(Intervento pronunciato a Torino nell’incontro commemorativo “Adelaide Aglietta: un impegno laico, un impegno attuale” il 20 maggio 2002 con Guido Barbaro, presidente della corte d’Assise al processo delle BR, Giampaolo Zancan, Igor Boni, Marco Boato, Giovanni Negri nella sede della Regione Piemonte)

Io sono un improvvisatore, quindi non ho scritto né preparato nulla. Devo dire che ho una specie di forte pudore a parlare delle vicende politiche di cui Adelaide è stata protagonista. L’ho detto anche quando fui chiamato, purtroppo, il giorno della sua scomparsa, davanti al suo feretro, a dire qualche parola. So che quando si è stati compagni, protagonisti insieme di alcune battaglie, si finisce per parlare molto di più di sé stessi che della persona scomparsa di cui si dovrebbe parlare. Cioè, si finisce poi per proiettare sulla persona che si ricorda; questo è in qualche misura inevitabile. Ho ritenuto in quella occasione di dire, assumendo in pieno il rischio: “sì, parlerò di me stesso, dei miei rapporti con Adelaide, delle idee e della scelte che abbiamo condiviso, dei miei sentimenti nei confronti di Adelaide”.

C’è anche un altro motivo: perché, in fondo, siamo stati protagonisti di battaglie importanti. Zancan dice: sono state anche alcune battaglie vinte, abbiamo contribuito a cambiare la cultura di questo Paese; io questo lo dico con assoluto orgoglio dei miei circa quarant’anni di milizia radicale, ma anche con la consapevolezza che non sono le singole battaglie vinte o perse che compongono la storia di una vita, che fanno la vita di Adelaide, che fanno la qualità dell’impegno politico di Adelaide.

M’ha fatto piacere che Zancan ricordasse la prima conoscenza di Adelaide, la Adelaide “crocettina”, perché è vero che nei momenti in cui ci sono le rivoluzioni (rivoluzioni di cultura, rivoluzioni di costume beninteso) c’è bisogno di borghesi. C’è bisogno, lasciatemelo dire, di torinesi e di “crocettini”. E Adelaide non ha mancato a questo appuntamento e non ha mancato a partire dalla sua condizione femminile, di moglie, di madre, di “crocettina” che veniva coinvolta sempre di più negli avvenimenti che gli accadevano intorno e che, mutando la vita della società, mutavano anche la sua vita. Questi stessi avvenimenti la trasformavano, da oggetto di cambiamenti, in soggetto; ed erano trasformazioni profonde.

Erano trasformazioni di che? Trasformazioni di sé stessi. Non la predica della rivoluzione, ma la rivoluzione innanzitutto rivoluzionando sé stessi. In un mondo in cui la partecipazione femminile alla politica, è assolutamente di contorno, questo è stato un elemento determinante, un elemento importantissimo.

E io l’ho vista questa trasformazione. Nel giro di un anno da borghese, madre, figlia, figlia di professionisti importanti, moglie di professionista importante, madre di due figlie, inserita nella Torino bene, passare a via Garibaldi a organizzare i tavoli dei referendum e poi arrivare, nel giro di pochissimi mesi, alla segreteria del Partito Radicale, dopo aver fatto la difficile prima esperienza elettorale.

Voi comprenderete il mio pudore, perché mi son trovato, in alcuni casi della mia vita, a crocevia importanti delle scelte di Adelaide, a volte del tutto casualmente.

Nel periodo di alcune di quelle grandi vittorie di cui parlava Zancan, mi sono trovato davanti ad alcune scelte importanti di Adelaide, non casualmente, perché ero segretario del Partito Radicale. Avevamo deciso di presentare, come fatto simbolico, le liste del ’76 tutte capeggiate da donne, anche con Marco Pannella e me al secondo posto dietro una capolista femminile. C’era il problema di Torino: allora Adelaide, tranne io che ero segretario del partito e i suoi compagni torinesi, non la conosceva nessuno, erano molto più conosciuti altri personaggi femminili, poi scomparsi, che non Adelaide. Emma non si presentava a Torino, perché si voleva presentare nell’altra circoscrizione piemontese e poi ci distribuivamo in vari altri posti. Scelsi, devo dire proprio scelsi io (naturalmente d’accordo con i torinesi); scelsi Adelaide come capolista a Torino e fu la prima non eletta dopo Pannella e quindi quando Pannella si dimise subentrò.

Qualche mese più tardi (dopo che l’avevo pregata, dopo le elezioni del ’76, di entrare nella giunta esecutiva e di sobbarcarsi, già allora, con due figlie a Torino, al fatto di venire alcuni periodi a Roma a lavorare per la preparazione del Congresso), fui ancora io, che avevo avuto due anni di segreteria del partito e che mi trovavo a dover fare delle scelte, a dirle, due mesi prima del Congresso: “guarda che secondo me tu devi fare il segretario del partito, io farò il Presidente del Consiglio Federativo però tu devi fare il segretario del partito, devi essere la prima segretaria donna del partito, di un partito politico, del nostro partito”.

E fu un dramma, un casino spaventoso, perché chi ha conosciuto Adelaide sa che dietro questo suo atteggiamento torinese, era una donna che non censurava nessuna delle sue emozioni: quindi furono pianti, disperazione, lacerazioni profonde; naturalmente tutte queste cose si innestavano su problemi personali. Io e lei vivevamo in quel periodo due crisi coniugali molto forti e ci confidavamo su queste cose, ci confidavamo su nuovi amori che s’affacciavano nella nostra vita, prepotentemente.

Da ultimo invece, nel periodo della cosiddetta diaspora radicale, nel 1989, la mia interferenza nella sua vita è stata del tutto casuale. Fui pregato di andare a Trieste per andare a vedere (in un periodo di crisi della politica radicale, per un verso e anche della politica italiana per un altro), se si poteva organizzare a Trieste, come era già stato fatto in passato, una lista civica a impronta radicale, verde, ecologista e possibilmente anche autonomista, triestina. Lì lavorai per un paio di mesi, ma le cose ripetute riescono sempre male, quello che era riuscito bene nel ’78 riuscì malissimo nell’89.

Io avevo posto come condizione che sarei andato a preparare la lista, ma avevo rigorosamente escluso di poterne far parte; Adelaide invece accettò di presentarsi e di essere eletta, fece il consigliere comunale a Trieste per alcuni mesi, poi fu sostituita da un triestino, Ghersina.

Quell’esperienza cadde nel periodo che poi precedette le vicende successive che portarono a una sorta di diaspora radicale, alla presentazione di molti di noi in liste diverse. Anche in quel caso io non mi presentai in nessuna lista, non perché non fossi d’accordo, ma perché non credevo molto nei tentativi, nelle cose a tentoni che si cercava di sperimentare e di costruire; lei invece si ritrovò ad essere una delle protagoniste della lista dei Verdi Arcobaleno e si ritrovò a Bruxelles e a Strasburgo parlamentare europea e cominciò questo ultimo periodo della sua vita.

E qui consentitemi due ricordi. Adelaide è stata, non solo prima donna segretaria di un partito, e come segretaria accettò di far parte della giuria del Presidente Barbaro in quel processo delle Brigate Rosse; ma è stata anche prima donna presidente di gruppo alla Camera, di un gruppo parlamentare di cui facevano parte da Sciascia a Franco De Cataldo, da Franco Corleone a Franco Roccella, da Tessari ad Aiello. Da Boato a Pinto a Gianluigi Melega, per tacere dei militanti e dirigenti del partito radicale, personalità diversissime e spesso difficilissime da tenere insieme. Io vorrei che si andassero a rileggere alcuni discorsi di Adelaide, per capire come questa donna, che fino al 1975 credo non sapesse nulla di politica, che razza di università ha fatto, attraverso l’intensissima esperienza politica di quegli anni.

La cosa straordinaria è che, approdata al Parlamento Europeo in un gruppo che vedeva una radicale con il fumo negli occhi, lei è riuscita a portare come segretario generale del gruppo un radicale, Gianfranco Dell’Alba (attuale deputato europeo della Lista Bonino), a prendere come collaboratrice Olivia Ratti (attuale collaboratrice del gruppo parlamentare della Lista Bonino) e a essere eletta, dopo qualche tempo, co-presidente di un gruppo in cui le principali componenti erano dichiaratamente di provenienza rosso-verde ed extraparlamentare (quella verde tedesca in primo luogo), oppure erano diffidenti perché appartenevano a un ecologismo molto fondamentalista, molto diffidente della “politica”. E’ stata anche lì a lungo presidente di un gruppo parlamentare, affrontando scontri, incomprensioni, scelte difficili: la sua chiarezza, la sua determinazione e, anche, la durezza del suo carattere non sono stati mai di ostacolo al dialogo e alla ricerca di soluzioni efficaci e valide per tutti. C’è stato quel bellissimo messaggio il giorno del suo funerale di una parlamentare gruenen, oggi sottosegretario del governo Schroeder, che ha scritto con commozione: “In quegli scontri, io sembravo l’italiana e tu sembravi la tedesca”.

Ma poi dagli scontri di Adelaide nascevano anche fortissime amicizie. Perché Adelaide era tutta nella sue idee e le sue idee erano nelle sue scelte e nelle sue battaglie: erano le battaglie per l’uomo e la donna nella concretezza della loro vita, della loro felicità e delle loro sofferenze, questo le interessava, questo era la politica di Adelaide; era una donna che faceva una rivoluzione femminile e non si affidava all’ideologia femminista; che inseguiva l’utopia concreta, di una vita reale migliore delle persone, anziché le utopie totalitarie e rivoluzioniste che normalmente, invece, in questo Paese allignano con maggiore facilità.

Posso confidare una cosa: mi confessò qualche mese dopo il ’94 o il ’95, molto arrabbiata e un po’ offesa: qualcuno m’ha telefonato per invitarmi a candidarmi nelle liste di quello che allora si chiamava Polo delle Libertà e non Casa delle Libertà. Era un po’ seccata e offesa, anche perché penso sospettasse che qualcuno, qualche radicale, avesse pilotato chi formava le liste sul suo nome. Del resto operazioni di questo genere, la candidatura della Maiolo, la candidatura dell’avvocatessa romana Lagostena Bassi, nacquero da questa ricerca a tappeto per la costituzione delle liste di Forza Italia.

E’ chiaro che c’è anche la proiezione della mia situazione; però badate che la situazione è molto diversa perché lei, invece, due mesi dopo le elezioni del ’94 si è ricandidata nei Verdi, anche lì non facilmente, perché c’era chi non voleva ricandidarla; soprattutto c’era chi ricandidandola non voleva che fosse eletta e c’era chi premeva sull’allora coordinatore (mi dispiace che non ci sia oggi), Ripa di Meana, perché esercitasse il suo diritto di opzione per non farla rieleggere. Quindi, la situazione è completamente diversa.

Sono grato a “Diritto e Libertà”, che ha voluto pubblicare un ricordo d’Adelaide (ha chiesto di farlo anche a me e io, per gli stessi motivi che ho detto all’inizio, non ho voluto raccogliere l’invito) e ringrazio l’Associazione radicale Adelaide Aglietta, perché ritengo che comunque sia un fatto importante, serio, che quel periodo radicale, che il ruolo che vi ha avuto Adelaide, che vi abbiamo avuto tanti di noi, lo continuiate in molti a sentire oggi come ancora vostro. Però noi le scelte successive del P.R., a cui siamo sempre stati iscritti, le abbiamo vissute in maniera lacerante: lacerante rispetto all’esperienza radicale che andava avanti senza di noi e lungo strade che noi non sentivamo più necessariamente come nostre e lacerante dentro di noi. Io sono stato sempre, in questi anni, iscritto al Partito Radicale Transnazionale, ho votato al proporzionale per le liste radicali e ho sempre votato per i candidati di sinistra, di una sinistra che mi è in gran parte estranea, che mi fa soffrire, ma a cui continuo a sentire di appartenere. Credo che per Adelaide fosse lo stesso, anzi sono sicuro che era lo stesso, e ci capitava però a entrambi di sapere che tante altre cose, dal Tribunale Penale Internazionale, ai diritti umani, alla pena di morte, continuavamo ad avere in comune con i nostri compagni di ieri e ritenevamo di dovergli dare una mano. Erano gli animatori di battaglie che altri non avrebbero fatto, erano costruttori di qualche cosa che apparteneva anche a noi. Non intendo qui parlare dei dissensi, il problema non è solo destra-sinistra c’è anche dell’altro, non è solo un problema di schieramenti, perché se no probabilmente oggi che il problema degli schieramenti è almeno in parte superato io farei parte, oltre che del Partito Radicale Transnazionale anche dei radicali italiani Però questo è un discorso lungo che non c’entra niente con Adelaide, non mi interessa farlo in questa sede.

Ritenevo necessario però ricordare questa lacerazione che molti hanno vissuto e che Adelaide ed io abbiamo vissuto in maniera diversa e da posizioni e responsabilità certamente diverse ma anche condiviso.

A me manca Adelaide, manca soprattutto come punto di riferimento, come amicizia che non s’è mai interrotta, devo dire anche nei momenti difficili, ce ne sono stati nel ‘79-’80.

Il destino dei radicali è quello che le loro punte più vere devono essere sempre censurate. Lo ricorda Adriano Sofri. Sul processo di Torino Giancarlo Caselli ha scritto un articolo in cui dice: si è vinta la battaglia, si è riusciti a vincere la paura, si è riusciti a formare la giuria. E però, chi l’aveva vinta, chi concretamente aveva dato coraggio e forza morale a quelle persone che, pensandola anche diversamente da lei, accettavano dopo tanti rifiuti e tante fughe di far parte di quella giuria per consentire che la giustizia facesse il suo corso, era stata con la sua scelta di autosospendersi da segretaria di un partito politico Adelaide Aglietta. Quella di Caselli è una rimozione inaccettabile di una partecipazione femminile così straordinaria alla vita politica e istituzionale del Paese, anche in scelte e momenti difficili come è stato il processo di Torino. Guardate che se consultate gli atti parlamentari, dopo Nilde Iotti, c’è Adelaide Aglietta e altre radicali e poi basta o quasi; c’è qualche contorno secondario, poi c’è Tina Anselmi, c’è Luciana Castelina e chi altro c’è che ha lasciato un segno? Emma Bonino, Adele Faccio, Maria Teresa Di Lascia, adesso io non voglio esagerare, però mettete a confronto.

Questa rimozione sul piano culturale è veramente il limite più grave della sinistra; del centrodestra non mi occupo perché io non vi appartengo, mi è estraneo e soprattutto mi è estraneo questo centrodestra; ma per la sinistra credo che questo sia l’elemento più grave, questo rincorrere sempre qualsiasi fenomeno movimentista e il tagliare così radicalmente una parte di una storia che è parte di una storia di sinistra, liberale, democratica di questo Paese.

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