Quando mi iscrissi all’Università nel 1953 l’UGI era da alcuni anni un fatto politico rilevante, non solo all’interno dell’Università. La circostanza che fosse nata  non su impulso o come proiezione organizzativa di qualche partito ma dal convergere di energie eterogenee e dall’incontro nelle tradizionali associazioni goliardiche di giovani qualunquisti e festaioli e di altri che intendevano far giocare a quelle associazioni anche un ruolo politico nell’Università, la rendeva un fenomeno assolutamente originale e autonomo su cui si appuntò presto l’attenzione della stampa e delle classi dirigenti dei partiti laici.

Questo non sarebbe stato forse possibile se il fascismo negli anni del consenso non avesse combattuto e represso le associazioni goliardiche e le loro tradizionali manifestazioni, la principale delle quali era, all’inizio dell’anno scolastico, la festa della matricola. La goliardia, con le sue trasgressioni e la sua visione scanzonata della vita e dei rapporti umani, i suoi scherzi e i suoi lazzi che non risparmiavano nessun potere, la sua irriverenza anche religiosa ai limiti spesso della blasfemia, la sua sregolatezza, era in qualche modo avvertita come incompatibile con l’ordine totalitario che il regime intendeva imporre al paese. Dal loro punto di vista i fascisti non avevano torto. Tradizionalmente la Goliardia era nata già in secoli lontani dallo sradicamento di studenti che lasciavano i loro paesi e le loro famiglie per recarsi a studiare nelle Università. Ancora oggi, a Spaccanapoli, la bella strada dove ha sede Palazzo Filomarino, la casa dove è vissuto Benedetto Croce, si può leggere una scritta apposta su una lapide: “In questa strada è vietato locare a prostitute, soldati e studenti”. Gli studenti al pari di  prostitute e  soldati erano avvertiti come sradicati , venuti da fuori, a turbare l’ordine e la normalità dei residenti. Non solo nella Napoli dei Borboni. Anche nell’Italia fascista questa “anormalità” se non poteva essere allontanata dalle strade dei possidenti e dei gentiluomini, doveva essere “normalizzata”, irreggimentata nei GUF, nelle strutture paramilitari del PNF, nei sabati fascisti e i migliori talenti di questa gioventù normalizzata dovevano essere incanalati attraverso i Littoriali, un agone letterario e culturale fortemente voluto dal ministro Bottai per registrare, promuovere e mantenere all’interno del regime i nuovi fermenti e le nuove sensibilità della società civile e le giovani intelligenze che se ne facevano interpreti.

Le associazioni goliardiche rinacquero dunque quasi naturalmente alla fine del fascismo. Ma era impossibile ricreare il clima di un mondo che non c’era più. Quella spensieratezza goliardica doveva essere riconquistata, strappata alle difficili condizioni del dopoguerra da parte di una generazione che aveva conosciuto la durezza della guerra e che poi era immersa e circondata dalla politica di quegli anni : la ricostruzione, la Costituente, le grandi scelte fra monarchia e repubblica, fra democrazia e comunismo. Le associazioni goliardiche soprattutto al centro e al nord non nascono dunque estranee alla politica anche se si oppongono da subito all’invadenza dei partiti nella vita studentesca e nelle Università. L’appello alla autonomia studentesca rispetto ai partiti e alle loro organizzazioni giovanili prende una strada diversa da quella, pura e semplice, dell’antipolitica per merito di un gruppo di universitari dell’associazione goliardica di Bologna. Ne ricordo solo alcuni (Guido Rossi, Franco Roccella e Sergio Stanzani). Quando il ministero della Pubblica istruzione, il Parlamento, i partiti sostituiscono le vecchie organizzazioni studentesche del fascismo con forme di rappresentanza democratica e organismi elettivi, questo gruppo di studenti decide di rifiutare la scelta apolitica  della autoesclusione e definisce un manifesto politico (“Goliardia è cultura e intelligenza….”) in cui si riconosceranno la stragrande maggioranza delle altre associazioni goliardiche. Depurato della retorica goliardica e giovanilistica, quella definizione programmatica di goliardia disegnava i lineamenti allo stato nascente di un movimento di impronta fortemente laica, liberaldemocratica, antifascista, anticlericale e anticomunista. Naturalmente questa linea non passò senza uno scontro interno contro la parte della base che non accettava l’impegno diretto delle associazioni nella politica, ma la piattaforma della autonomia universitaria (“fuori i partiti dall’Università”) si rivelò forte e vincente e portò quasi ovunque le associazioni goliardiche a impegnarsi direttamente nelle elezioni degli organismi rappresentativi studenteschi in aperta contesa con le organizzazioni giovanili dei partiti politici. E quasi ovunque, se si esclude l’Università di Roma e qualche Ateneo del mezzogiorno, le associazioni goliardiche ottennero un grande successo, conseguendo in molte università maggioranze relative e in alcuni casi maggioranze assolute. Non fu un fenomeno passeggero come furono nella politica nazionale il movimento di Finocchiaro Aprile e l’Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini (non a caso fenomeni soprattutto meridionali). L’UGI e l’UNURI durarono oltre venti anni, dalla fine degli anni quaranta fino all’esplosione del movimento studentesco alla fine degli anni sessanta, L’autonomia universitaria fu una rivendicazione politica e non corporativa. Nacque dagli organismi rappresentativi dei diversi atenei una loro federazione, l’Unione nazionale rappresentativa universitaria italiana. Il successo dell’UGI, costituita dalle associazioni goliardiche e rappresentata e diretta da un Consiglio della Goliardia, ebbe una forte influenza anche nel mondo cattolico che non fu rappresentato nelle Università dai gruppi giovanili democristiani ma dall’Intesa che raggruppava, oltre ai giovani democristiani, tutte le formazioni dell’associazionismo cattolico, dalla FUCI ai focolarini, dall’Azione cattolica ad altre formazioni ecclesiali.

 

 

 

 

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