(Quaderni Radicali n.108 agosto 2012)

 La riscoperta dell’uninominale in zona Cesarini, forse troppo tardi.

 

Dopo il deflagrante risultato delle elezioni amministrative, il quotidiano Repubblica , in un editoriale firmato da Massimo Giannini, si è deciso a prendere posizione a favore del doppio turno alla francese, il sistema elettorale per il quale si espresse a grande maggioranza il congresso costitutivo del PD, che lo presentò solennemente nel proprio programma elettorale salvo poi, quasi subito, vederlo contraddetto e abbandonato dalla sua classe dirigente.

Il giorno dopo anche Europa, uno dei due quotidiani del PD, con un articolo del suo direttore Stefano Menichini, ha preso analoga posizione invitando i democratici a smetterla di rincorrere il centro nella ricerca di un sistema semi-proporzionale un po’ tedesco, un po’ spagnolo, un po’ australiano, perfino un po’ ungherese, in parte uninominale in parte proporzionale, in parte di eletti in parte di nominati, con premio di maggioranza solo al primo partito o ai primi due. Menichini invita il PD a tornare con decisione al doppio turno alla francese, votato dal congresso, anche a rischio di mettere in crisi i precari equilibri attuali, battendosi senza altre esitazioni per la sua approvazione da parte del Parlamento e mette in guardia Bersani dal coltivare l’illusione che si possa andare alle urne con il porcellum nella speranza di addossarne la responsabilità al solo PdL e alla Lega. L’elettorato ha dimostrato di non essere disposto in questi momenti di crisi e di emergenza a fare sconti a nessuno, neppure al PD.

Non bastavano evidentemente i sondaggi, i segni evidenti di scollamento e di sfiducia. E’ stato necessario il risultato elettorale delle amministrative, con il successo per altro ancora contenuto del Movimento 5 Stelle. E’ stato necessario attendere il confronto fra il risultato delle elezioni francesi  e quello delle elezioni greche, per fare quattro conti e capire che i marchingegni escogitati dagli esperti del PD, del PDL e del Terzo Polo (i vari Violante, Calderisi, Quagliariello) avrebbero avuto come probabile conseguenza l’ingovernabilità del paese: ci avrebbero avvicinato pericolosamente alla situazione greca e allontanato da quella francese.

Potremmo dire dunque “benvenuti” a Giannini e a Menichini, a Repubblica e ad Europa, noi che abbiamo promosso da più di un anno la nuova Lega per l’uninominale e che proprio nel doppio turno alla francese avevamo trovato con molti dei centro-sinistra e del centro-destra il punto di incontro da posizioni diverse (quella radicale, come è noto, propendeva e propende per il turno unico). Era un modo per tracciare una linea di resistenza e una posizione alternativa rispetto a pressioni e scelte che sembravano maggioritarie (anche se l’indecisione a tutto regna ovunque sovrana e alla fine è sempre l’inerzia a prevalere). Anche questo modesto luogo d’incontro di parlamentari e intellettuali è stato ritenuto troppo pericoloso e siamo stati inseguiti fino all’interno della Lega per l’Uninominale dalle pressioni a favore del sistema tedesco o spagnolo, a cui sembravano rassegnarsi anche alcuni che con noi ne erano stati promotori. Abbiamo avuto tuttavia la tenacia di non abbandonare, di non farci scoraggiare, abbiamo scelto una linea attendista, fatta di rinvii e di aggiornamenti.

Come è avvenuto per lo scandalo dei sedicenti rimborsi elettorali, anche per la riforma della legge elettorale i fatti sembrano oggi darci ragione. Benvenuti dunque a tutti. Purché non sia troppo tardi. Perché il tempo stringe. Gli Ichino, gli altri che con noi promossero la Lega e i tanti che la pensano come noi dovrebbero prendere atto che non è più tempo di tergiversare, andando appresso ai tatticismi di D’Alema, alle mediazioni di Veltroni, alle aspettative di Casini o di Fini.

Menichini che conosce i suoi polli aveva visto giusto nel mettere in guardia Bersani. Sono passati pochi giorni e D’Alema ha spiegata che “nella malaugurata ipotesi” si dovesse andare a votare con il Porcellum, si dovrebbe scegliere i candidati con il sistema delle primarie. Qualcuno si è chiesto con quali regole visto che il sistema delle primarie “all’italiana” finora sperimentato dal PD si è rivelato assai incerto e fino troppo incerto, contraddittorio ed elastico anche quando si è trattato di eleggere un solo nome (un candidato sindaco, un candidato presidente di regione, il segretario del partito). In genere si dimentica che il sistema delle primarie americane è stato concepito proprio per i sistemi uninominali (elezione del presidente, del governatore, del sindaco, dello sceriffo). Che diverrebbe in un sistema proporzionale come è il Porcellum? Forse semplicemente in alcune regioni la ratifica plebiscitaria della lista dei nominati proposta dal partito, forse in altre un rendimento di conti fra correnti e gruppi di potere interni al PD. D’Alema lo sa benissimo. Hanno ragione coloro che hanno spiegato il suo intervento come un modo di preparare il popolo democratico a questa eventualità: “malauguratamente può accadere” semplicemente significa “si può”, con le primarie o senza. Ha ragione però Menichini. Bersani e D’Alema farebbero bene a non farsi soverchie illusioni sulla rassegnazione dell’elettorato, anche di quello democratico.      

 

Miopia partitocratica e sindrome di autodistruzione

 

Le cronache e i commenti del dopo-elezioni mi hanno richiamato alla mente un episodio abbastanza lontano. Durante la campagna per la raccolta delle firme del primo referendum che prese il nome da Segni ma che fu il prodotto di un’altra Lega per l’Uninominale anche allora promossa da noi radicali (insieme al democristiano Ciccardini e ad alcuni socialisti), fui chiamato a Cuneo per un dibattito con Petruccioli e con De Mita. Petruccioli faceva parte della segreteria di Occhetto, che aveva aderito al referendum. De Mita, che pure non è mai stato uninominalista, aveva deciso per ragioni tattiche di appoggiare la raccolta delle firme.

Il dibattito si svolse a tutto campo sulla situazione politica, economica, sociale, istituzionale. Anche allora come oggi rimasi sorpreso dall’incapacità di due dirigenti politici dei due maggiori partiti italiani di leggere i segni evidenti di logoramento e di crisi degli equilibri politici, su cui si era retta la Repubblica nei decenni precedenti. In un dibattito che per molti versi mi appariva astratto (e nel quale De Mita sembrava voler ridurre il valore del referendum a una mera funzione di sollecitazione e di stimolo nei confronti del Parlamento), mi limitai a ricordare che nel 1990 si erano svolte le elezioni regionali, nelle quali in tutte le regioni del Nord la Lega aveva raggiunto e superato il 10%. Tutti i sondaggi la davano in forte crescita e in espansione anche geografica. Se alle elezioni politiche, come poi puntualmente avvenne, avesse raggiunto il 20% nei suoi luoghi di insediamento, avrebbe portato dai 100 ai 150 deputati in Parlamento. I loro ragionamenti, i loro disegni tattici, che escludevano soprattutto in De Mita ogni riforma radicale, sarebbero stati travolti da cambiamenti che neppure mettevano nel conto.

Mi meravigliò il loro stupore di fronte allo scenario che avevo evocato. Era come se nel dibattito avessi fatto irrompere un aspetto della realtà che avevano preferito rimuovere. Di rimozione in rimozione nel giro di un paio d’anni la DC perse due volte i referendum, dovette affidarsi ai governi di Amato e Ciampi, fu travolta insieme a socialisti e laici da Mani Pulite, dovette fare i conti con la discesa in campo di Berlusconi. E tutto questo non fu sufficiente ai postcomunisti di Occhetto che si affidarono alla ideologia giustizialista e alla “gioiosa macchina da guerra” dell’alleanza con Leoluca Orlando, per vincere le elezioni del ’94.

Oggi siamo già al Governo Monti, alla prima vittoria significativa di Grillo e dei suoi 5 Stelle. La storia si ripresenta e si ripete in forma se possibile ancora più drammatica senza che si intravveda una alternativa, senza che si apra una stagione davvero riformatrice di legalità e di democrazia.

 

Miopia partitocratica e sindrome di autodistruzione (2)

 

La Grecia ci indica a quali abissi possano portare queste due malattie, di cui ha sofferto la partitocrazia greca sia nella sua componente di Nuova Democrazia, che aveva portato con i suoi governi la Grecia al disastro economico sia il Pasok di Papandreu, che aveva tentato la difficile strada del risanamento e che ne ha pagato per questo un gravissimo prezzo politico ed elettorale. Di fronte ai ritardi nelle decisioni, alla politica della lesina e infine alle pesanti condizioni imposte dal memorandum della UE, messi sotto accusa dalle rivolte popolari, entrambi i partiti hanno preferito scegliere la strada delle dimissioni e della fuga dalle proprie responsabilità e convocato nuove elezioni.

La maggioranza degli elettori non si sono recati alle urne, quelli che hanno votato hanno dato la maggioranza relativa alla Nuova Democrazia che tuttavia anche insieme al Pasok non ha avuto i numeri per formare un nuovo governo. Gli elettori hanno in maggioranza premiato un nuovo partito di sinistra estrema, i partiti che si richiamano al comunismo e perfino, per la prima volta, un partito dichiaratamente neonazista.

Il Parlamento così eletto è già stato sciolto e saranno presto riconvocate nuove elezioni. E’ dubbio che un maggiore senso di responsabilità della leadership europea  e di quella greca possa in poca settimane riparare ai guasti provocati dai ritardi, dall’irresponsabilità, dalla paura, dalla fuga dai propri doveri politici.

 

La parabola di Bossi e della Lega

 

Non mi meraviglia la parabola che ha colpito Bossi e la sua Lega Nord. Ricordo il senatùr quando fu eletto per la prima volta a Palazzo Madama nel 1987. Lavorava chiuso in una stanzetta con poca luce. Andava a mangiare con due deputati (mi pare fossero Leoni e Speroni), eletti con lui a Montecitorio, e poi il giovedì sera partiva a battere il territorio, a aprire sezioni, fare comizi, reclutare candidati per le elezioni locali. Senza prosopopea allora accettava il dialogo con noi anche su temi scabrosi su cui eravamo lontanissimi (i terroni, i “froci”, il celodurismo: gli immigrati e la xenofobia non erano ancora un problema). Si rivolgeva a noi per chiederci informazioni e consigli.

Aveva avuto indubbiamente il merito di dare voce e volto alla “questione settentrionale” che non poteva non esplodere in un’Italia che era stata fin troppo meridionalizzata dalla Democrazia Cristiana. Ma la sua cultura istituzionale e politica era abborracciata e approssimativa, il suo federalismo si tramutò presto in separatismo antitaliano e antieuropeo e all’interno di esso in nuovo centralismo non più nazionale ma regionale e padano. Allo stesso modo l’iniziale lotta alla partitocrazia, istituzionalmente e geograficamente individuata solo nella Capitale (Roma ladrona), una volta approdato al governo e al potere si tradusse in una adesione sistematica e capillare alle peggiori degenerazioni partitocratiche (dal finanziamento pubblico alle lottizzazioni, all’occupazione non solo delle istituzioni ma di tutti i posti di potere su cui poteva mettere le mani: dalle banche alla Rai, dalle municipalizzate ad ogni altro carrozzone pubblico). Partito iperstrutturato come un tempo era il PCI, la Lega ha tuttavia condiviso con i partiti padronali e personali che hanno caratterizzato la seconda repubblica la quasi totale assenza di democrazia interna e con tutti gli altri l’elasticità delle regole e degli statuti. I congressi convocati per giugno, annunciati da Maroni, saranno i primi da almeno dieci anni. Uno decideva per tutti, circondato da una ristretta cerchia di fedelissimi. E perché mai Maroni che di questo potere leghista è stato sempre consenziente e partecipe, dovrebbe oggi assicurare e garantire il rinnovamento politico e morale della Lega?

Occorrerebbe indagare sul piano scientifico le ragioni del fenomeno per il quale, senza una reale mutazione democratica, ogni partito che si presenti inizialmente come intransigente oppositore del sistema di potere partitocratico, se non possiede al suo interno potentissimi anticorpi, venga poi puntualmente condizionato, occupato, corrotto nel momento stesso del suo successo politico ed elettorale da quel medesimo sistema di potere. Non mi riferisco solo alla Lega. Il fenomeno riguarda tutti gli altri partiti senza eccezioni, non esclusa l’Italia dei Valori, che partita dal riferimento a “Mani Pulite” ha finito per accattare senza alcun filtro gli scarti della peggiore classe dirigente meridionale. Noi radicali ci siamo in gran parte salvati da questo rischio ma al prezzo durissimo di tagliarci fuori, salvo rarissime eccezioni, dalle rappresentanze e di conseguenza da ogni leva di potere reale regionale e locale e grazie alla consapevolezza della difficoltà di mantenere la propria diversità alternativa quando si è purtroppo costretti a operare in questo sistema.

 

Possono essere Grillo e il Movimento 5 Stelle l’alternativa al Regime?

 

Dopo la vittoria di Parma, Grillo ha parlato di Stalingrado e preconizzato la prossima conquista di Berlino. Certo la città di Parma con gli scandali della sua amministrazione di centro-destra e con la rivolta  organizzata di tanti suoi cittadini era il terreno ideale per questa prova di forza e il candidato sindaco Pizzarotti, con la sua faccia giovane e pulita e il suo parlare semplice e diretto, era l’uomo giusto per rovesciare le previsioni che davano per avorito il candidato del PD.

Grillo ha costituito con la sua rete e il suo guru telematico che l’ha concepita e realizzata, con la sua presenza personale, le sue invettive, i suoi coloriti e affollati comizi, una eccezionale valvola di sfogo per ogni forma di indignazione e per il disagio che attraversa ormai ogni classe sociale e l’elettorato di ogni orientamento politico. Il Movimento 5 Stelle raccoglie  e dà espressione a una vasta partecipazione alla politica di persone e gruppi che si sono aggregati a partire dai problemi locali e dalla concreta realtà del territorio, elaborando e presentando proposte di soluzione a volte interessanti e meritevoli di considerazione, a volte eccessivamente ingenue. Si dice che Grillo è una cosa e i grillini sono un’altra. Anche se in parte è vero, è anche vero che, senza Grillo e la rete del suo guru telematico, i grillini non sarebbero esistiti.

Ma possono Grillo e il Movimento 5 Stelle assicurare una efficace e credibile alternativa democratica al regime partitocratico? Nel chiedermelo non penso tanto ai contenuti del suo discorso politico che ha cavalcato con grande sicumera e grande spregiudicatezza tutti i temi della più facile demagogia e neppure al conflitto che si è subito aperto quando il sindaco Pizzarotti ha mostrato propensione per una nomina a direttore del Comune di Parma di una persona non gradita a Grillo. Non penso neppure al rischio certamente esistente che chi controlla la Rete controlli poi di fatto e anche di diritto l’intero movimento.

No, mi riferisco proprio alla mitizzazione della rete individuata come strumento capace di superare gli strumenti classici della democrazia. La rete può essere uno straordinario collettore di pulsioni individuali, di interessi particolari o corporativi, può essere anche un formidabile strumento di aggregazione intorno a obiettivi specifici o per campagne elettorali e politiche, è più difficile che attraverso di essa si possa organizzare il conflitto sulle grandi questioni di interesse generale e collettivo. Può servire a migliorare l’accesso all’informazione, fornire nuovi strumenti di partecipazione, può integrare e migliorare gli strumenti classici della democrazia, non può sostituirli come si affretta a spiegarci chi come un apprendista stregone sostiene con grande sicumera che ormai – con l’esistenza della Rete – gli strumenti della rappresentanza democratica, a cominciare dal Parlamento, sarebbero ormai superati, inutili, superflui.

L’informatica ed Internet hanno rivoluzionato i sistemi di comunicazione. Di questa rivoluzione che si è diffusa e generalizzata solo negli ultimi decenni, siamo solo agli inizi. Ben venga ogni riflessione e ogni previsione sulle sue possibilità di utilizzazione e di sviluppo, soprattutto al fine di migliorare il funzionamento delle istituzioni e degli strumenti della democrazia. Ma dobbiamo anche vigilare perché l’utilizzazione della Rete anziché favorire l’alternativa democratica, non diventi invece una scorciatoia che, al di fuori di ogni regola e di ogni diritto, renderebbe ancora più inquietante e oscuro il destino della nostra Repubblica.

 

 Dissesto della Giustizia: i magistrati non sono innocenti

 

Qualche mese fa’ la ANM riuscì a bloccare il tentativo in Parlamento di reintrodurre la responsabilità civile diretta dei magistrati per dolo o colpa grave, che nel 1988 era stata votata a schiacciante maggioranza dall’elettorato in un referendum radicale, subito purtroppo contraddetto dal Governo Craxi. Nei giorni scorsi il Governo ha subito rinunciato al tentativo di riformare la responsabilità disciplinare, esercitata con una forma di “giustizia domestica” dal Consiglio Superiore della Magistratura, in maggioranza composto da magistrati. E’ vero che il tentativo non brillava per acume e intelligenza con la sua proposta di affidare la giustizia disciplinare ai membri laici dello stesso CSM (e quindi alla politica). L’ANM si è confermata tuttavia una lobby potentissima, capace come nessun altra di bloccare in Parlamento ogni riforma che possa mettere in discussione il proprio potere. L’azione lobbystica viene giustificata con l’esigenza di garantire l’indipendenza della magistratura ma si dimentica che la norma costituzionale e lo stesso meccanismo di autogoverno del CSM erano finalizzati ad assicurare non l’indipendenza della corporazione ma l’indipendenza del giudice (e cioè di ogni magistrato nell’esercizio della sua funzione) da ogni altro potere, e quindi per avventura anche dal potere associativo dell’ANM e clientelare delle sue correnti. Per eliminare o almeno correggere le peggiori distorsioni corporative avevamo a suo tempo proposto, con un altro referendum, il passaggio dal sistema proporzionale al sistema uninominale anche per l’elezione delle componenti togate del CSM: purtroppo fu bocciato dalla Consulta.

Che esse esistano è tuttavia un dato di fatto. Esistono certamente nell’esercizio della giustizia disciplinare ma esistono anche nelle scelte di coloro che devono essere chiamati a dirigere gli uffici giudiziari. Abbiamo avuto un esempio clamoroso di una di queste distorsioni nei giorni scorsi quando abbiamo appreso che il Presidente del Tribunale di Pistoia, che era riuscito nell’intento di azzerare l’arretrato e di ridurre al minimo le prescrizioni, non era stato confermato nell’incarico. Il motivo? Sembra essere stato quello di aver turbato gli equilibri interni al suo ufficio e di aver preteso ovviare alla scarsa produttività di alcuni magistrati con alcune avocazioni.

I dirigenti dell’ANM e delle sue maggiori correnti sembrano indicare sempre, come unici responsabili del dissesto della Giustizia italiana, il Governo, il Parlamento, le forze politiche. Occorre dire alto e forte che le componenti della magistratura associata (nell’ANM e nel CSM) non sono innocenti. Al contrario, di questo dissesto condividono in gran parte la responsabilità. La ragione è molto semplice, difendono in questo modo il loro potere, un potere improprio per nulla derivante dalla norma costituzionale. Qualche esempio? Il 42% di detenuti in attesa di giudizio  nelle carceri italiane, una percentuale spropositata come ha denunciato nel convegno al Senato del luglio dello scorso anno, alla presenza del Capo dello Stato, lo stesso Primo Presidente della Corte di Cassazione. E’ una forma impropria di esercizio del proprio potere da parte delle Procure, che scomparirebbe o sarebbe molto attenuato se, in aderenza al dettato costituzionale, la media si abbassasse al livello di quella degli altri paesi europei. Un altro esempio è quello delle prescrizioni. Che in assenza di ogni criterio di carattere generale, vengono decise dai singoli uffici giudiziari, arbitri esclusivi dell’esercizio della cosiddetta (impossibile) obbligatorietà dell’azione penale e quindi della scelta fra i processi (e le indagini) che devono essere portati avanti e quelli che devono rimanere al palo, condannati alla prescrizione.

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