Non potevo sottrarmi, nel momento in cui ho deciso di servirmi di questo blog, al dovere di dar conto delle mie posizioni in ordine alle vicende recenti del Partito Radicale e alle per me dolorose polemiche che le hanno accompagnate e che ne sono seguite.

Ho ricevuto varie accuse, l’ultima di Maurizio Turco, secondo il quale io dal 1991 sarei stato assente dalla vita del Partito Radicale e, quando non lo ero, ero solo di passaggio. E’ vero che per un lungo periodo non ho svolto attività militante e non ho avuto responsabilità formali ma è pur vero che sono sempre stato iscritto al Partito, che ho partecipato al comitato costitutivo di Non c’è Pace Senza Giustizia e all’iniziativa per la Corte Penale internazionale per i crimini contro l’umanità. Ed è pur vero che, dall’entrata in scena di Luca Coscioni – come lui stesso riconosce – sono tornato ad assumere responsabilità nel PRNTT, nell’Associazione Luca Coscioni e poi, anche, in Radicali Italiani. Ma evidentemente tutto questo per lui non conta. Non conta neppure la continuità delle iscrizioni annuali. Nella sua visione chiusa e settaria conta solo il ristretto gruppo di coloro che si occupano della gestione del Partito. Per me invece il Partito è una comunità, la comunità di coloro che hanno partecipato o hanno condiviso le sue iniziative: gli iscritti innanzitutto e i sostenitori, ma anche i simpatizzanti e gli elettori. E il patrimonio radicale, del cui controllo si è appropriato insieme a pochi altri, fosse pure per ragioni perfettamente legali, è il prodotto dell’impegno di generazioni di militanti e del finanziamento pubblico di rappresentanze parlamentari elette con liste che di volta in volta si sono chiamate Lista Pannella ma anche Lista Antiproibizionista, Verdi Arcobaleno, Lista Bonino, Rosa nel Pugno, Lista Bonino Pannella.

Pubblico qui tre articoli su queste vicende: il primo, scritto quando era vivo Pannella, non è e non voleva essere una difesa d’ufficio, per altro non richiesta, di Emma Bonino ma la puntuale ricostruzione dei dissensi tra Emma e molti di noi con il gruppo di Turco, dissensi che avevano preceduto di due anni la rottura tra i due leaders radicali; gli altri due, scritti nei due mesi che hanno preceduto il Congresso di Rebibbia.

Mi è stato rimproverato di aver condotto una campagna presso gli iscritti di Radicali Italiani e della Associazione Luca Coscioni per convincere il maggior numero di essi a partecipare al congresso di Rebibbia al solo scopo di conquistare la maggioranza in quel congresso. Chi legge i due articoli scoprirà che la mia preoccupazione e il mio intento era tutt’altro: conquistare un tempo da destinare alla campagna di iscrizioni, accompagnandola con un dibattito rivolto a riempire un vuoto ideale e politico, determinato anche dal fatto che colui dal quale tutti attendevano sempre le soluzioni di ogni problema, non era stato più in grado di darne, per comprensibili e umanissime ragioni. Non avendo conti da regolare, neppure con Turco, ricercavo invece un dialogo per ricostruire una azione comune, quello stesso dialogo che lui intendeva invece troncare sul nascere. La mia proposta che ho sostenuto in quel congresso, coerentemente con i due articoli, era infatti di riconvocare in tempi ragionevoli una seconda sessione del congresso per decidere le sorti del partito e tentarne di salvarne le ragioni e le speranze. La sua risposta è stata invece la sospensione dello statuto, la pretesa di concellare dal partito la maggioranza dei suoi soggetti costituenti, la prospettiva della sua chiusura automatica se non troverà tremila iscritti. Ora si è arrivati alla minaccia di sfratto dalla sede storica di Torre Argentina.

Il risultato di tutto questo è, se non la delegittimazione, certamente l’indebolimento di ogni iniziativa radicale e la contrapposizione settaria non solo di persone che fino a ieri si erano stimate e avevano operato uno a fianco dell’altra ma anche della nonviolenza degli uni contro quella degli altri, dell’antiproibizionismo di questi contro l’antiproibizionismo degli quelli e così via in ogni altro campo, dalla giustizia alle carceri, dai diritti umani ai diritti civili, dall’immigrazione alla lotta contro il ritorno ai nazionalismi e per la difesa e la riconquista dello stato di diritto.

E sullo sfondo la vera causa di tutto questo, la guerra civile che ha deciso da tempo di scatenare contro l’Associazione Luca Coscioni, contro Filomena Gallo e contro Marco Cappato e la rabbia e la frustrazione perché, nonostante il suo accanimento, la Associazione, nel nome di Luca Coscioni e di Piergiorgio Welby, continua a trovare il sostegno dei suoi iscritti, dei suoi sostenitori, dei suoi ricercatori e scienziati, dei suoi malati e ad ottenere risultati significativi nella sua azione e nelle sue lotte politiche, proprio come voleva Luca, arrivando “dal corpo dei malati al cuore della politica”. Il tutto, per lui, aggravato dalla tenuta di Radicali Italiani e dal fallimento dei tentativi di mettere in campo, insieme ad altri, nuovi soggetti politici radicali.

 

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