E’ morto nei giorni scorsi a Pescara, all’età di settantasette anni Luigi Del Gatto, un vecchio e caro compagno, la cui vita è stata caratterizzata da una lunga militanza radicale, almeno da quando nel 1961 era tornato in Italia da Berkeley presso la cui università aveva ottenuto un contratto di ricercatore dopo la laurea in medicina conseguita a Bari nel 1955. Medico endocrinologo, specializzato in medicina nucleare e in biologia molecolare, ricercatore a Londra dal 73 al 75, Del Gatto ha esercitato la sua professione a San Benedetto del Tronto, a Roma presso il policlinico Gemelli, la clinica Moscati, l’American Hospital, il centro Artemisia, e a Pescara, dove alla fine degli anni 70 fissò la sua residenza definitiva, presso la clinica Stella Maris.
Padre di cinque figli, era un uomo di grande generosità e umanità, non solo nella sua vita familiare e professionale. Di idee profondamente libertarie partecipò attivamente alla lotte dei diritti civili degli anni 60 e 70. La sua professione di medico e di uomo di scienza si è intrecciata a volte con le iniziative e le campagne radicali in tutti quei casi – dalla liberalizzazione dell’aborto all’antiproibizionismo, dalla fecondazione assistita alla libertà di ricerca – in cui la politica investiva problemi fondamentali della vita e della salute. Come medico e come cittadino, non solo come militante politico, ha sempre posto al centro del suo impegno la difesa e l’affermazione della libertà, della dignità, dell’autodeterminazione della persona.
Fu uno dei fondatori del Cora (Comitato radicale antiproibizionista) e della LIA (lega internazionale antiproibizionista). Nel 1980 annunciò pubblicamente la volontà di avvalersi, con una interpretazione estensiva, di una norma che rendeva possibile ai medici prescrivere morfina ai tossicodipendenti. Lo fece alla luce del sole per molti mesi, chiarendo che non si trattava ai suoi occhi di disubbidienza civile ma di applicazione di una norma nell’esercizio della sua professione medica. Due anni dopo, se non ricordo male, nel 1982, un procuratore della Repubblica decise di incriminarlo. Fu arrestato e negli anni successivi dovette subire un processo. Nel 1986, in primo grado, fu assolto sia pure per insufficienza di prove. Evidentemente i giudici si arrestarono di fronte alla applicazione al suo caso di norme penali previste per i trafficanti e gli spacciatori. In secondo grado fu invece condannato ad oltre due anni ma il riconoscimento dei particolari motivi di valore sociale e morale gli consentì di evitare la reclusione. Non fu mai sospeso dall’esercizio della professione medica e non ebbe la sospensione dei diritti politici (come parzialmente avvenne più tardi, con le nuove leggi, per Marco Pannella, Rita Bernardini, Sergio Stanzani ed altri militanti radicali che, per la loro disubbidienza civile, si videro precluso l’elettorato passivo nelle elezioni amministrative e regionali). Ciò gli consentì di candidarsi più volte come radicale. Alla fine degli anni 80 fu consigliere regionale dell’Abruzzo, eletto in una lista civica verde, radicale, antiproibizionista. Nel 2000, quando era già colpito dalla malattia che ora l’ha condotto alla morte, fu candidato della lista Bonino alla Presidenza della Regione.
La sua attività e la sua presenza nella vita del Partito e delle associazioni radicali fu, a partire degli anni 60, intermittente ma costante, interrotta solo negli ultimi anni dalla malattia. Cercando nell’archivio radicale, ho trovato una sua relazione, redatta insieme a Carlo Oliva, per la commissione costituita nel 1967 per redigere un progetto di statuto radicale e presieduta da Sergio Stanzani. Era una relazione sul modello di partito, un modello di partito federale e non centralistico, libertario e non disciplinare, laico e non dogmatico ed ideologico da contrapporre al modello di partito tradizionale. Un problema con cui non solo la galassia radicale ma l’intera politica italiana si trovano tuttora fare i conti.

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