I Taccuini di Quaderni Radicali (Quaderni Radicali. N. 107. dicembre 2011)

 

Una singolare convergenza

Prima della formazione del Governo Monti, abbiamo assistito a una singolare convergenza di comunisti ed estremisti di sinistra e di anarco-capitalisti di destra. Gli uni e gli altri a gran voce invocavano la necessità di non pagare l’enorme debito pubblico accumulato dagli Stati dopo la crisi del 2007, gli uni e gli altri estremamente critici nei confronti degli interventi pubblici che hanno impedito il fallimento delle banche, indicate come responsabili di quella crisi per l’uso disinvolto che avevano fatto degli strumenti del credito. Poco importa che il fallimento degli Stati e delle banche comporterebbero, il primo, un generale impoverimento delle popolazioni dei rispettivi paesi e, il secondo, il dissolvimento dei risparmi di milioni di famiglie. Tanto peggio tanto meglio.  Per  i primi evidentemente una simile eventualità spianerebbe la strada alla mitica aspettativa del rivolgimento sociale e della rivoluzione e, per i secondi, alla prospettiva salvifica di un mercato finalmente liberato non solo dal peso del debito ma anche da ogni vincolo e controllo del diritto e della politica. Dopo il governo Monti gli uni e gli altri sono in gran parte confluiti a infoltire le file dei complottisti e dei dietrologi di tutte le risme, in Italia sempre in agguato, per addebitare in maniera semplicistica le cause e le responsabilità di processi complessi e contraddittori ad entità misteriose, tanto più inafferrabili quanto più sono denigrati i loro presunti servitori o referenti (i Monti o i Draghi di turno). I veri responsabili, cioè coloro che dovevano esercitare la loro leadership e assolvere ai doveri di scelta che sono propri della politica e si sono bel guardati dal farlo, ringraziano soddisfatti. Complottisti e dietrologi forniscono i migliori alibi alla loro inerzia e alla loro incapacità.

 

Il Governo Monti e la presunta sospensione della democrazia                 

In questo clima abbiamo assistito ad un’altra polemica, anche questa mossa contemporaneamente da destra e da sinistra (a sinistra dal Fatto, da trasmissioni come Piazzapulita, dal Manifesto, da Rifondazione, a destra soprattutto dal Il Foglio e Il Giornale oltre che da a una parte consistente dei parlamentari del PdL), sulla presunta sospensione della democrazia, una sorta di commissariamento delle istituzioni e del Parlamento, che sarebbero stati determinati dall’affidamento del Governo della Repubblica  a un gruppo di “tecnocrati” incaricati di affrontare le emergenze. Una sospensione e un commissariamento attribuiti da una parte ai mercati (ma in realtà, secondo  complottisti e dietrologi, per volontà di coloro che ne costituiscono il governo occulto) e dall’altra al binomio Merkel-Sarkozy che si sarebbero appropriati indebitamente del ruolo di direttorio dell’Unione Europea.

Peccato che, di fronte all’emergere della crisi il Governo Berlusconi sia apparso inerte, paralizzato, indeciso, negando dapprima pervicacemente l’esistenza stessa della crisi, in seguito quando essa non poteva essere più ignorata annunciando misure insufficienti e incerte, infine ricorrendo a una manovra aggiuntiva affidata a un consistente aumento delle entrate (e quindi delle tasse), a un tardivo e quindi poco credibile annuncio di inflessibile lotta all’evasione e ad economie e tagli dal risultato tutt’altro che sicuro mentre, per quanto riguarda le riforme ormai sollecitate sia dalla BCE sia dagli organi dell’UE (pensioni, liberalizzazioni, privatizzazioni, ecc.) sia Berlusconi che Tremonti si sono dovuti fermare davanti al veto della Lega. Uguali divisioni e incertezze hanno d’altra parte caratterizzato in maniera analoga l’opposizione di sinistra, che pure è sembrata vivere di rendita sulla richiesta di dimissioni di Berlusconi e che ha trovato un unico fattore unificante nella fin troppo facile richiesta della patrimoniale sui grandi patrimoni. Non un radicale qualsiasi ma un economista  di sinistra come Tito Boeri dalle colonne di Repubblica  ha bollato come  poco credibile la manovra alternativa proposta da Bersani, valutando che le misure in essa previste avrebbero coperto solo per il  50% le oggettive necessità imposte dalla crisi nonché le richieste provenienti dall’UE e dalla Bce.

Dunque il Governo Monti è nato per il vuoto di responsabilità creato a destra come a sinistra, nel governo come nella opposizione, dalla partitocrazia e dai suoi equilibri e dalle sue prassi paralizzanti. E’ nato per la debolezza della politica, una debolezza che si è spinta fino al punto di negare al nuovo governo l’esperienza di uomini come Gianni Letta e Giuliano Amato, che pure hanno sempre dimostrato di avere un grande capacità di ascolto e di dialogo con l’intero arco dello schieramento politico.

Parlare di sospensione della democrazia e di commissariamento della politica è perciò fuorviante. Il Governo si è presentato al Parlamento e ne ha chiesto la fiducia. Nessuno se l’è sentita di assumersi la responsabilità di creare davanti a questa crisi e alle sue emergenze un vuoto politico e di governo di almeno tre mesi. E’ questo l’unico punto di forza di Monti e del suo governo. Lo ha rilevato, con una notevole dose di coraggio e persino di sfrontatezza, lo stesso presidente del Consiglio: voi potete negarci – ha detto in pratica – la vostra fiducia in Parlamento ma dovrete stare attenti alla fiducia che voi stessi (come partiti) avete nel paese.

 

Europa, sovranità, deficit di democrazia

Come l’inverno favorisce la diffusione dei virus influenzali, così la rete è un potente diffusore della malapolitica e della disinformazione, a volte della peggiore demagogia. Su Facebook ha avuto un incredibile diffusione il video dell’intervento al P.E., tradotto in Italiano, di un eurodeputato: esso conteneva un formidabile attacco al governo Monti definito “governo fantoccio” (della cancelliera Angela Merkel) nel quadro di un attacco più generale alla politica tedesca con accenti che richiamavano direttamente allo scontro mortale che le democrazie ebbero con la Germania hitleriana quasi fossimo, con le imposizioni della signora Merkel, a un nuovo  Anschluss. Tutto questo in nome della sovranità dei popoli europei e della democrazia, violate da una Europa tecnocratica e non democratica. Musica per le orecchie dei nostri complottisti e dietrologi di destra e di sinistra. Peccato che il sermone venga da Nickel Farage, leader dell’UKIP (Partito per l’Indipendenza del Regno Unito) che si batte per l’uscita della Gran Bretagna dall’UE: insomma una sorta di Borghezio di lingua inglese (ed entrambi militano  infatti nello stesso gruppo parlamentare a Bruxelles).

Naturalmente la forza virulenta della demagogia antieuropea del sig. Farage si affida alla diffusione di alcune indiscutibili verità. E’ una verità naturalmente che la crisi dell’euro, alla quale punta la speculazione internazionale, deriva dal fatto che la moneta comune e la Banca centrale europea esistono ed operano in un vuoto istituzionale e politico caratterizzato dall’assenza di strumenti di governo sovranazionali e comunitari. Gli stati nazionali hanno sempre confinato la politica monetaria all’interno di una rete di accordi intergovernativi impedendo quel processo di trasferimento di parti delle sovranità nazionali all’UE, alla sua Commissione e al suo Parlamento. E’ qui che dovrebbe esercitarsi ormai la sovranità democratica europea. Era ciò che avrebbe dovuto verificarsi dopo Maastricht e che per viltà e miopia è stato impedito dal convergere delle spinte conservatrici dei governi nazionali.

Ma la virulenza del sig. Farage sarebbe oggi assai meno pericolosa se un malinteso realismo politico non avesse fino ad oggi frenato e censurato ogni possibilità di confronto e di lotta politica su questo argomento impedendo il crescere all’interno degli Stati dell’eurozona e dell’intera UE di una opinione pubblica favorevole allo sviluppo di una processo graduale di tipo federale. Le responsabilità di partiti che pure si definiscono europei come il partito popolare europeo e il partito socialista europeo e di una stampa e di una televisione, che appaiono sempre assenti o in ritardo rispetto all’emergere dei problemi del nostro tempo sono fin troppo evidenti. La crisi della nostra democrazia, la sua trasformazione in democrazia reale secondo il triste precedente degli stati del socialismo reale nei quali si spense ogni speranza di socialismo, ha origine da qui: dalla mancanza del coraggio della lotta politica, che deve anche comportare il coraggio se necessario di andare in minoranza e dalla dimissione del giornalismo e della informazione dal proprio dovere di informare, suscitando il dibattito e diffondendo la conoscenza.

Di questa disinformazione e censura, di questa assenza di dibattito, è stato vittima anche il progetto di federazione light, predisposto da Emma Bonino e da Marco De Andreis, con il sostegno di Giuliano Amato.

In questa situazione i demagoghi, sostenitori del ritorno al nazionalismo o protagonisti di disegni scissionisti in Italia come in Belgio, in Spagna e perfino in Gran Bretagna, hanno facile gioco. Solo che in questa prospettiva nazionale o peggio localista la democrazia e il suo corollario dei diritti della persona sono destinati puramente e semplicemente a rimanere soffocati,schiacciati dall’intolleranza e dagli egoismi particolaristici. O si va avanti o è impossibile tornare indietro. Gli stati nazionali non sono più in grado di garantire un avvenire democratico al di fuori di un contesto più ampio sovra- e trans- nazionale, e di istituzioni federali

 

Crisi italiana e crisi europea: una doppia crisi di leadership

 

La crisi economica italiana è tutta nella enormità del suo debito pubblico che nessun governo né di centrodestra né di centrosinistra ha avuto il coraggio di affrontare. Se negli ultimi dieci anni abbiamo convissuto con un forte rallentamento dello sviluppo economico del paese ma anche senza recessione e senza inflazione lo si deve all’ingresso nell’eurozona e nella moneta unica, conseguito dal primo Governo Prodi,  che ha consentito di affrontare il pagamento del debito alla media dei saggi di interesse europei anziché ai tassi assai più alti  che abbiamo pagato nell’ultimo periodo della lira. E’ la semplice verità che, nella loro polemica contro Prodi, Berlusconi e Tremonti hanno sempre dimenticato di raccontare. Naturalmente tutto questo ha avuto dei costi. Era inevitabile che dopo esserci affidati per anni al facile espediente delle svalutazioni (l’ultima in ordine di tempo quella cui fu obbligato il governo Amato nel 1992 a prezzo dell’uscita  dal sistema dei tassi fissi previsto dallo SME), gli altri paesi partner pretendessero al momento di fissare le condizioni del cambio una rivalutazione compensativa destinata, senza una politica di coraggiose  e incisive riforme, a frenare la crescita. Sta di fatto che l’entità del debito è attualmente a quasi il 120% del PIL e si è sempre attestata su valori superiori al 100% (il valore più basso mi pare che sia stato intorno al 104%). Quando è esplosa la crisi dei subprime americani, subito dilagata in Europa e nel resto del mondo, gli altri paesi europei al pari di quello americano sono stati costretti ad aumentare, per salvare le loro banche e le loro economie, il livello del loro indebitamento pubblico che si è quasi ovunque avvicinato al livello del nostro. Noi non abbiamo avuto la possibilità di farlo e fortunatamente ne abbiamo avuto meno bisogno. Si può polemizzare quanto si vuole con Tremonti e certo la sua politica in tema di riforme è stata caratterizzata da un grave e paralizzante immobilismo, ma non si può negare che abbia contenuto il dilagare della spesa pubblica e del debito. Nonostante questo l’assenza di crescita lo ha portato a superare il livello del 120% del PIL.

La situazione è davvero senza speranza, senza vie d’uscita? Neppure per sogno. Certo se non si fa nulla, la crescita dei tassi ai livelli attuali, che hanno sfiorato e a volte superato il 7%, aprirà la strada all’insolvibilità e al fallimento. In una situazione in cui non sono possibili né forme di consolidamento né di rinegoziazione del debito decise dai governi nazionali (e manca il governo sovranazionale per deciderle in sede europea), il fallimento dello Stato sarebbe inevitabile ed è impensabile che non si ripercuota sull’intera eurozona e sull’economia globale. Tuttavia, pur non essendo né un monetarista né un economista, riscontro che, per quanto elevatissimo, il nostro debito pubblico è assai inferiore al livello di patrimonializzazione di cui gode lo Stato italiano, uno dei più elevati tra gli stati occidentali. A questo deve aggiungersi il livello di patrimonializzazione privata che permane alto più della media occidentale grazie alla attitudine al risparmio, sia pure ora declinante, delle famiglie italiane e all’abitudine di affrontare grandi sacrifici per avere l’abitazione in proprietà. Certo lo Stato non deve svendere il proprio patrimonio come accadrebbe se lo facesse oggi. Né si deve pensare a facili operazioni di finanza straordinaria. E tuttavia se si vuole procedere a una politica di efficaci riforme, capaci di bloccare l’attuale crisi, c’è un retroterra patrimoniale pubblico e privato che può consentire un piano di rientro dal debito. E dobbiamo augurarci che il Governo Monti, interrompendo la crisi di governabilità che ha caratterizzato gli ultimi due anni, abbia la capacità di crearne le premesse.

Purtroppo la crisi italiana si intreccia con il pericolo della crisi della moneta unica e della stessa Unione europea. Alcuni stati degli USA, fra i quali California, New York e Illinois hanno livelli di indebitamento pubblico superiori agli stati europei in rischio di default. Eppure lì nessuno parla di crisi del dollaro, che continua ad essere la principale moneta di riferimento degli scambi internazionali. E tanto meno parla di crisi degli Stati Uniti. La differenza è che alle spalle della FED e del dollaro c’è un governo federale che, nonostante i suoi conti siano peggiori di quelli dell’UE, è in grado di rispondere dei debiti dei suoi stati membri oltre che di quelli federali.

Anche la crisi europea, come quella italiana, prima che economica e monetaria, è dunque una crisi di leadership politica: crisi di una politica che in questi anni, per dirla con Pannella, ha consumato il possibile anziché concepirlo e crearlo.

 

De Rita e il superamento del soggettivismo etico

 

Il sociologo De Rita ha spiegato le dimissioni di Berlusconi e la possibile fine del berlusconismo con il volgere a conclusione di un ciclo storico, durato cinquanta anni,  che in una intervista a Mattia Feltri pubblicata da La Stampa ha definito “il cinquantennio del soggettivismo etico”. Questo ciclo cominciò negli anni sessanta con Don Milani che insegnò ai giovani contadini la non obbedienza e l’obiezione di coscienza.”Poi c’è Marco Pannella con le sue battaglie referendarie: questa moglie non mi garba più, la cambio; non mi sento madre, abortisco. Poi l’azienda è mia e me la organizzo io. E il lavoro è mio e me lo organizzo io…..Finché negli anni settanta finisce anche il mito della confessione perché  anche il peccato è mio”.

Don Milani e Pannella anticipatori di Berlusconi e del berlusconismo? Tesi un po’ ardita e, anche, contraddittoria se si pensa – a parte l’ostentazione del suo preteso libertinismo – all’impegno dispiegato da Berlusconi e dal suo governo a fianco della Chiesa contro i diritti di autodeterminazione della persona in materia di bioetica (fecondazione assistita e testamento biologico). Ma, a parte questo, a nessuno sfugge l’importanza e la pericolosità della tesi sostenuta da De Rita. Ha fatto bene Emma Bonino, citandolo nel suo discorso sulla fiducia al Governo Monti, ad ammonire che “dal superamento del soggettivismo etico allo Stato etico il passo è breve”.

 

Costi della politica e costi della partitocrazia

 

Il bipolarismo è stata la classica scorciatoia all’italiana per evitare il passaggio dal proporzionale all’uninominale e, con esso, a una possibile evoluzione verso il bipartitismo. La crisi istituzionale e politica si è perciò riproposta durante la cosiddetta seconda repubblica in forme diverse che non hanno però scalfito i guasti della partitocrazia.

Con la crisi del berlusconismo c’è ora un grande desiderio di restaurazione proporzionalista: c’è nel terzo polo, che del “superamento del bipolarismo” è da sempre l’alfiere, ma c’è anche in gran parte del PD, diviso su questo come su quasi tutto, in particolare nella sua ala dalemiana e, c’è da scommetterlo, non manca neppure in una parte del PdL. Uno sbarramento contro questa spinta restauratrice sembrerebbe dover venire dal referendum rivolto a ripristinare il mattarellum. A parte che non è affatto vero dal momento che il mattarellum aveva mantenuto l’elezione proporzionale di un quarto dei parlamentari  (con listini designati dai partiti) e questa quota proporzionale aveva impedito una soluzione di continuità rispetto al passato, conservando i regolamenti parlamentari e le peggiori prassi partitocratiche nella formazione e gestione dei gruppi, bisogna dire che, se anche la corte costituzionale lo dichiarasse ammissibile in una delle sue due versioni, i nostalgici del proporzionale e i difensori della legge attuale potrebbero ricorrere all’escamotage a cui ricorsero nella prima repubblica per impedire molti referendum radicali: affrettare la data delle elezioni anticipate per impedire il voto referendario. Qualcuno magari fingerebbe di essere contrario e manifesterebbe (ma neppure tanto) condanna e disappunto, ben lieto tuttavia di andare alle elezioni con la legge attuale. Se questa ipotesi si verificasse Monti e il suo governo dovrebbero tener conto di tale eventualità.

 

Antipolitica, riduzione di parlamentari e legge elettorale

 

Un aperto difensore della legge attuale si è dimostrato in una intervista al Corriere Silvio Berlusconi. Il premier uscente ha ricordato con ragione i pericoli clientelari e di diffusione del voto di scambio e della corruzione, insiti nel sistema delle preferenze, soprattutto dopo l’introduzione della preferenza unica. Ha invece decisamente torto quando sostiene che l’accusa rivolta al porcellum di aver dato vita a un parlamento di nominati non tiene conto del fatto che anche in un sistema basato sui collegi uninominali i candidati verrebbero in definitiva designati dai partiti. Argomentazione non nuova alla quale si può facilmente ribattere con due considerazioni: la prima, che nei collegi uninominali l’elettore vota non delle liste di candidati “prendere o lasciare”, ma sceglie fra più persone e queste persone per ottenere un voto in più del loro avversario devono essere personalità autorevoli e credibili (non basta essere burocrati di partito o persone gradite al suo segretario); la seconda, che la regolamentazione legislativa delle primarie – oggi sostenuta anche dal PdL – è coerente con il sistema uninominale mentre non avrebbe alcun senso per liste proporzionali.

C’è poi la questione della riduzione dei parlamentari, anzi il loro radicale dimezzamento, che è la risposta con la quale la partitocrazia spera di salvare sé stessa, il proprio potere e i propri privilegi di casta andando appresso alle richieste dell’antipolitica e dell’antiparlamentarismo. Emma Bonino ha invitato il governo a sapere distinguere tra i costi della politica, sopportabilissimi, e i costi insopportabili della partitocrazia a cominciare dagli enormi stanziamenti del finanziamento pubblico dei partiti contrabbandato per rimborso elettorale. Abolite questi costi – ha detto – con i connessi privilegi, bonus, incrostazioni corporative e clientelari che si annidano nella spesa pubblica ma non riducete  la rappresentanza democratica che aumenterebbe soltanto il potere dei partiti.

Questo sicuramente accadrebbe se, nel sistema italiano e nella sua costituzione materiale attuale, si giungesse a un drastico dimezzamento.

Potrebbe esserci tuttavia una soluzione accettabile se si adottasse il sistema uninominale. Il mattarellum, di cui abbiamo criticato i difetti, aveva infatti avuto il merito di disegnare sul territorio per l’elezione di ¾ dei deputati all’incirca, se non vado errato, 450 collegi, ciascuno dei quali comprendeva in media non più di 125mila elettori, superiori ai circa centomila dei collegi britannici ma in ogni caso un numero che garantirebbe un rapporto soddisfacente fra eletto ed elettori. In fondo era l’obiettivo a cui tendeva uno degli ultimi referendum radicali, che purtroppo per un soffio non raggiunse il quorum , quello che abrogava la quota proporzionale del mattarellum.

In questa maniera si potrebbero raggiungere due obiettivi : collegio uninominale a uno o a due turni con il definitivo superamento del proporzionalismo e insieme una riduzione del numero dei parlamentari (un quarto), riduzione consistente ma non tale da incidere sulla rappresentanza democratica degli elettori. Se poi a questi due obiettivi se ne aggiungesse un terzo (le primarie) si estenderebbe il potere di scelta dei cittadini anche alla fase delle selezione dei candidati.

Un riduzione si potrebbe ipotizzare anche al Senato nell’ipotesi di superamento del bicameralismo perfetto e di passaggio dal sistema attuale al Senato delle Regioni. Questione tuttavia che, dopo tanto parlare di federalismo, non sembra ancora attuale.

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