo partecipare a una minoranza che si ponesse l’obiettivo ambizioso di mettere in discussione e possibilmente sconvolgere quegli equilibri politici. Volevamo contestare la centralità che la Dc si era stabilmente conquistata nel governo del paese ma volevamo anche contestare il Pci e scalzarlo dal suo ruolo di forza egemone dell’opposizione. Con la sua diffidenza verso la politica politicante, con il suo giudizio duro sull’ininfluenza dei partiti laici cosidetti minori nelle coalizioni di governo, con la sua intransigenza verso i “padroni del vapore”, con il suo anticomunismo e il suo anticlericalismo, con la sua proposta così “impolitica” di riproporre la lotta contro l’art. 7 della Costituzione e contro il Concordato, Ernesto Rossi ci apparve subito un solido punto di riferimento per una scelta davvero radicale della nuova formazione politica. E non solo per ragioni ideali o per affinità etico-politiche; ma perché, a differenza degli altri leader del Partito radicale, appartenenti alla generazione precedente alla nostra, per i quali la politica era soprattutto dibattito alimentato da editoriali, prese di posizione, dichiarazioni in un ordito raffinato di richiami ideali, di denunce morali e di astratti disegni strategici che non riuscivano a nascondere una sostanziale impotenza a produrre qualcosa di nuovo, Ernesto Rossi era invece uno straordinario uomo d’azione (nonostante lui per primo non si considerasse affatto tale), un grande organizzatore anche materiale di iniziative politiche, un sollecitatore e aggregatore di energie intellettuali intorno ai progetti che gli stavano a cuore.

Nel dibattito che aveva preceduto sulle colonne del settimanale Il Mondo la costituzione del Partito Radicale, Ernesto Rossi si era battuto insieme a Guido Calogero perché invece di un partito fosse costituito un movimento politico di idee e di programmi che si tenesse fuori dalle competizioni elettorali e preparasse invece il terreno ad un profondo e radicale cambiamento della politica italiana. Guido Calogero evocò esplicitamente l’esperienza inglese del movimento fabiano e l’influenza determinante che esso aveva avuto nel preparare il cambiamento della classe dirigente laburista e la riforma del Welfare. Anche Ernesto pensava a qualcosa di simile. Passò invece la scelta del partito a cui anche noi più giovani eravamo favorevoli ed Ernesto accettò di farne parte, partecipò al primo comitato nazionale che riuniva i fondatori e si fece eleggere poi nei consigli nazionali. Non mi sembra invece che abbia mai fatto parte degli organi direttivi ed esecutivi del Partito. Si adoperò invece perché sia Il Mondo sia il Partito Radicale divenissero il luogo della rivitalizzazione delle idee laiche, liberaldemocratiche e liberalsocialiste e la fucina di progetti e programmi legislativi di radicale riforma dello Stato italiano. Nacquero I Convegni degli amici del Mondo, che nelle sue intenzioni dovevano essere una sorta di laboratorio di idee e progetti radicali capaci sia di riunire di volta in volta intorno a questo o quel tema a fianco del Partito radicale studiosi, professionisti, tecnici di valore, dirigenti e parlamentari dei partiti laici o del partito socialista sia di suscitare confronto e scontro con gli uomini delle istituzioni e con i due principali partiti del governo e dell’opposizione (la DC e il PCI).

Così dal 1955 al 1962 (anno della rottura fra Ernesto Rossi e Mario Pannunzio) si svolsero dieci di questi convegni, di cui almeno sei ebbero la sua impronta progettuale e organizzativa: Lotta contro i monopoli del marzo 1955, Petrolio in gabbia del luglio 1955, Atomo ed elettricità del 1957, Stato e Chiesa del 1957, Verso il Regime del 1959, Le baronie elettriche del 1960. Come si vede, si tratta delle due corde che corrispondono intimamente agli interessi politici che hanno dominato la vita di Ernesto Rossi dall’inizio degli anni ‘50 al momento della sua morte: da una parte la lotta anticorporativa e antimonopolistica; dall’altra quella antiautoritaria e anticlericale. Altri tre convegni, pur non essendo coordinati e promossi direttamente da Rossi, ebbero temi assai affini per contenuto ed impostazione ai primi cinque: I padroni della città del 1956 sulla speculazione edilizia a Roma, da cui trasse il famoso slogan L’Espresso di Arrigo Benedetti (Capitale corrotta=nazione infetta) e che spianò la strada all’elezione di Leone Cattani nella prima lista presentata dal Partito Radicale al Comune di Roma; Stampa in allarme del 1958; La crisi della giustizia del 1959. Il decimo convegno invece , Prospettive di una nuova politica economica del 1961, fu probabilmente voluto e promosso soprattutto da Leopoldo Piccardi ed Eugenio Scalfari che intendevano già allora influenzare su questi temi il partito socialista e il nascente centro-sinistra, anche se Ernesto Rossi non mancò certo di partecipare alla sua preparazione e di intervenirvi.

Due di questi convegni ebbero con le loro proposte e i loro dibattiti grande influenza sulle scelte dei radicali della mia generazione e sulle nostre politiche successive: Stato e Chiesa del 1957 nel quale, esattamente a 10 anni di distanza dal voto comunista a favore dell’art.7 della Costituzione, che aveva costituzionalizzato i patti lateranensi, si tornava a denunciare quel compromesso cattolico-comunista e a riproporre l’attualità di una politica anticoncordataria e Verso il Regime del 1959 nel quale per la prima volta si rivendicava la legittimità di applicare questa definizione non solo a situazioni esplicitamente autoritarie e totalitarie ma anche a situazioni di degenerazione della democrazia e si accusava esplicitamente la DC di approfittare della mancanza di alternative democratiche per tentare di costruire un proprio regime (non a caso già allora in quel convegno si sottolineava la centralità del ruolo della RAI, di cui si proponeva per la prima volta una riforma e una regolamentazione). Questi convegni erano tutto, dunque, tranne che asettici convegni culturali. Duro era il confronto con il PCI e la DC ed anche all’interno del Partito Radicale non mancarono dissensi sulla loro impostazione e sulle tesi che vi si affermavano: proprio in seguito al convegno Verso il Regime si verificò una prima scissione silenziosa che allontanò dal P.r. personalità come Francesco Compagna, Vittorio De Caprariis, Paolo Ungari i quali non condividevano per nulla l’idea di una contrapposizione alla DC e pur continuando a frequentare il Mondo si avvicinarono a Ugo La Malfa e al PRI. Altri come Leo Valiani e Giovanni Ferrara restarono nel partito ma condividevano le stesse riserve. Fino al 1962 queste posizioni ideali di Ernesto Rossi ebbero tuttavia l’esplicito appoggio sia di Pannunzio sia di Leopoldo Piccardi. La comune avversione alle alleanze centriste teneva uniti sia coloro che, come noi, ritenevano che ci si dovesse battere per una alternativa sia coloro che auspicavano una svolta politica che spostasse la DC dalle alleanze di centro alle alleanze di centro-sinistra. Le posizioni più radicali facevano gioco anche a chi, come La Malfa, operava per portare il PSI al governo con la DC.

Ma presto il mutare della situazione politica fece affiorare le differenziazioni fra alternativisti e sostenitori del centro sinistra e, all’interno di quest’ultimi, fra filo-lamalfiani e filo-socialisti. E quando decidemmo di costituire, con Marco Pannella, Franco Roccella, Mauro Mellini, Giuliano e Aloisio Rendi, Angiolo Bandinelli, Massimo Teodori, la “sinistra radicale”, rompendo anche con altri radicali della nostra generazione che provenivano dalle nostre stesse esperienze politiche universitarie e che fino ad allora ci erano stati vicini (ne ricordo solo alcuni: Giovanni Ferrara, Stefano Rodotà, Lino Iannuzzi. Piero Craveri), fra le personalità più autorevoli del vecchio partito radicale Ernesto Rossi fu il solo a guardare con simpatia e a benedire la nostra iniziativa. Tanto che al secondo congresso nazionale, pur senza rompere con la maggioranza, accettò di essere il primo firmatario, insieme a Bruno Villabruna, di una nostra mozione di minoranza che impegnava il partito a battersi per una alternativa democratica da realizzarsi con la affermazione intransigente di una politica anticoncordataria e laica che si ponesse come obiettivi immediati l’introduzione del divorzio e dei diritti civili nella nostra legislazione. Una posizione che venne giudicata irrealistica e inutilmente provocatoria. Ricordo un editoriale derisorio di Adolfo Battaglia sulla Voce Repubblicana, un organo che in qualche modo era contiguo al Partito Radicale (nel 1958 avevamo concorso alle elezioni politiche in liste comuni con il Partito Repubblicano, una esperienza che era stata fallimentare): Battaglia giudicava utopistici e impossibili questi obiettivi, per dirla in breve Ernesto Rossi e noi andavamo a caccia di farfalle. Andando a caccia di farfalle però qualche tempo dopo fondammo con Loris Fortuna la Lega per il divorzio e nel 1970 la legge Fortuna Baslini diveniva, grazie alla nostra mancanza di senso della realtà, legge dello Stato.

Qualche mese dopo il secondo congresso, nel 1962, esplosero in maniera traumatica la rottura del forte sodalizio che aveva unito per oltre dieci anni Ernesto Rossi a Mario Pannunzio e la scissione del gruppo degli amici del Mondo (oltre a Pannunzio, Niccolò Carandini, Mario Paggi, Leone Cattani, Franco Libonati) dal Partito Radicale ma molti altri (fra questi Eugenio Scalfari, Leo Valiani, Giovanni Ferrara) presto li seguirono ritenendo che, senza Il Mondo e senza Pannunzio, la prosecuzione del Partito Radicale non avesse senso. A provocarle fu il “caso Piccardi”. Nelle sue ricerche sul razzismo in Italia Renzo De Felice scoprì gli atti di due convegni giuridici italo-tedeschi svoltisi uno in Italia e uno in Germania e destinati a preparare le basi delle leggi razziali. Al convegni avevano partecipato numerosi giuristi italiani e Leopoldo Piccardi, nella sua qualità di consigliere di stato, ne era stato tra i principali relatori. Lo scandalo fu grande perché Piccardi era una personalità democratica di grande rilievo: ministro nel primo governo Badoglio, aveva partecipato alla Guerra di Liberazione come ufficiale del Corpo dei volontari della Libertà e fatto parte di uno dei partiti del CLN, la Democrazia del Lavoro di Meuccio Ruini. Arrivato ai vertici della carriera amministrativa come presidente di sezione del Consiglio di Stato, era divenuto un avvocato di successo ed aveva condiviso con Pannunzio la leadership effettiva del Partito Radicale, dal 1955 al 1962. Aveva assunto una grande notorietà nel 1960 nel mondo politico e nella stessa sinistra italiana come animatore e presidente dei comitati unitari che guidarono nel paese il movimento contro il governo Tambroni. Il “caso Piccardi” poteva essere l’occasione di un dibattito molto serio sulle responsabilità degli intellettuali italiani e dell’intera classe dirigente che convisse con il fascismo di fronte a un atto così grave come l’allineamento di Mussolini alle politica antisemita di Hitler. In realtà fu solo l’occasione di una battaglia politica in cui la sinistra difese Piccardi come uno dei suoi esponenti mentre gli avversari del centrosinistra attaccavano in lui non tanto il relatore al convegno giuridico sulle leggi razziali quanto il fautore delle nuove alleanze politiche con i socialisti. Anche nel Partito Radicale dopo la giustificata e scandalizzata sorpresa per le rivelazioni di De Felice, nella condanna di Leopoldo Piccardi da parte di Pannunzio e del gruppo del Mondo non fu estranea la preoccupazione per la crescita nel partito da una parte delle posizioni che facevano capo alla sinistra radicale e dall’altra delle posizioni filo-socialiste. Nelle ultime amministrative prima della scissione i radicali si erano presentati quasi ovunque nelle liste del PSI, ed era un lento scivolamento non visto di buon occhio da Pannunzio e a cui anche la sinistra radicale sia pure per diverse ragioni si opponeva. In queste lotte interne sul “caso Piccardi”, Ernesto Rossi che si era trovato a collaborare con lui quotidianamente per anni soprattutto nella preparazione dei convegni degli Amici del Mondo, prese subito posizione a favore dell’amico: un uomo non poteva essere giudicato solo per un episodio per quanto grave della sua vita e il Piccardi che lui aveva conosciuto non era certamente il Piccardi che aveva partecipato a quei convegni italo-tedeschi e che vi aveva tenuto delle relazioni. La rottura fu inevitabile e Piccardi si avvalse della solidarietà dell’antifascista Ernesto Rossi a cui si aggiunse quella di Ferruccio Parri.

Con Parri e Piccardi Ernesto Rossi fondò il Movimento Salvemini in omaggio a colui che considerava da ogni punto di vista il suo maestro, una struttura agile che si proponeva di sostituire il movimento degli Amici del Mondo nella preparazione di progetti politici e legislativi e nella organizzazione di convegni. Il primo dei convegni del nuovo Movimento fu dedicato alla Federconsorzi che aveva costituito per anni l’oggetto delle documentate inchieste e denuncie di Ernesto Rossi nei suoi articoli sul Mondo, un lavoro di cui si appropriò nelle elezioni politiche del 1963 il Partito comunista che ne fece il motivo dominante di una martellante campagna politica condotta da Giancarlo Pajetta (i mille miliardi della Federconsorzi). Ferruccio Parri dette vita a un quindicinale, L’Astrolabio, della cui direzione facevano parte sia Ernesto Rossi che Leopoldo Piccardi e che qualche tempo dopo si trasformò in settimanale. Sia nel quindicinale, sia nel settimanale Ernesto Rossi continuò con le sue inchieste a ricoprire fino a quando morì lo stesso ruolo che aveva avuto nel Mondo anche se il grado di omogeneità e di condivisione della linea politica editoriale che per lungo tempo aveva caratterizzato la collaborazione con Pannunzio non si ripetè nella stessa misura con Ferruccio Parri. Noi, con la guida e la tenace ostinazione di Pannella, invece raccogliemmo l’eredità organizzativa e politica del Partito Radicale ridotto ormai a poche decine di iscritti ma avemmo l’insperato sostegno di Elio Vittorini che accettò di esserne il presidente del consiglio nazionale.

Anche con Ernesto ci fu dunque una separazione organizzativa. Il suo scetticismo nei confronti dello strumento partito fu rafforzato dalle vicende traumatiche che il P.R. aveva subito. Non vi fu mai invece separazione personale e dissenso politico. I rapporti erano facilitati e rafforzati dal fatto che, oltre a lui, che in quegli anni aveva diretto una Collana Anticlericale resa possibile dall’editore Parenti, eravamo gli unici a perseguire una politica dichiaratamente anticoncordataria e su questi temi Ernesto si sentiva abbastanza isolato sia all’interno del Movimento Salvemini che nell’Astrolabio. Ci fu sempre molto vicino in quegli anni e noi a lui. Entusiasta dei successi della Lega Italiana per il divorzio (LID) , di cui aveva accettato di far parte del Comitato di Presidenza, ci appoggiò con appelli personali al voto nelle prime esperienze elettorali (con il PSIUP a Roma nel 1964, con il PCI a Ravenna l’anno successivo). Mi volle accanto a lui nella redazione dell’Astrolabio quando questo divenne un settimanale, proprio per sentirsi meno solo in quella rivista. Concepì con noi l’iniziativa “1967 Anno Anticlericale” e avrebbe dovuto essere sul palco dell’Adriano al momento della più grande manifestazione nazionale prevista in quel programma: purtroppo proprio in quei giorni, in quelle ore una complicazione post-operatoria lo strappò alla vita, ai suoi amici, ai suoi ancora numerosi impegni pubblicistici, editoriali, politici e ci ritrovammo mestamente a vegliarlo, accanto al nipote Carlo Pucci, Marco Pannella, Mauro Mellini, Giuseppe Loteta, Angiolo Bandinelli ed io, nella sala mortuaria dell’obitorio del policlinico di Roma.

Per altro la vicinanza di Ernesto Rossi non si esplicò soltanto nel campo della politica anticoncordataria e per i diritti civili. Nel 1962 si era diffusa nel mondo intero la paura della bomba atomica resa più acuta dal fallimento della distensione e dall’entrata in scena dei missili intercontinentali e, come effetto politico di quella paura collettiva, era esploso ovunque in Europa un imponente e spontaneo movimento pacifista, che trovò i suoi leader popolari fuori dalla politica istituzionale: il filosofo Bertrand Roussel, un prete anglicano, il reverendo Collins, il deputato dell’estrema sinistra greca Lambrakis (cui fu dedicato anni più tardi il film Zeta di Costa Gravas per essere divenuto poco tempo dopo vittima della polizia segreta dei colonnelli greci) e in Italia il filosofo della non-violenza Aldo Capitini. Come “sinistra radicale” partecipammo, in aperta polemica con la direzione d’allora del P.R. e con il Mondo di Pannunzio, a quel movimento e organizzammo con Capitini la marcia della Pace Perugia-Assisi (estate 1962). Noi ci caratterizzammo per una critica radicale a un movimento fondato solo sulla paura e ci battemmo perchè la lotta per il disarmo atomico andasse di pari passo con la lotta per il disarmo convenzionale. Il confronto con i comunisti, che solo allora cominciavano ad abbandonare la propaganda filosovietica dei partigiani della pace, fu durissimo ma, grazie anche a Capitini, riuscimmo ad ottenere che le diverse componenti (quella nonviolenta di carattere religioso, quella nonviolenta radicale, quella socialista, quella antimilitarista) partecipassero ciascuna con le sue caratteristiche e con il massimo di visibilità, senza essere schiacciate dalla presenza dei comunisti. Ernesto – l’interventista della guerra del ‘14/18 – salì con noi sulla rocca di Assisi e accettò di rappresentarci sul palco per i discorsi conclusivi di quella manifestazione che ebbe risonanza in tutta Europa, parlando accanto al vecchio compagno liberalsocialista dei tempi di Giustizia e Libertà e del Partito d’Azione Aldo Capitini, al comunista Lombardo Radice e agli altri che intervennero in quella occasione. Già in precedenza nel 1960 Ernesto Rossi aveva condiviso con noi (ed anche con Piccardi e Scalfari) in polemica con Pannunzio e gli altri amici del Mondo, l’opposizione all’intervento armato della Gran Bretagna e della Francia, retaggio delle vecchie pratiche della politica coloniale, per riconquistare il controllo del canale di Suez, in sintonia con l’offensiva di Israele contro i paesi arabi.

Mi si perdonerà la puntigliosità con cui ho voluto rievocare il ruolo niente affatto secondario che Ernesto Rossi ha avuto nella fondazione e nella breve storia del Partito Radicale a cui prese parte e i rapporti di simpatia e di vicinanza politica e ideale con noi, cioè con i radicali della generazione più giovane che assicurarono nel 1963 la continuità organizzativa e il profondo rinnovamento politico del P.R. Ho voluto farlo per riempire un vuoto che esiste a questo riguardo sia nella memorialistica sia nelle biografie che lo riguardano. E’ come se ci fosse un tacito impegno, tanto più grave se perseguito in maniera inconsapevole e in buona fede, a ridurre l’attività e l’impegno di Ernesto Rossi alla sola dimensione di pubblicista e di polemista, ed anche in questa a dimenticare le corde più significative e le punte più aspre del suo pensiero. E per far questo si direbbe che c’è bisogno di rimuovere e di cancellare l’impegno radicale e anticlericale che lo ha caratterizzato sempre ma in particolare negli ultimi dodici anni della sua vita. Non c’è da parte mia nessun meschino desiderio di riappropriazione della figura di Ernesto Rossi al Partito Radicale e in particolare ai radicali della mia generazione. Non ce ne sarebbe del resto alcun bisogno, sarebbe sufficiente dichiarare e segnalare l’influenza che più di ogni altro uomo della sua generazione ha avuto su di noi. E, quando è toccato a noi di rievocarne la memoria, nel tentativo di contrastare la dimenticanza, ben consapevoli della complessità e ricchezza della sua vita che è un patrimonio dell’intera democrazia italiana, abbiamo coinvolto nel ricordo anche persone lontane da noi ma che avevano condiviso con lui esperienze, scelte e momenti significativi a cui noi eravamo estranei: dai compagni della prigionia e del confino, in primo luogo Riccardo Bauer, Nello Traquandi, Vittorio Foa, ad Altiero Spinelli, dal suo più stretto collaboratore durante la presidenza dell’ARAR Manlio Magini agli eredi di Pannunzio e del Mondo come Manlio Del Bosco, dai condirettori di Parri nell’Astrolabio Luigi Ghersi e Mario Signorino a un economista insigne che è sempre stato vicino ad Ernesto come Sylos Labini pur non condividendone affatto le scelte politiche più radicali. Ci siamo ben guardati dal dare un visione unidimensionale e unilaterale non dico della sua vita (sarebbe impossibile) ma degli ultimi quindici anni della sua vita. In questione non è il suo legame più o meno stretto con il Partito Radicale di Pannunzio e con quello di Pannella, in questione è il radicalismo di Ernesto Rossi. E’ questo radicalismo con la r minuscola, che ha caratterizzato tutte le sue scelte durante tutta la sua vita che si tenta di offuscare e rimuovere, magari limitandolo al periodo della lotta antifascista del ‘Non mollare’ e al periodo del carcere e che invece intendo difendere e rivalutare. In Italia abbiamo avuto molti liberali, democratici, laici, liberalsocialisti, federalisti, ma lui è stato uno dei pochi ad essere stato tutto questo in maniera intransigente. Non è mai stato un massimalista. Da autentico riformatore ha saputo battersi allo spasimo per obiettivi apparentemente limitati e collaborare per raggiungerli anche con persone che avevano idee e convinzioni generali diverse dalle sue. Ma non è stato mai un opportunista, non ha mai accettato di sacrificare e metter da parte quelle idee e quelle convinzioni.

Questa intransigenza è stata costruita su una forte convinzione ideale e su una grande forza morale da un uomo che non era un uomo roccioso ma al contrario era un uomo fragile che conosceva nevrosi, tormenti, angosce, anche depressioni gravi. Per comprendere la grandezza delle sue scelte bisogna tener presente che Ernesto è entrato in galera nel 1930 (salvo un breve periodo passatovi qualche anno prima) e vi è rimasto in quelli che per il regime fascista erano gli ‘anni del consenso’. In carcere c’erano allora poche centinaia di prigionieri politici, condannati dai Tribunali speciali. La maggior parte erano quadri del partito comunista, che sapevano di avere dietro le spalle la forza organizzata non solo del loro partito ma anche dell’Unione sovietica, poi c’erano alcune altre diecine di persone: indipendenti, socialisti, anarchici, militanti di Giustizia e Libertà, qualche ex comunista come Altiero Spinelli, qualche comunista come Terracini che non esitò a rompere con il proprio partito di fronte a scelte che non condivideva come il patto nazi-comunista firmato da Molotov e Ribentrop che portò alla spartizione della Polonia ( e per questi ultimi la situazione era ancora più dura perchè venivano isolati dai loro ex compagni all’interno del carcere). Il regime, in quegli anni molto sicuro di sè, non chiedeva ai prigionieri politici abiure, pentitismi, autocritiche, bastavano poche righe in cui era sufficiente garantire per il futuro la rinuncia ad ogni opposizione. E invece : “ Come già scrissi all’Ada, scrive alla madre il 7 ottobre 1932, noi non speriamo né desideriamo provvedimenti di clemenza: finché continua l’affluenza nelle galere e al confino, finché funziona il Tribunale speciale, si può ancora aver fiducia nel nostro popolo”.

L’ispirazione ideale e la forza morale gli vengono da Mazzini, non tanto dal sistema di pensiero del grande apostolo del Risorgimento quanto dall’esempio di intransigenza che aveva caratterizzato tutta la sua vita. “E’ strano – scrive alla mamma il 27 ottobre del 1933 – come i filosofi idealisti siano in generale portati ad assumere il successo come misura di tutti i valori. Invece di guardare alla formazione delle coscienze, mi pare guardino specialmente alla realizzazione immediata negli istituti, nei trattati, ecc.; e chiamano questo esser “concretisti“, aderire alla “realtà”. Ora, io pure credo che la prima dote di un uomo politico sia quella di guardare gli uomini e le cose come realmente sono, senza illusioni, ma questa visione realistica può esser la base di due politiche ben diverse: o d’una politica opportunista, con la quale si adattano i propri ideali alle forze esistenti per realizzare immediatamente quel ch’è possibile realizzare (nella maggior parte dei casi, per mantenersi semplicemente al potere), o d’una politica di più ampio respiro, tendente a trasformare le forze esistenti in modo che un domani più o meno lontano esse corrispondano meglio ai propri ideali.” Ed ancora, nella stessa lettera: “…parlare come parlano il Croce e l’Anzilotti del fallimento della politica di un Mazzini o d’un Cattaneo solo perché l’unità non è stata fatta attraverso una guerra di popolo o non ha assunto le forme ch’essi auspicavano, a me pare completamente errato perché le loro idee e il loro esempio hanno – secondo me – suscitato poi delle forze che hanno impedito all’Italia di impantanarsi più di quanto non si sia impantanata, e sono ancora efficaci come motivo di lotta contro ogni forma di dispotismo. Un fallito in politica è un morto, uno che non ha più niente da dire, e non un Mazzini o un Cattaneo, ai quali si rivolgono oggi e si rivolgeranno anche domani per avere l’indicazione della strada da seguire tutti coloro che desiderano formare un coscienza più civile nel nostro paese”. E meno di un anno prima (lettera del 9 dicembre 1932), commentando il libro su Carlo Pisacane, scritto dal suo amico Nello Rosselli, ne esalta le ultime pagine in cui l’autore “mette in luce il valore educativo, e quindi pratico, della ‘pazza’ impresa di Sapri” e si augura che in quel libro molti trovino “l’indicazione di una strada e l’incitamento ad avanzare, non tenendo conto dei soliti ‘benpensanti’, dei cacadubbi, che non sanno apprezzare risultati diversi da quelli che posson subito pesare con le loro bilancine di farmacisti. Aveva ben ragione, malgrado tutto, Mazzini di scrivere che se Pisacane avesse potuto, cadendo, mandarci un ultimo messaggio, questo grido ci avrebbe detto ‘Rifate, tentate, tentate sempre fino al giorno in cui vincerete’”.

In queste parole, in questi riferimenti ideali, in questi pensieri c’è un programma di vita che per intanto gli fa ritenere utile e perfino opportuno il permanere prima in carcere e poi al confino, anche per un lungo periodo di tempo, ma che si proietta anche nel futuro e che, come vedremo, varrà anche dopo la caduta del fascismo e la sua uscita dal carcere. Scriveva sempre alla madre il 7 settembre 1931 dal reclusorio di Pallanza: “Quasi in ogni tua lettera riaffermi la sicurezza nel prossimo trionfo delle mie idee; ma chi non ci crede son proprio io, e devo avertelo scritto altre volte. E bisogna che tu ti rassegni, come da un pezzo io mi sono rassegnato: qualunque sia la situazione politica a venire, noi siamo destinati a buscarne finché viviamo. E’ una facile profezia. Prima di tutto perché la funzione dei veri liberali è quella di buscarne. Ogni gruppo che si afferma al potere tende a impedire il sorgere e lo sviluppo delle idee e delle forze politiche che potrebbero entrare in concorrenza: quindi, chi crede nella utilità del contrasto, e vorrebbe ridurre al minimo gli attriti dei passaggi da una situazione di equilibrio ad un’altra, è costretto a rimanere sempre all’opposizione, ‘a Dio spiacente e a’ nemici sui’. Nel ‘19 mi sono trovato con i fascisti contro la dittatura comunista; oggi sono in galera con i comunisti contro la dittatura fascista. E niente di più facile che domani dovessi esser considerato ‘sovversivo’ dai comunisti…Nei paesi di maggiore educazione politica non si arriva a questi estremi (e ciò ha enorme importanza perché le questioni politiche sono essenzialmente questioni di grado), ma il fenomeno è della stessa natura”.

In queste lettere che ho citato c’è tutto Ernesto Rossi.

C’è il Rossi interventista della guerra ‘14-’18 che la guerra la fa davvero come volontario e vede la morte in faccia, rimane ferito in maniera che poteva essere mortale e porterà con sé tutta la vita le conseguenze di quella ferita ma subito uscito dalla convalescenza va a lezione di volo per partecipare alla guerra come aviatore (desiderio che fortunatamente fu frustrato).

C’è il Rossi che, dopo un periodo di simpatie fasciste e di collaborazione al Secolo d’Italia, incontra Salvemini, diventa antifascista e non si accontenta di fare da casa l’oppositore silenzioso del regime, adattandosi all’opposizione attendista e rassegnata dei partiti aventiniani, ma si adopera subito con lo stesso Salvemini, con Carlo e Nello Rosselli, con tanti giovani della sua Firenze e di altre città per organizzare l’opposizione clandestina, stampa e diffonde grazie a una rete capillare di distribuzione un giornale di battaglia, il “Non mollare”, riesce ad immaginare e realizzare manifestazioni e iniziative di opposizione di grande visibilità e assai costose per la nascente dittatura, viene arrestato e processato una prima volta nel 1925, passa un breve periodo all’estero per rientrare subito in Italia e riprendere all’interno la sua azione clandestina fino all’arresto nel 1930.

C’è il Rossi dei quindici anni di carcere e di confino che fin dal primo momento si acconcia a una lunga permanenza in galera: organizza le sue letture (a mettere insieme i libri citati nelle lettere si formerebbe una invidiabile biblioteca); insieme ai suoi compagni di cella affronta lo studio dell’inglese e del francese, approfondisce le sue conoscenze di economia politica e, a questo fine, grazie all’aiuto della moglie Ada che insegnava matematica, si dedica all’apprendimento dell’algebra, della trigonometria e dei calcoli logaritmici, dell’analisi matematica; si industria come può di mantenere rapporti con i compagni di lotta, all’interno e all’esterno del carcere; non rinuncia a dialogare idealmente con coloro che nelle democrazie occidentali affrontano lo scontro con le dittature fasciste e comunista cercando di preparare e immaginare un futuro di libertà e di giustizia (significativa la conoscenza e lo studio di Beveridge, il più noto tra gli ideatori del Welfare); e grazie agli studi compiuti in carcere, durante il confino scrive i libri e i saggi che pubblicherà subito dopo la liberazione nel 1945 (Problemi della federazione europea, scritto insieme ad Altiero Spinelli, Abolire la miseria, Critica del sindacalismo, Critica del capitalismo, Critica del comunismo).

C’è anche il Rossi, tutto il Rossi, del dopo-guerra. Perché per comprendere la peculiarità e l’importanza di Rossi fra gli intellettuali e i politici antifascisti della sua generazione è necessario comprendere che, come loro e più di loro (i quindici anni di carcere e di confino ne avevano fatto un eroe), era un uomo dell’establishment antifascista: sottosegretario del governo Parri, esponente del Partito d’Azione, presidente dell’ARAR, un ente costituito per l’alienazione dei residuati bellici e diretto con eccezionali risultati, fondatore e dirigente di punta con Altiero Spinelli del Movimento Federalista Europeo che collabora e dialoga sui progetti federalistici e sulla comunità europea di difesa con i governi democristiani e con lo stesso De Gasperi dal 1948 al 1953, amico del ministro degli esteri Carlo Sforza, discepolo prediletto non solo di Gaetano Salvemini rientrato dall’esilio con grande prestigio e autorevolezza ma anche di Luigi Einaudi che era in quegli anni presidente della Repubblica. Ebbene, a differenza degli altri, Ernesto non utilizza il suo antifascismo passato per costruire la propria carriera di oggi e di domani ma, da subito, comincia ad interrogarsi sul nuovo Stato che si va formando e sui suoi rapporti con le forze che operano nella società.

E’ il Rossi che subito denuncia il fatto che, delle grandi forze sul cui sostegno Mussolini e il fascismo hanno edificato il loro regime, solo la monarchia con il referendum e l’Esercito in qualche misura con il proprio ridimensionamento dovuto alla sconfitta, hanno pagato quel sostegno. Non così la Chiesa che ha visto addirittura rafforzare, con la costituzionalizzazione dei patti lateranensi del ‘29, i propri privilegi concordatari. Non così la grande industria che continua a controllare la grande stampa di informazione e ad ipotecare e condizionare le scelte politiche e legislative del Governo e del Parlamento. Non così le grandi strutture corporative e stataliste create dal fascismo che sono diventate strumenti di potere della DC. E presto torna ad essere il rompiscatole intransigente e l’oppositore irriducibile.

Un oppositore del tutto speciale che non ha nulla a che fare con l’opposizione filosovietica e antioccidentale del PCI e del PSI di allora, tutta ideologica e caratterizzata dalla scelta di campo delle alleanze internazionali, a cui pure si erano piegati molti suoi vecchi compagni del Partito d’Azione e da cui lo separava una forte avversione. Non per questo era un oppositore meno preoccupante per i suoi avversari. La sua era infatti una opposizione laica, basata su una attenta lettura della realtà, sull’analisi puntuale dei fatti, sulle conseguenze degli interventi legislativi e della mancanza di riforme coraggiose, su inchieste documentate scritte per Il Mondo con la professionalità del grande giornalista e la felicità del grande scrittore. Ogni articolo che esce sulle colonne del settimanale di Via Colonna Antonina, diretto da Mario Pannunzio, viene subito letto nelle stanze del potere da ministri e sottosegretari, banchieri di stato e grandi industriali.

Dalla raccolta di quegli articoli, saggi, inchieste. dalle polemiche e dai contraddittori che essi innescano e provocano nascono libri ancora godibilissimi, che è necessario conoscere se si vuole comprendere l’Italia di allora ma soprattutto se si vuole capire l’origine dei guasti, l’incubazione dei mali che hanno colpito questo paese nei decenni successivi e di cui ancora oggi paghiamo un prezzo altissimo: Settimo non rubare (1952), Lo Stato industriale (1953), Il Malgoverno (1954), Aria fritta (1956), Borse e borsaioli (1961), Elettricità senza baroni (1962), I nostri quattrini (1964).

Un libro viene invece dedicato da Ernesto Rossi alla storia dei rapporti fra Grande Industria e il fascismo, alle complicità, agli appoggi reciproci, ai vantaggi che gli industriali trassero dal regime mussoliniano: I padroni del vapore, del 1955, che ebbe numerose edizioni negli anni successivi e che fu ripubblicato nel 1966 con il titolo I padroni del vapore e il fascismo. In questo libro Rossi attacca il carattere protezionistico e monopolistico della grande industria italiana, i rapporti incestuosi che questa ha sempre conservato con il potere politico, la riluttanza ad affrontare la libera concorrenza e il mercato e a garantire la libertà economica, l’abitudine inveterata a privatizzare i profitti e a socializzare le perdite: caratteristiche e vizi precedenti al fascismo, rafforzatisi e consolidatisi durante il ventennio e riprodottisi nel dopoguerra nella Repubblica democratica.

Su questi temi Ernesto Rossi diventa alla fine del 1955 (in quei mesi si forma il comitato promotore del Partito Radicale) protagonista del primo vero grande dibattito della storia della televisione italiana, raccogliendo la sfida dell’allora presidente della Confindustria, l’armatore genovese Angelo Costa. Allora non c’erano i talk show e neppure le tribune televisive. Quel dibattito si svolse, moderatore Ugo La Malfa, il 10 novembre 1955, in un’aula, quella del Collegio romano, gremita di giornalisti, politici, grandi imprenditori.

Uguale attenzione Ernesto Rossi dedica alla Chiesa, all’ipoteca clericale che essa continua a far gravare sull’Italia, alle sue responsabilità nel consolidamento del regime fascista. Escono nel 1957 L’Azione cattolica e il regime e Il Sillabo. Gli errori del secolo nei documenti pontifici da Pio IX a Pio XII; un anno dopo Il Manganello e l’aspersorio. L’uomo della provvidenza e Pio XI. Sono tutti e tre pubblicati da Parenti, un editore fiorentino per il quale ha curato una Collana anticlericale con la pubblicazione di numerosi volumi fino al fallimento della casa editrice nel 1962. Inutilmente Rossi cercherà un altro editore disposto a proseguire la Collana e questo lo convince che proprio la coraggiosa scelta di Parenti è stata una delle cause del suo fallimento. La sua attività editoriale, politica, pubblicistica anticlericale non lo metteva infatti in conflitto solo con la Chiesa e con la DC ma con l’intero schieramento politico italiano a causa della politica neoconcordataria voluta dal PCI di Togliatti con il voto dell’art.7 della Costituzione ma poi di fatto accettata anche dai socialisti e dai partiti laici.

L’unica eccezione nel panorama politico italiano è rappresentata da Il Mondo per l’assoluta libertà che Pannunzio assicura alla sua collaborazione giornalistica, fin dall’inizio, nel 1950, ma anche per la ampia condivisione delle sue idee che trova sia nella direzione e nella redazione del settimanale, sia più tardi nel Partito Radicale. Non accadrà lo stesso, dopo la rottura con Pannunzio, nell’Astrolabio, dove le sue iniziative e perfino i suoi articoli anticlericali saranno ostacolati da Ferruccio Parri: un suo articolo, poi raccolto nell’ultimo libro Lettere anticlericali, che solo Samonà e Savelli accettò di pubblicare, fu tenuto fermo per più numeri e per farlo pubblicare Ernesto dovette minacciare la rottura. La situazione da questo punto di vista non migliorò ma peggiorò quando Parri trovò i finanziamenti per trasformare il quindicinale in settimanale. Nonostante l’allargamento della redazione a una generazione di giornalisti più giovani (entrammo a farne parte, oltre a Luigi Ghersi, assai vicino a Piccardi e che ne era il vice direttore, Mario Signorino, Giuseppe Loteta, io stesso e alcuni socialisti come Buttitta, Vasconi ed altri), su questo tema il dissenso fra Parri e Rossi rimase sempre fortissimo.

Quando lanciammo l’iniziativa 1967 Anno Anticlericale e indicemmo un comizio all’Adriano, Ernesto, che ne era stato con noi il promotore, chiese il sostegno del settimanale e non l’ottenne. Vi fu un duro scontro con Parri, che fu chiuso alla fine con un compromesso proposto da Piccardi. Non avrebbero scritto sull’iniziativa nè Parri nè Rossi, ma lo stesso Piccardi con un articolo problemativo e critico dal titolo interrogativo Dobbiamo dirci anticlericali?. Ernesto Rossi tuttavia in qualche misura la spuntò, ottenendo che all’avvenimento fosse dedicata la copertina.

L’iniziativa ebbe uno straordinario successo. Il comizio al teatro Adriano, lanciato da un numero unico che era stato inviato gratuitamente a centinaia di migliaia di persone e finanziato con sottoscrizioni volontarie di militanti radicali, era gremito di gente e per la prima volta in quella occasione si sperimentò l’autofinanziamento del Partito Radicale: a migliaia tornarono indietro dai destinatari del numero unico i conti correnti che assicurarono diecine di milioni dell’epoca (centinaia al valore attuale) e che consentirono la prosecuzione delle nostre iniziative politiche. Politicamente infatti la manifestazione alzava il tiro e il significato della lotta per l’introduzione del divorzio in Italia.

Ernesto Rossi purtroppo, come ho già detto, non poté parteciparvi perché morì proprio in quei giorni. Il successo dell’iniziativa dimostrava che avevano torto tutti coloro che accusavano lui e noi di condurre una battaglia priva di senso e che guardava indietro, al passato, in anni in cui Giovanni XXIII tentava di imporre una svolta alla Chiesa nel mondo e anche in Italia. Al contrario proprio quei cambiamenti legittimavano la volontà dell’opinione pubblica laica di liberarsi del ciarpame clericale che continuava a soffocare la vita culturale, civile e anche religiosa del paese. E le sconfitte che con il divorzio i laici inflissero al clericalismo italiano prima in Parlamento e poi nel referendum furono a loro volta un potente stimolo all’ulteriore rinnovamento della Chiesa e della religione cattolica. E’ assolutamente ingiusto voler cancellare il merito che Ernesto Rossi ha avuto nell’aver capito questo, con noi, assai per tempo e di essersi battuto perché potesse realizzarsi in tempi in cui farlo significava andare del tutto controcorrente e rimanere isolati.

Qui potrebbe finire il mio ricordo, la mia testimonianza. Vorrei però completarla con due citazioni da L’Elogio della galera e con qualche considerazione sul suo liberalismo in economia, sul suo liberalsocialismo: citazioni e considerazioni che forse valgono, dal mio punto di vista, ad illuminare meglio sia la straordinaria umanità sia il pensiero e l’azione di Ernesto Rossi.

La prima me l’ha in qualche modo suggerita Angiolo Bandinelli quando attraverso alcune citazioni delle lettere alla madre Elide e alla moglie Ada mette a confronto l’eccezionale, forte confidenza anche su questioni intime che lega Ernesto alla mamma con i pudori che invece contraddistinguono il suo rapporto epistolare con Ada, la coraggiosa compagna di tutta la sua vita, la “moglie virtuale” come con ironia spesso la definisce nelle sue lettere (si erano sposati mentre lui era in carcere). Erano pudori comprensibili, dovuti alla singolarità di questo rapporto matrimoniale, alla propria probabile timidezza corretta dall’ironia e dalla scanzonatezza un po’ toscana un po’ goliardica che lo contraddistinguono, ed anche alla freddezza un po’ formale che caratterizzava fuori del talamo i rapporti fra i due sessi tra i borghesi della sua generazione. C’è però una lettera in cui Ernesto con la “sua carissima Pig” rompe il velo di questi pudori e ci appare non come uomo del suo tempo e della sua generazione ma come anticipatore – quanto a parità di diritti fra uomo e donna soprattutto in materia di sesso – di un tempo ancora a venire. La lettera, inviata dalla Casa penale di Roma, è dell’11 dicembre 1933: “Avrei desiderio di discutere con te di questioni molto intime, ma purtroppo mi è impossibile spiegarmi chiaramente sia per lettera sia a colloquio. Tu sai, però, che le mie idee sul cosiddetto ‘onore’ son molto diverse da quelle comunemente accettate, e che ti riconosco gli stessi precisi diritti che riconoscerei a me stesso se fossi nella tua posizione e tu nella mia. E sai pure che non mi scandalizzo di niente. Avrò molti altri difetti, ma non sono mai stato un filisteo. Sono tanti gli anni che devo fare ancora in galera. Questo ti dico, pur assicurandoti di tutto il mio affetto: anzi, vorrei che tu sentissi questa come una prova del mio affetto.”

La seconda citazione – questa non me l’ha suggerita, me l’ha proprio messa sotto il naso Lorenzo Strik Leavers, a me era sfuggita – è da una lettera alla madre dal reclusorio di Piacenza del 3 giugno 1932. Vi è tutta la scanzonata ironia con cui Ernesto Rossi (che spesso firmava le sue lettere con il diminutivo di Esto e accanto alla firma disegnava un burattino) era solito guardare alla sua niente affatto allegra situazione giudiziaria e carceraria. Aveva appena appreso che gli era stata respinta una domanda di trasferimento “per la gravità del reato commesso”. E lui ci scherza sopra: ”In verità ‘l’attentato all’ordine costituzionale dello Stato’… è cosa grave. Finora non me n’ero reso ben conto, perché pensavo di aver solo commesso un delitto contro i poteri dello Stato, come dice l’estratto della mia sentenza. E lo Stato è una parola tanto equivoca e nebulosa che non aveva mai potuto incutermi rispetto, per la mia incapacità di prendere sul serio tutte le astrazioni filosofiche. Lo Stato sono io – diceva il Re Sole, quello delle pasticche – e molti dopo di lui hanno avuto il suo stesso pensiero; e quindi è capitato spesso attraverso i secoli che, volendo dare un calcio in quel posto a chi se lo meritava, persone per bene si sian trovate a colpire, non una parte ben definita d’una persona corporea, ma lo Stato, entità sacra, con tutti i suoi attributi di eticità e di superiorità che gli Hegel e i Gentile gli riconoscono”. “Non mi meravigliavo dunque – prosegue la lettera – di aver potuto commettere un tale reato, malgrado sia stato sempre un ragazzo così ben educato. Ma ora, se veramente ho attentato ‘all’ordine costituzionale dello Stato’ – e non posso dubitarne ché la persona che ti ha scritto certamente se ne intende – la cosa cambia aspetto, e capisco anch’io d’averla fatta grossa. Se non ho un’idea chiara di ciò ch’è lo Stato, credo di saper bene, però, che l’ordine costituzionale vuol dire l’ordine che discende dallo Statuto, e lo Statuto l’ho letto e l’ho studiato, assicura la libertà di stampa e di riunione, il diritto dei cittadini ad essere giudicati solo dai loro giudici naturali, e di pagar solo le imposte cui hanno consentito attraverso le loro rappresentanze, ecc. ecc…..Lo Statuto anche per me contiene le regole fondamentali che occorre far osservare nella lotta politica, se non si vuol tornare ai regimi di violenza e d’arbitrio, ai regimi dell’ ‘arraffa tu che arraffo anch’io’. Questi non sono i miei ideali; quindi se ho attentato all’ ‘ordine costituzionale’, dev’essere stato in un momento d’incoscienza… o di distrazione. (Tu sai quanto sono distratto! E mi hai ripetuto spesso che mi sarebbe capitato qualche guaio per questo mio grave difetto).”

A parte la lettura assai divertente, dietro lo scherzo c’è un ragionamento assai serio che non si comprende come possa essere sfuggito al censore. Io stesso non avevo mai riflettuto al fatto che le leggi speciali del ‘25, approvate per l’emergenza provocata dal delitto Matteotti e su cui si fondava il potere dittatoriale del Duce, non avevano mai abrogato lo Statuto. Quindi convivevano con e contro di esso. Nella lettera Rossi ricorda che la festa dello Statuto era celebrata anche in carcere e per un giorno i detenuti politici venivano compensati con un pasto speciale del fatto di essere stati condannati in violazione di quei diritti che teoricamente lo Statuto continuava ad assicurare loro. E’ un’altra cattiva eredità che il regime fascista ha lasciato alla nostra singolare democrazia che abbiamo avuto dopo la caduta della dittatura mussoliniana: quella di dimenticare o addirittura violare con disinvoltura norme fondamentali della Carta costituzionale in nome di volta in volta di questa o quella emergenza ( e nella vita di un paese le emergenze non mancano mai e anche mancassero non sarebbe difficile inventarle). Devo ringraziare questa lettera di Ernesto per avermici fatto pensare. Finora pensavo che la nostra democrazia quasi subito degenerata in partitocrazia avesse ereditato dal fascismo – come ebbe il coraggio di riconoscere, oltre a noi, solo Giuliano Amato quando era presidente del Consiglio in un intervento alla Camera che fece grande scandalo – solo l’abitudine alla occupazione partitica delle istituzioni. La lottizzazione è infatti la versione pluralistica in regime partitocratico di quella che, in regime di partito unico, era stato la “fascistizzazione dello Stato”.

Infine qualche considerazione, che mi viene suggerita da numerose lettere alla madre e alla moglie. E’ un contributo che avrei volentieri dato nell’ultima tavola rotonda prevista per domani, dedicata al liberalismo economico di Ernesto Rossi. Poiché domani non potrò parteciparvi consentitemi di anticiparla in questa sede. Ernesto Rossi era certo un liberale ed anche un liberista ma lo era, anche in questo, in modo assai singolare, del tutto speciale. Da liberale si è sempre posto il problema di come lo Stato dovesse intervenire per ridurre le diseguaglianze fra le classi sociali ed assicurare a tutti uguaglianza non solo teorica e formale di punti di partenza e si è sforzato già in carcere di dare, da economista liberale, risposte a questo non facile problema. “…il riconoscimento di questa situazione pone, anche da punto di vista liberale – scriveva alla madre il 3 marzo 1933 – il problema del quanto e del come convenga limitare la libertà di alcuni gruppi che appaiono privilegiati per la loro situazione sociale al fine di aumentare il campo in cui acquista valore la libertà degli altri gruppi, dando agli appartenenti di questi i mezzi di cui altrimenti non disporrebbero per manifestare effettivamente, attraverso le loro scelte, la loro personalità e la loro particolare esperienza di vita. Questo problema, estremamente complesso, non può ammettere un’unica formula di risoluzione, dovendosi tener conto delle situazioni di fatto di ciascun luogo e momento. A me sembra però che la tendenza che si dovrebbe tentar di affermare, sarebbe quella di render più possibili uguali le condizioni iniziali degli individui nella lotta per la vita, non ostacolando nessun divario nelle condizioni terminali, quali risulterebbero dalla lotta stessa”.

Potrei fare numerose altre citazioni dello stesso tenore. Questo infatti era uno degli argomenti dei suoi studi in carcere e una delle sue preoccupazioni di liberale e di economista. Le lettere, del resto, erano anche un modo di fissare sulla carta idee, osservazioni e appunti derivanti dai propri studi dal momento che in cella poteva leggere ma, tranne che per le lettere ai familiari, non poteva scrivere. Il suo aderire al liberalsocialismo di Giustizia e Libertà prima e del Partito d’Azione poi corrispose dunque a un suo pensiero autonomo e non fu determinato soltanto dal forte legame affettivo che lo legava al ricordo di Carlo Rosselli. Il risultato di queste riflessioni e di questi studi è stato poi tradotto nel già citato volume, pubblicato nel 1947, dal titolo Abolire la miseria.

Amico ed allievo di Luigi Einaudi (che citava per intero quando si riferiva a libri ed idee, ma che si limitava a indicare con l’iniziale E. quando tramite la moglie gli chiedeva pareri o libri), su questo tema si distingueva dal maestro. Commentando alcuni articoli pubblicati sulla rivista La riforma sociale, il 5 aprile 1935 scriveva alla moglie: “…Continuamente Einaudi ragiona come se la libera concorrenza portasse al massimo la produttività di tutti i fattori della produzione e distribuisse automaticamente il prodotto nel modo più corrispondente agl’interessi di tutti i componenti della collettività. Einaudi sa bene che a questa conclusione si arriva solo assumendo come dato di fatto una certa distribuzione della ricchezza e che, quando si passa dalla teoria astratta alla realtà concreta, tutto il castello cade, non appena si osserva la differenza fra le opportunità che si presentano alla scelta dei vari individui… Einaudi sa benissimo tutto ciò ma – a differenza ad esempio del Wicksteed – non lo tiene mai in evidenza….E specialmente l’Einaudi conservatore, o meglio ‘reazionario’ secondo me si rivela quando esce dagli argomenti di economia pura e di finanza per considerare questioni sociologiche e politiche…”. E le questioni sociologiche e politiche che gli fanno ritenere l’Einaudi addirittura reazionario riguardano la difesa assoluta della proprietà e lo portano a dire “Ora se questo dovesse dirsi ‘pensiero liberale’, è certo ch’io non sarei affatto liberale”.

Sostenitore di un’economia mista o a due settori, Ernesto Rossi prevedeva dunque un intervento riequilibratore dello Stato nella redistribuzione della ricchezza prodotta dalla collettività, come del resto è in maniera astratta e perfino utopistica tratteggiato in Abolire la miseria (è singolare che questo libro sia stato pensato e scritto al confino più o meno negli stessi anni in cui Lord Beveridge portava a compimento i suoi studi che sarebbero stati poi alla base dei progetti del Welfare britannico). L’economia mista, a due settori, che lui immaginava aveva tuttavia poco o nulla a che fare con il vasto intervento dello Stato italiano nell’industria, avvenuto e realizzato nel dopoguerra in forme promiscue che sommavano i vantaggi dei due sistemi (profitti del privato e finanziamenti statali del pubblico) escludendone però i rispettivi svantaggi (il rischio imprenditoriale del primo e i controlli del secondo). Liberista in modo quasi estremista nel difendere il mercato, la concorrenza, i diritti del consumatore, arrivava a concepire e pretendere l’intervento anche nazionalizzatore dello Stato quando situazioni monopolistiche o oligopolistiche violassero questi principi del liberalismo economico in settori chiave dell’economia in cui fossero in gioco interessi generali della collettività. Per questo all’inizio degli anni ‘50 fu sostenitore di Enrico Mattei nel concepire e promuovere il monopolio dell’ENI nella ricerca e nella produzione del metano e del petrolio in tutta la valle padana e fu all’inizio degli anni ‘60 uno di coloro che spronò il nascente centro-sinistra a nazionalizzare l’energia elettrica (anche se poi non condivise il modo in cui fu realizzata: si oppose alla struttura burocratico accentratrice dell’ENEL e agli alti diritti di esproprio che furono riconosciuti alla Edison e agli altri padroni dell’elettricità assicurando nelle loro mani enormi risorse finanziarie che si spostarono sulla chimica). E tuttavia, nella sua concezione, i due settori – quello privato, regolato dalla concorrenza e dal mercato e quello pubblico, diretto dal governo e soggetto all’interesse generale e al controllo dello Stato – dovevano rimanere rigorosamente separati senza rapporti di promiscuità che avrebbe considerato incestuosi.

Come ciascuno di noi, Ernesto Rossi è figlio del suo tempo e ci può parlare di esso. Possiamo, assumendocene la responsabilità, trarre ispirazione per il presente dal suo pensiero ma non possiamo sapere che cosa avrebbe sostenuto e fatto di fronte ai problemi del nostro tempo. E’ certo che sarebbe sbagliato tirarlo dentro alle polemiche di oggi ed arruolarlo d’ufficio nelle schiere dei liberisti o in quelle opposte dei sostenitori dell’attuale cosiddetto Stato sociale.

Annunci