(Prefazione al libro di M.Gauchet, La democrazia da una crisi all’altra, Ipermedium libri. 2009)

Marcel Gauchet è un pensatore a cui siamo debitori di opere (in particolare Le désenchantement du monde e La Religion dans la democratie) che hanno analizzato in ogni suo aspetto e descritto in maniera convincente e, per quanto possibile nel pensiero filosofico, esauriente uno dei momenti fondanti – forse il più importante – della modernità. La cui caratteristica è individuata nel passaggio dall’eteronomia, che ha caratterizzato e dominato la quasi totalità della storia umana, (quando la fonte della legge era la religione e l’organizzazione sociale e politica trovava il suo fondamento in principi, valori e norme estranei all’uomo e alla sua possibilità di determinazione), all’autonomia con la quale invece, nel corso di un processo lungo e contrastato verificatosi negli ultimi cinque o sei secoli, gli uomini hanno rivendicato e conquistato il diritto all’autodeterminazione e all’autorganizzazione dei loro ordinamenti politici e sociali. Questo mutamento, anche se ne è una causa e ne costituisce il presupposto, non può essere identificato automaticamente con il processo di laicizzazione e di secolarizzazione e, a maggior ragione, con il regime di separazione tra politica e religione, fra Stato e Chiesa. Anche nel passato ci sono stati infatti, soprattutto nel mondo occidentale, scontri fra potere religioso e potere politico, ma lo scontro avveniva all’interno di una comune visione eteronoma e ciascuno dei poteri in conflitto riteneva comunque che la fonte della propria legittimità fosse di origine divina e comunque esterna e antecedente all’ordinamento umano.

L’ordinamento democratico della società, che garantisce la libertà degli individui e l’autogoverno collettivo dello Stato, è stato negli ultimi due o tre secoli il prodotto più importante e significativo dell’autonomia, che prima di essere una conquista politica è stata una profonda trasformazione culturale e psicologica della coscienza umana, sviluppatasi attraverso la Riforma religiosa e le guerre di religione, poi attraverso la diffusione dell’illuminismo, la pacifica rivoluzione inglese della fine del Seicento, le rivoluzioni americana e francese della fine del Settecento, infine attraverso il confronto vittorioso con i tentativi di restaurazione del vecchio ordine nell’Ottocento e con i totalitarismi nazifascista e comunista del novecento.

Marcel Gauchet in questo breve saggio fa il punto sulla situazione della democrazia nell’attuale periodo storico in cui un’autonomia ormai trionfante sembra dispiegare pienamente i suoi effetti, non solo nel mondo occidentale, ma proiettando la sua influenza e provocando contraccolpi anche nel resto del mondo.

La tesi dell’Autore è che la democrazia, uscita felicemente vittoriosa dal confronto con i totalitarismi del secolo scorso (a costo – è opportuno ricordare – di una guerra mondiale con il nazifascismo e di una lunga deterrenza militare nei confronti del mondo comunista), ha saputo trasformare quella crisi, grazie alle riforme politiche e sociali intervenute nel periodo dagli anni ’40 agli anni ’80, in una crisi di crescita che l’ha rafforzata e consolidata. Grazie a questa crescita le democrazie hanno imparato a governare sia il loro sviluppo civile, economico e sociale sia uno sviluppo relativamente pacifico dei rapporti internazionali che si è tradotto in una espansione della democrazia. Ora però, proprio nel momento in cui conosce la sua massima espansione, la democrazia è insidiata da una nuova crisi che mette a rischio le proprie capacità di governo e quindi la sua stessa sopravvivenza. La minaccia questa volta non viene dall’esterno ma dall’interno stesso del sistema democratico, dallo squilibrio che si è verificato fra i fattori che presiedono e dovrebbero garantire l’attualizzazione dei fondamenti stessi della democrazia.. Questa crisi può dar luogo a una nuova fase di crescita democratica, come è avvenuto dopo le sconfitte dei totalitarismi, ma può anche portare – se non si conquista una nuovo equilibrio – a una metamorfosi dagli esiti non prevedibili e comunque non democratici.

Secondo Gauchet, la democrazia liberale avrebbe registrato negli ultimi due decenni uno sbilanciamento a favore del liberalismo (inteso come insieme dei diritti di libertà degli individui, quello che chiamiamo Stato di diritto) e in danno della capacità (e legittimità) di governo della e delle democrazie. Responsabili di questo sbilanciamento sono stati da una parte lo sviluppo della libertà economica con la sua pretesa di autoregolare la società e ridurre al minimo il ruolo della politica e, dall’altra, il ruolo e l’importanza assunta dalla democrazia dei diritti umani: due aspetti di questo sbilanciamento di cui è difficile dire quale sia prevalente ma che si sostengono e si alimentano a vicenda. In forza di questo sbilanciamento si sarebbe verificato il passaggio da un liberalismo democratico a una democrazia liberale, trasformando il concetto originario di democrazia da sistema di autogoverno collettivo in un sistema di salvaguardia delle libertà. Uno spostamento della sovranità dal popolo all’individuo.

Dei tre vettori che hanno consentito il passaggio dall’eteronomia all’autonomia (la politica, il diritto, la storia) il diritto ha assunto una netta prevalenza: da una parte ha svuotato il ruolo della politica, subordinando lo Stato ai diritti individuali e alla società civile e, dall’altra, ha sminuito il valore della storia, annullando il legame con il passato e rendendo impossibile progettare il futuro.

Gauchet ha il merito di affrontare in questo saggio un problema drammaticamente reale – la crisi latente della democrazia e il rischio di ingovernabilità dei nuovi fenomeni e dei profondi e rapidi cambiamenti sociali che caratterizzano la nostra epoca (“l’accelerazione della storia”) – costringendoci ad affrontarlo e a discuterlo.

Meno convincente – a mio giudizio – è invece l’indicazione delle cause che l’avrebbero determinata. È importante discuterne perché da una loro corretta individuazione dipendono in larga misura i possibili rimedi e le scelte che bisogna compiere per uscire dalla crisi.

Tralasciando per un attimo le considerazioni sulle libertà economiche e sulla crisi finanziaria che ha investito l’economia mondiale (di cui l’Autore si occupa soprattutto nella postfazione scritta per l’edizione italiana dopo l’esplosione della crisi finanzia del 2008), occorre chiedersi se è davvero un eccesso di liberalismo a mettere in crisi la democrazia o se non esista invece il rischio opposto di una democrazia che, privata degli argini e dei contrappesi dello Stato di diritto, possa limitare o addirittura cancellare, in tutto o in parte, la libertà politica e le libertà individuali. Guardando a ciò che accade nel mondo è davvero difficile riscontrare questo trionfale avanzamento dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Gran parte dei paesi membri delle Nazioni Unite, non solo comunisti e islamisti, negano radicalmente sia gli uni che le altre. Tra i paesi recentemente approdati alla democrazia dopo la caduta del muro di Berlino, la Russia e gli stati eurasiatici dell’ex impero sovietico, sono democrazie solo nominali, che conservano il vecchio apparato autocratico. E anche in molti paesi occidentali non sempre libertà e diritti umani godono buona salute.

Cosa intendiamo per diritti umani? Sono i diritti fondamentali che avvertiamo comuni a tutti gli uomini e che per questo siamo soliti definire diritti naturali (anche se si tratta in realtà di diritti storicamente determinati proprio nel perfezionarsi del passaggio storico dalla eteronomia alla autonomia). Libertà di pensiero, di associazione, di espressione, di informazione, di religione, libertà di disporre della propria vita, uguaglianza davanti alla legge, diritto all’habeas corpus e ad un giusto processo. Sono davvero essi che insidiano, limitano o impediscono il governo democratico della società?

E senza di essi cosa sarebbe la democrazia?

È vero che in questo stadio di sviluppo del capitalismo e di diffusione delle nuove tecnologie, il processo di individualizzazione (l’affermazione dell’“individuo di diritto”, come lo definisce Gauchet), ha avuto evoluzioni che perfino stati totalitari come la Cina o l’Iran faticano a tenere sotto controllo (basta pensare ad internet). È vero che esso condiziona e influenza le capacità di governo degli stati, ma le nuove forme della democrazia – a meno davvero di non volersi autodistruggere – non possono prescinderne. Governare democraticamente oggi significa governare questi fenomeni.

Se si guarda ai rapporti fra società civile e Stato, ci si rende conto che i veri ostacoli al governo democratico non derivano dai diritti umani, o più in generale dall’esercizio dei diritti individuali, quanto piuttosto da fenomeni collettivi che utilizzano certo le nuove possibilità di comunicazione e di organizzazione offerte agli individui e tuttavia sono espressione di interessi particolari, corporativi o territoriali (la difesa delle prerogative e dei privilegi di alcune categorie, l’azione di lobby rivolta a condizionare le scelte dei governi e dei parlamenti in favore di grandi interessi economici, l’opposizione di alcune comunità a consentire nel proprio territorio alcune opere pubbliche).

Gauchet coglie la contraddizione fra l’universalità dei diritti umani e la loro attualizzazione avvenuta attraverso il necessario incardinamento negli ordinamenti giuridici dei singoli stati nazionali. Questa universalità, che si è gradualmente estesa alla generalità dei cittadini degli stati democratici, riguardando contemporaneamente tutti gli esseri umani, ha superato e almeno tendenzialmente sovrasta i confini della loro rispettive sovranità. Così come non si può guardare con nostalgia al tempo relativamente lontano in cui essi erano – prima del suffragio universale – privilegio di ristrette minoranze e venivano tanto solennemente proclamati quanto di fatto resi inoperanti, così non si può pretendere di ricondurli oggi sotto l’arbitrio esclusivo della sovranità nazionale, unica responsabile della loro attuazione, dei loro limiti e della loro eventuale negazione. Se uno stato può “democraticamente” limitare o addirittura negare i diritti umani, esso si pone sullo stesso piano degli stati non democratici e quindi li legittima. In questa logica avrebbero poco senso gli strumenti di sindacato e giudiziari concepiti dalla comunità internazionale che, sia pure con molti limiti e contraddizioni, stabiliscono in qualche misura un diritto di ingerenza almeno per quanto riguarda i crimini più gravi contro l’umanità: .

Naturalmente Gauchet ha ragione nel denunciare l’indebolimento della politica e la sua diminuita capacità di governare i problemi del nostro tempo e di guidare i processi storici di cambiamento. Ma la responsabilità non è del diritto che con la sua rigidità avrebbe reso impossibile l’esercizio della discrezionalità della politica e schiacciato la dimensione storica. Esso infatti condivide con gli altri due “vettori dell’autonomia” (la politica, la storia), come li definisce l’Autore, la stessa inadeguatezza a com-prendere e a dominare i fenomeni che caratterizzano il nostro tempo e che, per dimensione e rapidità, in altre epoche si sarebbero definiti biblici. Nuovi soggetti, fino a ieri costretti in una condizione di minorità e di sottosviluppo, sono prepotentemente entrati ormai sulla scena internazionale, ridisegnando gli equilibri di potenza e divenendo protagonisti della vita economica e finanziaria, dell’industria manifatturiera e del commercio mondiale. Le nuove tecnologie della comunicazione istantanea hanno ormai annullato tempi e distanze. Masse innumerevoli di persone escluse dal benessere si riversano dal sud del mondo verso i paesi che finora ne avevano detenuto il monopolio. L’affermarsi in gran parte dell’Islam del fondamentalismo ha prodotto, nella sua forma estrema, una gravissima forma di terrorismo, che ha lasciato ovunque nel mondo una lunga scia di sangue. Sono le diverse manifestazioni di quella che chiamiamo globalizzazione. La liberalizzazione degli scambi, negoziata con difficoltà ma con continuità nel corso degli ultimi tre decenni, ha sicuramente contribuito ad accelerarla, ma sarebbe stato comunque difficile se non impossibile rallentarla e impedirla perché non era pensabile mantenere nell’arretratezza interi continenti che fino a poco tempo fa erano soggetti al dominio coloniale e post coloniale delle potenze occidentali.

Se gli unici attori della politica rimangono gli stati nazionali, essi appaiono troppo piccoli rispetto alla grandezza di questi scenari e inadeguati ad esercitarvi in maniera efficace la loro sovranità. La sproporzione riguarda tutti gli stati ma le grandi potenze continentali o subcontinentali, rispetto ai paesi piccoli e medi, appaiono maggiormente in grado di contenerla e affrontarla e, tra di esse in particolare, i grandi stati a ordinamento federale (Stati Uniti, India, Brasile, Messico) alcuni dei quali a carattere multietnico e multireligioso.

La vera crisi della democrazia è proprio, a mio avviso, in questa sproporzione dello Stato democratico rispetto alla dimensione internazionale e transnazionale dei fenomeni, dei processi, dei mutamenti non solo economici e sociali ma anche antropologici della nostra epoca che chiedono di essere previsti, incanalati e indirizzati verso sbocchi accettabili, governati anche nei nuovi squilibri e conflitti che inevitabilmente essi provocano. Né per questo possono bastare gli accordi intergovernativi dei vari G8 o G20 che pure, ammaestrati dall’esperienza catastrofica degli anni ’30 e avvalendosi degli strumenti creati nel dopoguerra, hanno oggi forse la possibilità di poter affrontare con maggiori speranze di successo la attuale crisi economica e finanziaria.

Per superare questa sproporzione, per porre rimedio a questa sua nuova crisi la democrazia deve immaginare e creare un livello di governo che, senza negare, comprenda e superi gli stati nazionali con l’attribuzione di poteri circoscritti ad alcune grandi questioni comuni e l’imputazione di responsabilità specifiche a cui corrispondano reali controlli democratici. Si tratterebbe di riprendere e sviluppare fino alle sue logiche conseguenze il progetto di comunità sopranazionale che in Europa occidentale fu immaginato e promosso da alcuni grandi statisti negli anni ’50 e che si è poi tradotto, con il trattato di Maastricht negli anni ’80 nell’attuale Unione europea con l’elezione diretta del Parlamento europeo e la creazione della moneta unica e dell’eurozona. Sia sul piano internazionale sia sul piano europeo invece di andare avanti siamo purtroppo tornati indietro verso rapporti solo intergovernativi, che sembrano paralizzare e rendere ininfluente la stessa Unione europea.

È in questo il vero punto di dissenso con Gauchet perché tutta la sua argomentazione, quando tratta del governo collettivo, si muove esclusivamente nell’orizzonte dello stato nazionale “troppo frettolosamente – come ha scritto – dato per superato”. Attenzione però. Se è vero che la politica è dovuta intervenire con decisioni immediate e gravi, concordate tra gli stati, per rimediare ai dissesti provocato da un mercato fuori controllo, occorre evitare che si ripetano gli errori del passato quando la gelosa sovranità degli stati con il protezionismo statale trasformò la recessione del ’29 nella grande depressione degli anni ’30 che il mondo intero pagò prima con l’impoverimento e la stagnazione e poi con il rafforzamento del totalitarismo e con la catastrofe bellica.

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