(Agenda Coscioni, n. 41 , gennaio 2010)

Adriano Sofri è legato da una grande e antica amicizia con Giuliano Ferrara, una amicizia vera messa alla prova da vicende che lui stesso definisce “al calor bianco”. “Cosa facciamo con le nostre amicizie quando non coincidano con l’accordo delle idee e anzi conoscano un forte dissenso? La mia risposta è che non sacrificherei le amicizie. Non sacrificherei nemmeno le idee”. Dalla risposta che Adriano si è data è nata questa lunga lettera pamphlet – Contro Giuliano, Noi uomini, le donne e l’aborto, pubblicata da Sellerio, corredata di una appendice di scritti di epoche diverse, tra gli altri di Pasolini, di Bobbio, di Natalia Ginzburg – con la quale prende in esame, una per una, le tesi, le argomentazioni, gli slogan, gli obiettivi, le contraddizioni e perfino le invettive che il direttore del Foglio ha posto alla base della sua “crociata” e lo fa con la chiarezza, l’intelligenza e anche l’onestà intellettuale di cui è capace.

Il libro mi ha obbligato a calarmi punto per punto in una polemica di fronte alla quale devo confessare di essermi finora ritratto con indignazione e irritazione profonde, fino al punto da smettere di leggere Il Foglio, che pure pubblica quotidianamente la piccola posta del mio amico Sofri e settimanalmente l’interessante rubrica laica di Angiolo Bandinelli. Avevo attribuito il motivo di questa mia reazione, di questo mio rifiuto a diverse ragioni e in primo luogo all’appropriazione strumentale e meramente polemica della parola moratoria che, senza elevare in nulla i motivi della crociata sedicente antiabortista, screditava e sviliva la portata del risultato ottenuto dalla moratoria contro la pena di morte. Il vero motivo mi è apparso però chiaro soltanto quando ho letto le due pagine iniziali del libro di Adriano pubblicate qui a fianco. Ho compreso che deve essermi scattata dentro una reazione automatica, elementare, istintiva. Devo essermi chiesto: ma se Ferrara davvero pensa che la legalizzazione dell’aborto è un olocausto peggiore della Shoah, allora io e Adele Faccio, Emma e Marco Pannella che di quella campagna siamo stati i protagonisti e abbiamo avuto il coraggio con molti altri di sporcarci le mani negli ambulatori del CISA con la disubbidienza civile per sottrarre le donne alla strage dell’aborto clandestino e alla criminalizzazione del Codice Rocco, cosa dovremmo essere: i nuovi Hitler, i nuovi Himmler, i nuovi Goebels? Poste così le cose, mi sono incosciamente chiesto se esistevano, se potevano esistere i termini di un confronto, di un dialogo. Io che mi considero un antiabortista, che sono convinto che la legalizzazione sia stata e sia la vera e unica moratoria e che ho inutilmente atteso in questi 30 anni che, a partire dal presupposto del rispetto della scelta della donna, potesse realizzarsi una comune campagna per la prevenzione dell’aborto, mi sono evidentemente risposto di no, che un dialogo vero che non si riducesse a uno scambio di invettive, non era possibile. Deve averlo pensato anche Giuliano Ferrara che nell’unica occasione offerta in televisione ad Uno mattina di tenere un dibattito con Marco Pannella sull’argomento ha rifiutato il confronto con la motivazione che ”sull’aborto non si dibatte”. Naturalmente ho torto io come ha torto Giuliano Ferrara e aveva invece ragione Marco a lanciare il suo urlo di protesta davanti a qualche milione di telespettatori per l’annullamento di quel dibattito. E ha avuto ragione Adriano Sofri a scrivere e pubblicare questo libro.

Le crociate del resto non hanno nulla di dialogante e di nonviolento, sono delle vere e proprie guerre, per di più guerre di religione, le peggiori. Ma era possibile che, come mostra di ritenere anche Sofri ed hanno evidentemente ritenuto molti amici che sono intervenuti sul Foglio nella fase iniziale della campagna, questa potesse prendere una piega diversa da quella che ha preso, unificare anziché dividere? Io non credo. Essa è nata sotto il segno di una fondamentale ambiguità. Da una parte si assicurava di non voler mettere in discussione la legge 194 e a maggior ragione di non volere una nuova criminalizzazione delle donne costrette a ricorrervi, ma dall’altra e da subito l’aborto veniva definito un assassinio. Da una parte si proclamava che la moratoria dell’ONU avrebbe dovuto indirizzarsi non contro la libertà di scelta della donna ma contro l’aborto obbligato cui ricorrono lo Stato cinese e altri paesi asiatici per imporre un ferreo controllo autoritario delle nascite allo scopo di frenare l’aumento vertiginoso della popolazione ma, dall’altra, si chiedeva una solenne affermazione dell’ONU in difesa della vita “fin dal suo concepimento”: una richiesta che comportava, se le parole hanno un senso, la condanna non dell’Aborto come fenomeno sociale cui bisogna porre rimedio, non dell’aborto usato come strumento statale di controllo delle nascite ma di qualsiasi interruzione di gravidanza. Con questa affermazione di principio la moratoria dovrebbe inoltre schierare le Nazioni Unite a favore della sacralizzazione dell’embrione e contro la libertà di ricerca.

Queste ambiguità, queste contraddizioni, queste ipocrisie sono analizzate, rivelate denunciate con forza, convinzione ed anche passione da Adriano Sofri. La lettera pamphlet affronta tutti i temi, gli argomenti, le forzature polemiche che hanno caratterizzato in questi mesi la campagna. Al centro del libro vi è tuttavia la questione indicata nel sottotitolo “Noi uomini, le donne e l’aborto”. Sono forse le pagine più belle perché le più vere e le più sentite, quelle in cui difende la sovranità (lui la definisce “territoriale”) della donna sul proprio corpo, il rifiuto di considerare il corpo della donna come mero contenitore di una vita da consegnare ad altri. E’ il dialogo tra due uomini che sono stati compagni di donne che hanno abortito. “Dici: l’aborto è un omicidio ma le donne non sono assassine. Dici: l’aborto è maschio, l’indifferenza è maschia, il cinismo è maschio. (E tu sei maschio e io sono maschio). E’ vero se vuoi dire la nostra viltà e la nostra responsabilità…Ma non è vero, ed è una bestemmia, se distoglie dal fatto così esclusivamente e ferocemente femminile dell’aborto.’ Assassini siamo noi, tu, loro, la società’…E’ vero ma senza spingersi a un nuovo furto d’anima. Le donne vengono così paradossalmente espropriate della autorizzazione a risultare titolari dell’omicidio da loro stesse commesso. Come le donne che partoriscono erano – sono ancora, per tanti – meri contenitori della vita da deporre nel mondo dei padri così le donne che abortiscono sono mero tramite di un omicidio perfetto tramato e compiuto da altri: la ‘cultura di morte’ e io e tu e tutti. L’impiego della formula incolpatrice e il rifiuto di tramutarla in un’imputazione diretta alle donne, lungi dall’ottenere l’effetto acrobatico di indulgenza e comprensione cui mira, ottiene l’effetto opposto. Le donne commettono un omicidio senza essere nemmeno assassine. Povere donne.”

In altre pagine Adriano contesta a Ferrara l’attribuzione alla Chiesa di un atteggiamento prammatico nei confronti dell’aborto che la porterebbe ad accettare in via di fatto la legge 194 con alcuni limiti e alcune correzioni rivolte a salvaguardare il diritto alla maternità. No, dice Sofri, l’opposizione della Chiesa alla legalizzazione, alla depenalizzazione dell’aborto è e resta una opposizione di principio, la prudenza dimostrata nella polemica ha solo un valore tattico e strumentale in vista del raggiungimento dell’obiettivo. Ha ragione naturalmente ma con ogni probabilità in Italia fatto e principio rischiano di coincidere. Non bisogna infatti farsi trarre in inganno dalle categoriche affermazioni secondo le quali la 194 non si tocca. Non c’è bisogno di toccarla, bastano le linee guida promesse dalla neo sottosegretaria alle questioni bioetiche, basta “fare il tagliando” alle 194 Questo monumento di ipocrisia sarà costruito proprio intorno alla espropriazione denunciata da Sofri che si spinge fino al punto di negare alla donna il diritto di essere considerata responsabile dell’aborto-omicidio. La donna non è colpevole, quindi non sarà punibile per la sua scelta. Basterà proibire la RU486, fare terreno bruciato intorno a lei con l’obiezione di coscienza, eludere l’obbligo di assicurare nei tempi dovuti gli interventi e il gioco sarà fatto. Avranno fatto il deserto intorno alla donna che si troverà spinta a scegliere fra una gravidanza non voluta e non desiderata, magari con l’incentivo di qualche promessa provvidenza statale, e il ritorno all’aborto clandestino. E “i vendicatori” sono in agguato come è già vergognosamente accaduto a Napoli in un caso di aborto terapeutico, o come è accaduto a Genova dove un ginecologo si è ucciso per aver praticato un aborto in una clinica privata. Sono i prodotti del fanatismo.

Un discorso a parte meriterebbe il natalismo che sottende l’intera campagna del Foglio, che Sofri contesta solo dal punto di vista del rapporto stretto fra aborto e contraccezione nei paesi occidentali e in Italia (la campagna non è solo contro l’aborto ma anche contro la contraccezione). Il discorso è tuttavia più ampio e investe il problema della sovrappopolazione mondiale. Perché va bene, e ci mancherebbe, che dobbiamo combattere ogni controllo delle nascite imposto con metodi autoritari e violenti. Ma non per questo possiamo estraniarci da una questione per la quale si dovrà pure ricercare qualche alternativa liberale e nonviolenta. “Rientro dolce” è il nome che si è dato una associazione della galassia radicale. Deve essere “dolce” ma deve essere “rientro” nei limiti di una sostenibilità che non può essere considerata illimitata.

Mi scuserà Adriano, mi scuseranno i lettori se ho tratto dal libro “Contro Giuliano” e ho sovrapposto alla sua lettura il coinvolgimento dei miei sentimenti (e risentimenti) e delle mie convinzioni, sottraendomi al dovere di una recensione più distaccata che, per le sue qualità culturali e morali e la densità e intensità delle sue argomentazioni, avrebbe meritato.

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