Quella mattina del dicembre 1955. La nascita del Partito Radicale

Alla fine del 2004, Mariano Giustino,anche per le sollecitazioni di Sergio Stanzani, che – nell’avvicinarsi del 2005 – intendeva fare qualcosa per celebrare il cinquantesimo anniversario del Partito Radicale, venne a casa mia per registrare alcune interviste. L’intenzione era quella di farmi lavorare sulla loro sbobinatura e rievocare la nostra scelta e  il nostro impegno giovanile nel P.R. da pubblicare poi sulla rivista “Diritto e libertà”. Purtroppo trovai molto deludente, alla lettura delle sbobinature, il contenuto di quelle interviste. Qualche tempo dopo mi misi al computer per scrivere qualcosa su quel periodo, in parte utilizzando quel materiale e in parte integrandolo e modificandolo. Ne nacque questo testo, una sorta di primo capitolo ideale per quella storia del mio impegno radicale – a metà fra storiografia e memorialistica – che avrei voluto scrivere e non ho mai scritto. Chi sa se mai lo farò e se ne avrò ancora la voglia e il tempo.

 

Quella mattina del dicembre 1955 trovai pubblicati sul numero appena uscito de Il Mondo i nomi di tutti coloro che facevano parte del comitato promotore del partito radicale. L’elenco era un punto di non ritorno, nasceva il nuovo partito. In quell’elenco trovai anche il mio nome. Onestamente non saprei dire se fosse maggiore l’orgoglio di farne parte o la soddisfazione politica per un evento che attendevo e che sia pure in minima parte avevo contribuito a preparare. L’orgoglio era del resto più che comprensibile se si considera che avevo da poco compiuto i venti anni e il mio nome compariva, in rigoroso ordine alfabetico, accanto a quelli dei dirigenti della sinistra liberale che avevano provocato la scissione del PLI, del direttore, dei redattori e di molti prestigiosi collaboratori di quel giornale, di tante personalità della cultura e della Università, del mondo delle professioni, di uomini che avevano combattuto il fascismo durante il ventennio e durante la Resistenza dalle posizioni liberalsocialiste prima di Giustizia e Libertà  e  poi del Partito d’Azione.

Dagli anni del ginnasio ogni mercoledì all’uscita di scuola mi precipitavo all’edicola a comprare il Mondo per leggerne gli editoriali di Mario Ferrara o di Mario Paggi, gli interventi di Ugo La Malfa o Giuseppe Saragat, i Taccuini di Vittorio Gorresio e di Enzo Forcella, le inchieste di Ernesto Rossi o di Antonio Cederna, gli articoli di costume di Giulia Massari, di Carlo Laurenzi, di Ennio Flaiano, di Mario Tobino, le critiche teatrali di Nicola Chiaromonte o quelle musicali di Massimo Mila. Quella mattina, all’orgoglio per essere annoverato fra i fondatori del nuovo partito, si univa la soddisfazione per l’annuncio della sua nascita. Di quel comitato facevo parte insieme a una nutrita rappresentanza di giovani della mia generazione che provenivano in gran parte dalla gioventù liberale e che si erano formati alla lotta politica nell’Unione Goliardica Italiana (UGI) e nell’UNURI, l’organizzazione rappresentativa di tutti gli studenti italiani. I nomi più significativi, per il loro ruolo di leader, erano quelli di Marco Pannella e di Franco Roccella. Ma c’erano anche Giovanni Ferrara, Sergio Stanzani, Tullio De Mauro, Stefano Rodotà. Giuliano Rendi, Aloisio Rendi, Sergio Bocca, Paolo Ungari, Piero Craveri, Lino Jannuzzi. Io  non provenivo dalla Gioventù Liberale ma dalla Federazione giovanile del Partito Socialista democratico ed ero in quel periodo presidente dell’Unione Goliardica Romana (UGR) e vice presidente dell’ORUR (organismo rappresentativo universitario romano) dove ero succeduto a Stefano Rodotà.

Il fattore scatenante della formazione del nuovo partito era stato la scissione della sinistra liberale dal PLI. Quando Bruno Villabruna  entrò nel governo come ministro dell’Industria e lasciò la segreteria del partito, il suo posto fu preso da Giovanni Malagodi, approdato da poco alla politica e al partito liberale dopo una lunga e fortunata carriera nel mondo bancario italiano e internazionale. Inutilmente la sinistra liberale tentò di sbarrargli la strada appoggiando la candidatura di un notabile sardo, Francesco Cocco Ortu. Con la segreteria di Malagodi la convivenza della sinistra liberale diveniva problematica se non impossibile. La strategia del nuovo segretario era di fare del PLI all’interno dei governi centristi una forza di condizionamento, da destra, della Democrazia Cristiana in contrapposizione al condizionamento che da sinistra avrebbero potuto esercitare il PSDI e il PRI. Era una strategia opposta a quella della sinistra liberale e del Mondo di Pannunzio che, dal momento della sconfitta nel 1953 della cosiddetta “legge truffa”,  sostenevano invece, in sintonia con Ugo la Malfa, una politica di unità dei partiti laici che avrebbero dovuto far valere insieme, con idee e posizioni comuni, un maggior potere contrattuale nei confronti della DC. Uguale contrapposizione esisteva per quanto riguarda i contenuti programmatici. Malagodi intendeva fare del Partito Liberale una specie di braccio politico dei grandi interessi economici del paese dei quali facevano parte proprio quei monopoli che, attraverso le inchieste di Ernesto Rossi, erano diventati già in quegli anni il principale obiettivo polemico de Il Mondo. Per di più gli uomini della sinistra liberale, pur appartenendo alla borghesia agraria, non avevano osteggiato i progetti di riforma agraria dei governi centristi e non condividevano l’opposizione di tipo ostruzionistico annunciata dal nuovo segretario alla riforma dei patti agrari, percepiti ormai come ingiusti privilegi di ceti spesso improduttivi e destinati comunque a scomparire con la trasformazione dell’economia verso forme di capitalismo più avanzate.

Nonostante queste incompatibilità, il processo di scissione maturò assai lentamente. Marco Pannella, come spesso gli accade, cercò di accelerarla e la anticipò. Quando il segretario della Gioventù liberale Giampiero Orsello, pur appartenendo alla sinistra liberale, raggiunse un compromesso con Malagodi, Pannella provocò insieme a Giovanni Ferrara , direttore di Critica liberale, la scissione di  una parte consistente della GLI e fondò una nuova organizzazione che denominò Giovane sinistra liberale. Avendo però in mente un partito aperto alle altre forze della sinistra democratica, sollecitò l’adesione alla nuova organizzazione di molti giovani che condividevano l’esperienza dell’UGI, ma non provenivano dalla GLI o addirittura erano iscritti ad altri partiti. Fu il caso mio che dal 1951 appartenevo alla federazione giovanile del PSDI, fu il caso di Franco Roccella, uno dei fondatori dell’UGI, che era iscritto al PSDI e di questo partito era stato candidato in Sicilia alle elezioni politiche del 1953. Ci ritrovammo nella Giovane sinistra liberale senza cessare di essere socialdemocratici.

Quando un anno dopo la sinistra liberale uscì dal PLI si pose il problema che anche noi ci eravamo posti nella Giovane sinistra liberale e a cui avevamo tentato di dare un risposta : bisognava fare un partito liberale scissionista, un partito di sinistra liberale o si doveva ricercare una convergenza più ampia nella prospettiva che La Malfa aveva indicato e sollecitato e di cui il Mondo si era fatto in qualche modo promotore e sostenitore, di una unità di tutte le forze politiche laiche? Fu per questo che si scelse di denominare il nuovo partito come radicale anziché liberale anche se, per superare le ultime resistenze, si scelse la denominazione iniziale e transitoria di “partito radicale dei liberali e dei democratici”, che l’anno successivo divenne, puramente e semplicemente “partito radicale”. Il motivo del cambiamento stava nella convinzione, comune ai radicali della mia generazione come a quelli della generazione precedente, che la parola liberale fosse ormai una parola usurata, in qualche modo malata, non più utilizzabile da chi volesse trasformare, anche in senso liberale, il paese. Da Salandra a Malagodi quella parola ci appariva come connotata da posizioni di destra fortemente conservatrici o addirittura reazionarie oppure da un opportunismo che induceva a privilegiare sempre e comunque il rapporto con il potere (anche il potere del fascismo nel quale confluì una parte consistente della classe dirigente liberale, che si illuse che esso potesse rappresentare una breve parentesi transitoria).

Nella storia del liberalismo italiano, accanto alla componente centrista cavourriana e giolittiana, era stata sempre presente – da Garibaldi a Cavallotti, da Nathan a Zanardelli a Nitti – nelle maggioranze e a volte all’opposizione, una componente di sinistra radicale. La parola radicale fu riscoperta, se ne rimpossessarono gli uomini della sinistra liberale che la proposero, al di fuori del loro mondo di provenienza, alle altre forze politiche affini, di sinistra democratica : non tanto al partito socialdemocratico di Giuseppe Saragat che in quegli anni fu presto assorbito dal disegno della riunificazione socialista, quanto ai repubblicani di Ugo La Malfa e alle correnti di liberalismo radicale dell’azionismo, del liberalsocialismo, del demolaburismo, che erano rimaste vive anche dopo la scomparsa del Partito d’Azione e avevano trovato un punto d’incontro ne Il Mondo di Pannunzio a cui, accanto a Croce ed Einaudi, avevano collaborato Gaetano Salvemini e Piero Calamandrei, Guido Calogero e Mario Paggi e di cui il principale polemista era diventato in quegli anni Ernesto Rossi, che da Non Mollare a Giustizia e Libertà fino al partito d’Azione era stato uno dei leaders del liberalsocialismo. Proprio nel 1953, al momento dello scontro sulla cosiddetta ‘legge truffa’, si era inoltre costituita – per contrastarla – Unità popolare, un piccolo raggruppamento promosso da Ferruccio Parri e in parte rappresentativo di queste correnti, che si erano collocate negli anni precedenti all’interno del PRI e del PSDI.

Da un certo punto di vista la proposta di unità rivolta alle altre forze politiche laiche e di sinistra democratica si rivelò presto illusoria: Unità popolare si sciolse, in gran parte assorbita dal PSI, in parte dal P.R., il PSDI di Saragat proseguì per la sua strada e lo stesso La Malfa, che era tuttora minoranza nel PRI e lo sarebbe rimasto ancora a lungo, si guardò bene dall’aderire al nuovo partito. Ma la suggestione della proposta politica, che chiamava alla riscossa le forze laiche della sinistra democratica dopo il grave insuccesso elettorale del 1953, insieme all’autorevolezza de Il Mondo, fece sì che, accanto agli uomini della sinistra liberale, confluissero nel nuovo partito una serie di altre personalità di diversa storia e provenienza. Fra i dirigenti del primo partito radicale ricordo, accanto a Pannunzio che ne conservò a lungo una indiscussa leadership, Niccolò Carandini, genero del fondatore del Corriere della Sera Albertini, moderno imprenditore agricolo, primo ambasciatore italiano a Londra nel dopoguerra per consentire di riallacciare con la sua autorevolezza internazionale i rapporti con le potenze occidentali; Leone Cattani che era stato ministro liberale nei governi Parri e  De Gasperi e aveva avuto un ruolo assai discutibile al momento del referendum sulla Repubblica; Mario Ferrara, padre di Giovanni e Maurizio e nonno di Giuliano, avvocato, polemista, editorialista, uomo di grande fascino e di grande capacità oratoria; Mario Paggi che era stato, con la rivista Stato democratico , un importante punto di riferimento per la parte non socialisteggiante del partito d’Azione ed era poi confluito nella sinistra liberale; Arrigo Olivetti, cugino di Adriano e membro del consiglio di amministrazione della Olivetti; Mario Libonati, un noto avvocato civilista e commercialista, l’allora giovane Eugenio Scalfari che aveva cominciato la sua carriera nel mondo bancario e aveva fatto sul Mondo le prime esperienze giornalistiche. C’era poi una generazione intermedia di intellettuali meridionalisti raccolti intorno alla rivista Nord e Sud: Francesco Compagna, che ne era direttore, lo storico Vittorio De Caprariis e Renato Giordano.

Accanto a loro confluirono nel partito Ernesto Rossi e il filosofo Guido Calogero, Leopoldo Piccardi, presidente onorario del Consiglio di stato e grande amministrativista, già ministro del governo Badoglio in rappresentanza della Democrazia del Lavoro di Nitti, che prima di approdare al partito radicale nel 1953 aveva partecipato alla costituzione di Unità popolare;  Vindice Cavallera che era stato con Carlo Ludovico Ragghianti uno dei capi della resistenza toscana e l’ex deputato campano Agostino Preziosi (entrambi prima azionisti e poi socialdemocratici); Mario Boneschi, un avvocato di Milano, che aveva codiretto con Paggi Stato democratico , il filosofo Carlo Antoni che, nonostante l’amicizia con Croce, non si era mai impegnato direttamente in una iniziativa politica. L’adesione più autorevole e significativa fra le personalità di provenienza azionista fu indubbiamente quella di Leo Valiani, che era stato in gioventù comunista, aveva dedicato gran parte delle sua vita all’antifascismo correndo gravi rischi, aveva fatto parte, accanto a Parri, del Comitato di liberazione nazionale in rappresentanza del PdAz ed aveva avuto un ruolo, in quella veste, assai importante nella fase conclusiva della Guerra di liberazione. Intellettuale ed oratore di grande fascino aveva lasciato ogni impegno politico dopo lo scioglimento del PSdAZ per dedicarsi alle ricerche  storiche e alle ricerche economiche del centro studi della Banca Commerciale.

Semplificando si può dire che questo comitato promotore del nuovo partito era composto da tre componenti: una maggioritaria costituita dai dirigenti centrali e periferici della corrente della sinistra liberale e da altri liberali che non avevano accettato la nuova politica di Malagodi  (anche Bruno Villabruna, che non apparteneva alla sinistra liberale e che era stato segretario del PLI, aderì infatti al partito radicale); una seconda, meno consistente ma almeno ai miei occhi assai importante e significativa perché più vicina alle mie convinzioni e simpatie, rappresentata da personalità provenienti dall’esperienza azionista e liberalsocialista o da altri filoni liberali della sinistra democratica italiana; una terza, infine, quella della mia generazione, che si era in parte formata nelle file della Gioventù liberale ma soprattutto nell’esperienza dell’associazionismo studentesco dell’UGI e nella lotta politica universitaria. Accanto a queste tre componenti più politiche ce n’era tuttavia una quarta, che colorava di particolare prestigio il nuovo evento politico almeno agli occhi di quella minoranza del paese che leggeva i giornali e frequentava le librerie: era rappresentata da uno stuolo abbastanza folto di giornalisti, romanzieri, scrittori giovani e meno giovani, docenti universitari, professionisti di grande valore, artisti, pedagogisti, critici. Già negli anni del fascismo, nelle riviste a cui aveva collaborato o che aveva diretto, fra mille condizionamenti e censure Mario Pannunzio era stato uno straordinario organizzatore della cultura liberale che sopravviveva sotterraneamente durante il regime e negli anni della guerra e  un indispensabile punto di riferimento per tanti giovani intellettuali: una funzione questa che riprese e potenziò quando, dopo la breve esperienza di giornalismo militante dell’immediato dopoguerra (soprattutto con la direzione di Risorgimento liberale), si trovò a fondare Il Mondo che non concepì soltanto come un settimanale politico, ma volle farne soprattutto un attento osservatorio dei mutamenti della società italiana anche attraverso i rilevatori sensibili  assicurati dalla cultura e dalla letteratura. Ne nacque una comunità variegata e autorevole di collaboratori tra i quali si formarono molte delle firme più significative del giornalismo italiano dei decenni successivi, ma anche una comunità di sostenitori, di simpatizzanti, di lettori che fecero di quel giornale una esperienza alquanto elitaria ma straordinariamente stimolante e formativa.

Oltre a coloro che ho già richiamato per le loro responsabilità politiche, traggo dalla mia memoria e dal patrimonio dei miei affetti il ricordo di Arrigo Benedetti, che proprio in quegli anni fondò L’Espresso con ambizioni di diffusione assai più larga di quella che riuscì mai ad avere Il Mondo, lo scrittore Manlio Cancogni, il capo redattore Alfredo Mezio, Mario Mafai e Mino Maccari che assicurarono al settimanale il contributo dei loro disegni e delle loro caricature, Nina Ruffini che non  era solo la segretaria di quella redazione ma riusciva anche a trasformarla quasi ogni pomeriggio in un accogliente salotto politico e letterario frequentato da leaders politici e intellettuali. Ed ancora: Andrea Barbato che cominciò con L’Espresso la sua carriera di giornalista, il commediografo e drammaturgo Roberto Mazzucco, padre di Melania, lo psichiatra Giovanni Marchiafava, il grande pediatra Gino Frontali, il pedagogista Lamberto Borghi, il giornalista Giovannino Russo, il grande penalista Achille Battaglia e suo figlio Adolfo. E come collaboratore del Mondo, prima ancora che come radicale, attraverso i suoi articoli, ho conosciuto Angiolo Bandinelli, amico e compagno di una vita.

 

Nei mesi precedenti si era svolto un dibattito sulle colonne de Il Mondo e non tutti coloro che poi vi aderirono si erano mostrati favorevoli alla costituzione di un nuovo partito. In particolare Guido Calogero ed Ernesto Rossi esposero i loro dubbi e proposero altre ipotesi. Calogero sostenne che, anziché formare un partito direttamente impegnato nell’agone politico ed elettorale, sarebbe stato più utile costituire una società politica capace di rivolgersi , con la propria azione nella società e con la propria elaborazione culturale e progettuale, all’intero arco delle forze della sinistra democratica (ai partiti laici che, spregiativamente, erano anche detti “minori” e, in prospettiva, al PSI). L’esempio a cui Calogero faceva riferimento era quello della Società Fabiana che, negli anni trenta e quaranta, aveva gettato le basi del riformismo laburista che trovò poi espressione nei programmi del governo Attlee nel dopoguerra. Qualcosa di simile pensava e proponeva anche Ernesto Rossi, che tuttavia con accenti mazziniani considerava inutile ogni iniziativa e alleanza all’interno degli equilibri politici esistenti e sosteneva invece la necessità di formare le nuove generazioni repubblicane attraverso una iniziativa di tipo programmatico, ideale e politico ma anche e soprattutto attraverso un’azione morale di opposizione intransigente. In parte convergente con queste preoccupazioni fu anche un intervento, che ebbe molta importanza nella mia formazione e sulle mie idee, del filosofo Carlo Antoni che, pur non entrando nel merito della scelta partito sì partito no, invitava tutti a riflettere bene sul significato assai impegnativo che aveva per un partito politico la volontà di  qualificarsi radicale. Antoni ricordava che nella storia, dai fratelli Gracchi in poi, non si erano mai avuti partiti e movimenti radicali che non si legassero e traessero alimento e ragione da grandi questioni sociali. Quale era la questione sociale del proprio tempo a cui il nuovo partito intendeva  legare i propri destini? Intorno a questo interrogativo, a cui nell’immediato tentammo di dare una prima risposta con il rilancio della politica anticoncordataria, sono ruotati poi l’impegno, la sperimentazione, la lotta politica dei radicali della mia generazione.

Le obiezioni e le proposte di Calogero e di Rossi non rimasero del tutto senza conseguenze. Accanto alle esili strutture e agli organi statutari del partito si decise di dar vita a una iniziativa permanente – i Convegni degli Amici del Mondo – che avrebbe dovuto affrontare i grandi problemi politici, economici e istituzionali della società italiana, anche avvalendosi di competenze ed energie intellettuali esterne al partito e promuovere su di essi il confronto e, se possibile, la convergenza con le altre forze politiche. La responsabilità di questa iniziativa fu affidata proprio ad Ernesto Rossi insieme a Leopoldo Piccardi. Entrambi si avvalsero della collaborazione di un grande giurista che non aveva aderito al partito: Tullio Ascarelli, ebreo, antifascista, azionista (con lui detti la mia tesi di laurea in diritto industriale nel 1958)  Gli atti dei Convegni degli amici del Mondo, che si svolsero negli anni successivi, si rileggono ancora oggi con grande interesse perché nel paese dei problemi sempre rinviati e mai risolti essi ci appaiono anticipatori e in qualche caso ancora sorprendentemente attuali.

Gli Amici del Mondo, oltre a rappresentare un rapporto sia pure indiretto fra il partito e l’autorevole settimanale, furono l’unico elemento di novità in termini di teoria e prassi dell’organizzazione e della azione politica. Per il resto il partito radicale ripetè stancamente gli schemi di organizzazione tradizionale e burocratica degli altri partiti (che se poteva avere un senso nei partiti di massa, non ne aveva alcuno per un partito d’opinione che voleva giocare un ruolo di forte innovazione per non dire di rottura nella politica italiana): segreteria collegiale, comitato direttivo, consiglio nazionale destinato a riunirsi assai raramente, sezioni cittadine, labili coordinamenti regionali, congressi ancora più rari con convocazioni dai tempi statutariamente non determinati (in tutta quella fase della storia del partito radicale io ne ricordo soltanto due). Venendo da una esperienza universitaria caratterizzata, sia sul versante laico dell’UGI sia su quello cattolico dell’Intesa, dall’incontro di una variegata e multiforme vita associativa, quel modo vecchio di intendere l’organizzazione politica ci stava assai stretto. Inutilmente tentammo di aprire un dibattito, di prospettare una diversa articolazione organizzativa per circoli e per associazioni anche monotematiche e settoriali, anche nazionali, in qualche modo legati al partito da un vincolo federale. Inutilmente facemmo osservare che se il logo del P.R. come si direbbe oggi era “un partito nuovo per una politica nuova” difficilmente sarebbe potuta nascere una politica nuova da un partito vecchio. In fondo noi pensavamo che si dovesse  sviluppare e portare a ben altre più generali conseguenze la giusta intuizione che si era avuta con la istituzione degli Amici del Mondo e i loro Convegni.

Il partito, che  ebbe, al di fuori delle città medie e grandi, una rada e labile rete territoriale, una segreteria collegiale coordinata da Arrigo Olivetti e un segretario organizzativo (un nostro amico, Sergio Bocca), non credo sia mai riuscito a superare i duemila iscritti.

Sul piano politico si confermò nella politica internazionale un partito occidentale e anticomunista, favorevole al processo di unione europea e all’alleanza atlantica, in politica interna si propose come una forza innovatrice intenzionata a contrastare il prepotere democristiano, a combattere le bardature corporative, a democratizzare la politica abrogando e riformando le leggi e le strutture fasciste conservate ed ereditate dalla DC, a riproporre la questione laica e il superamento del Concordato fra Stato e Chiesa, a liberalizzare l’economia attraverso una intransigente lotta antimonopolistica.

 

Annunci