(Quaderni Radicali)

 Le pretese novità di Renzi e la retorica dell’ “ultima chance”

 

Sulla formazione del Governo Renzi e sui fatti che l’hanno preceduta è stato detto e scritto tutto. Il sindaco di Firenze è un misto di presunzione, ambizione e spregiudicatezza, sorrette dal mito della velocità come automatica risolutrice di ogni problema e dalla retorica dell’ultima chance che con il suo governo sarebbe stata concessa all’Italia. La velocità non può tuttavia prescindere dai contenuti programmatici e dalla loro efficacia. E la retorica dell’ultima chance sembra soprattutto  rivolta a condizionare in generale il Parlamento e in particolare gli alleati di governo e lo stesso PD attraverso la minaccia di elezioni in caso di insuccesso.

Tutti – amici ed avversari – sono in attesa di conoscere come e dove troverà le risorse per finanziare i provvedimenti annunciati: piano di interventi straordinari per la Scuola, incentivi per favorire l’occupazione giovanile, diminuzione  del costo del lavoro attraverso un intervento finanziario e una corrispondente riduzione del Cuneo fiscale del valore di 10 miliardi, accelerazione attraverso il pagamento immediato di tutti i debiti   residui della P.A. ricorrendo al supporto e alle garanzie della Cassa Depositi e Prestiti, piano di intervento straordinario per il Lavoro (il cosiddetto Jobs Act) : obiettivi tutti sacrosanti e urgenti e condizioni necessarie per assicurare e sostenere una crescita non effimera della nostra economia, per i quali tuttavia sono stati quantificati almeno 70 miliardi di euro.

Allo stesso modo, per la riforma elettorale e le riforme costituzionali, si attende di sapere se e come funzionerà l’equilibrismo renziano della doppia maggioranza (senza Forza Italia per il programma di governo e con Forza Italia per le riforme).

Accanto ai molti difetti ostentati come qualità e alle poche qualità non esenti da difetti, a Renzi si poteva tuttavia far credito di una certa volontà riformatrice e perfino liberalizzatrice. Alcune scelte nella formazione del Governo sembrano tuttavia contraddire questa volontà: la scelta della Signora Guidi al ministero dello sviluppo economico e di Poletti a quello del Lavoro sembrano piuttosto corrispondere alla esigenza di rassicurare gli interessi consolidati di alcuni settori del mondo industriale, del mondo cooperativo e del terzo settore (onlus, no profit e volontariato) e quindi, almeno fino a prova contraria smentire questa immagine che il Sindaco di Firenze aveva finora voluto dare di sé.

Per il resto era tutto prevedibile. Doveva dare l’impressione di una radicale novità, e attraverso di essa assicurare ministre e ministri che non dessero ombra con la loro esperienza e la loro autorevolezza al Presidente del Consiglio, con la sola eccezione  (anche per i consigli e forse le insistenze di Napolitano) del ministero dell’economia che ha dovuto affidare a una personalità come Padoan, conosciuto nell’UE e nelle istituzioni economiche e monetarie internazionali. Ne ha fatto invece le spese Emma Bonino che Renzi ha temuto evidentemente  potesse in qualche modo frapporsi, con il suo prestigio e le sue conoscenze, ai propri rapporti con l’UE soprattutto durante il semestre di presidenza italiana e più in generale alle sue relazioni internazionali.

Al netto di queste osservazioni e di queste riserve, c’è tuttavia da augurarsi e da augurargli  che i suoi sforzi vadano a buon fine. Lo consiglia la situazione del paese, che rimane gravemente critica, e la delicatezza della situazione politica e sociale. Speriamo nonostante tutto che di questa disposizione di attesa fiduciosa e di positiva speranza, diffusa fra l’opinione pubblica, Renzi e il suo governo sappiano fare buon uso.

 

Politica e giornalismo tra rimozioni, smemoratezza e ingratitudine       

 

Nei confronti dei due governi che hanno preceduto l’attuale, non solo la maggior parte degli uomini politici ma anche molti commentatori dei più autorevoli giornali hanno peccato di grave ingenerosità. E’ come se avessero dimenticato, addirittura cancellato dalla loro mente le condizioni politiche ed economiche con cui l’Italia dovette fare i conti al momento della formazione del Governo tecnico presieduto dal Sen. Monti, quando i mercati e non solo essi erano convinti che l’Italia potesse fare la fine della Grecia e, a causa del suo diverso peso, trascinare nella sua anche la crisi dell’euro e della stessa Unione Europea. Cosa sarebbe accaduto se il Governo Monti non avesse varato quella riforma delle pensioni,  continuamente rimandata nelle precedenti legislature e da diverse e opposte maggioranze (quando avrebbe potuto essere attuata in forma graduale e meno dolorosa), e cosa sarebbe avvenuto se non avesse sottoposto i conti pubblici a una cura da cavallo, certamente costosa, certamente recessiva ma non per questo meno necessaria? Oggi invece si preferisce metter l’accento sui limiti del Governo Monti, dimenticando che quel governo non disponeva di una maggioranza propria, ma dipendeva dagli stessi partiti a cui Napolitano aveva affidato il compito, il dovere, l’obbligo della riforma del sistema elettorale che si guardarono bene dall’effettuare.  O addirittura si tenta di accreditare la tesi che quel Governo sia stato l’esito di una congiura, da tempo ordita ai danni di Berlusconi. Che a sostenerlo sia un uomo politico disinvolto come il capogruppo di FI, Brunetta, può non stupire. Stupisce invece che a questo possa essersi prestato il maggior quotidiano italiano che ha lanciato in prima pagina l’anticipazione di un libro di quel Alan Friedman che alla fine degli anni 80 si mobilitò per contrapporre a Gianni Agnelli le figure di altri protagonisti del neocapitalismo italiano: i Gardini, i De Benedetti, i Berlusconi, il primo finito suicida, il secondo che, a parte la sua fortunata avventura editoriale, non ne ha azzeccata una ed oggi è ai limiti del crack finanziario, il terzo che per non soccombere come imprenditore ha dovuto scendere in politica.

Non diverso atteggiamento è stato riservato ad Enrico Letta e al suo Governo a cui soprattutto dopo l’uscita dalla maggioranza di Forza Italia è stato rimproverato un eccesso di inerzia e timidezza nel proporre un progetto di impegni programmatici destinati ad accelerare e sostenere la ripresa economica. Come se Letta negli ultimi mesi non avesse dovuto fare i conti con le ambiguità, le critiche, i continui rinvii imposti da Matteo Renzi. Quando poi si  è deciso a presentare il “piano per l’Italia”, che prima era stato obbligato a tenere in un cassetto, gli si è rimproverato di elencare i problemi senza tuttavia indicarne tempi di attuazione e risorse. Poi si è visto che  nel programma esposto a braccio al Senato e alla Camera lo stesso difetto poteva essere addebitato al suo successore (non si faccia l’errore di scambiare i tempi di attuazione con quelli di presentazione dei progetti, indicati da Renzi in ciascuno dei primi quattro mesi del suo governo). La connotazione positiva di “governo politico” viene contrapposta alla connotazione  negativa di “governo di emergenza” come se il governo Letta non fosse nato da una oggettiva e grave condizione di emergenza. Anche qui si preferisce la rimozione e la smemoratezza. Vengono cancellati i giorni concitati di inizio legislatura: la mancanza di un vincitore, l’ingresso del “terzo incomodo” rappresentato dal Movimento dei cinque stelle, l’impossibilità di eleggere il nuovo presidente della Repubblica, l’appello di Berlusconi e di Bersani a Napolitano perché acconsentisse a farsi rieleggere, le condizioni poste da Napolitano per accettare, desumibili dal successivo discorso  pronunciato davanti al Parlamento, il fallimento del tentativo di Bersani e l’incarico a Letta per la formazione di un governo di “larghe intese”.

Infine se ora un “governo politico” si è potuto formare qualche merito gli dovrà essere riconosciuto, visto che la maggioranza di cui dispone oggi Renzi è la stessa che proprio a Letta votò la fiducia dopo l’uscita di Forza Italia e la costituzione del Nuovo Centro Destra.

 

Si fa presto a dire “Spending review”                    

 

Ci sono solo due modi per reperire le risorse necessarie per far fronte agli impegnativi interventi annunciati dal nuovo Presidente del Consiglio per favorire la crescita economica e restituire competitività al nostro sistema produttivo e alle imprese. Il primo è quello di una significativa riduzione del nostro enorme debito pubblico, che consentirebbe la riduzione del 20/25% degli oltre 80 miliardi di interessi che lo Stato ogni anno è costretto a pagare ai detentori dei titoli di stato. Per farlo tuttavia sarebbe necessario ricorrere una tantum alla patrimoniale, eventualmente accompagnata dalla trasformazione e rinegoziazione di una parte del debito a più lungo termine (trentennale secondo il piano proposto da Panerai). La patrimoniale è stata però esclusa non solo da Alfano ma dall’intero Governo e altre misure (ad esempio quelle proposte da Alan Friedman) non sembrano essere state prese in considerazione.

Resta dunque la spending review e cioè un coraggioso piano di revisione, riduzione e conversione della spesa pubblica. Ma questa operazione, per essere davvero utile, deve consistere necessariamente nel trasformare una percentuale significativa  dell’enorme massa delle spese correnti dei nostri bilanci pubblici in spese di investimento. Operazione per nulla facile perché, al netto di alcuni interventi per aumentare il risparmio della PA e assicurare una razionalizzazione delle spese, si scontra con la dura realtà: a quelle spese correnti corrispondono infatti posti di lavoro. Facciamo un esempio, quello delle auto blu, cavallo di battaglia delle polemiche contro i privilegi della casta. Le auto blu possono essere vendute al mercato dell’usato ma a ciascuna di esse corrisponde almeno un autista. Che si fa? Lo si manda a casa, aumentando il numero dei disoccupati e i relativi oneri sociali? Oppure lo si trasferisce ad altri impieghi produttivi?  Dobbiamo rivolgerci le stesse domande quando parliamo della necessità di mettere mano alla miriade di società regionali e di municipalizzate, gestite nella maggioranza dei casi con criteri clientelari e al di fuori di ogni logica imprenditoriale, e comprenderemo il motivo che ha impedito sia al Governo Monti sia al Governo Letta, che pure per primi si erano posti seriamente  questo obiettivo, di ottenere fino ad oggi alcun risultato.

Al di fuori di queste misure resta il ricorso, purtroppo abituale, a nuove tasse in un paese che vanta già una pressione fiscale insostenibile. Ora apprendiamo che il commissario Cottarelli avrebbe assicurato al ministro Padoan di poter elevare da 3 a 4,5 miliardi i risultati degli interventi di spending review previsti per il 2014. Attenderemo con pazienza di verificarlo.

 

Complottismo: e se l’unico complotto fosse proprio contro Napolitano?

 

Non bastassero gli altri gravi motivi di crisi istituzionale e politica che affliggono il nostro paese, da tempo anche il  Presidente della Repubblica è oggetto di una serie di attacchi concentrici, che hanno l’obiettivo di indebolirlo e di delegittimarlo. Ha cominciato Ingroia, sostenuto dalla Procura di Palermo, a tentare di coinvolgerlo nell’inchiesta sulla presunta trattativa Stato-mafia prima con le intercettazioni al Quirinale delle telefonate di Mancino ad un suo diretto collaboratore, poi con la convocazione a deporre davanti agli inquirenti, dichiarata illegittima – al pari delle intercettazioni – dalla Corte Costituzionale. Più recentemente sono seguiti: prima gli attacchi personali di Berlusconi e di alcuni dei dirigenti di Forza Italia che si attendevano dopo la condanna per frode fiscale e la decadenza votata dal Senato un impossibile provvedimento di grazia; poi la richiesta di messa in stato d’accusa per “attentato alle istituzioni” da parte dei parlamentari del Movimento 5 Stelle; infine il lancio di un libro di Alan Friedman è stato utilizzato per accusare il capo dello Stato di aver preso contatti con Monti alcuni mesi prima della crisi del Governo Berlusconi. Da qui all’accusa di essere stato il protagonista di una congiura ai danni di quel Governo il passo è breve. E sarebbe altrettanto facile immaginare, se non ce li avessero indicati Il Giornale e Libero, i nomi degli altri congiurati: la signora Merkel naturalmente, la BCE, gli eurocrati di Bruxelles e, per Grillo, le banche, le lobby finanziarie internazionali e il solito Bilderberg.

Il complottismo e la dietrologia sono vecchi vizi italici, molto utili a chi preferisce cancellare e dimenticare la realtà dei fatti e allontanare da sé la responsabilità della crisi. Ma se davvero si dovesse seguire questa logica, allora ha ragione Massimo Bordin che in una delle sue rassegne di “stampa e regime” si è chiesto: e se l’unico complotto fosse proprio quello contro Napolitano?

 

I mali della giustizia? Nessuna “prepotente urgenza”, possono attende

        

         “Su questo giornale, discutendo con Pieroni dei mali d’Italia, la campagna elettorale appena cominciata, mettevo al primo posto le carenze e disfunzioni dell’amministrazione della giustizia. Speravo – credevo, e mi aspettavo – che un tal male trovasse priorità fra quelli che la compagine governativa venuta fuori dalle elezioni dovrebbe e deve affrontare. Ma mi pare che sia stato non contemplato, e come  accantonato : forse appunto perché si presentava come il più spinoso. Il che non mi pare un buon segno. L’espressione ‘rimandare a miglior tempo’ non fa davvero al caso, se si rimanda, si rimanda a peggior tempo. Un simile problema non può trovare nel tempo attenuazione: può soltanto aggravarsi. E si aggraverà se non si trova rimedio”.

Lo scriveva Leonardo Sciascia in un articolo pubblicato dal Corriere della Sera il 7 agosto 1983, riferendosi al programma del Governo appena formato dall’On. Cossiga. Da allora sono passati trentuno anni e ciascuno può rendersi conto di quanto, nel lungo arco di tempo che separa il Governo Cossiga dal Governo Renzi, i mali della giustizia italiana si siano aggravati. Nel suo programma il nuovo Presidente del Consiglio ci ha informato che di riforma della giustizia si arriverà a parlare soltanto a giugno, dunque dopo la scadenza del 28 maggio fissata dalla CEDU all’Italia per rimuovere le inumane condizioni di sovraffollamento nelle quali sono costretti a vivere i detenuti. Ma anche a giugno le priorità indicate nell’azione di governo sono la giustizia civile e una per ora nebulosa riforma del diritto amministrativo. Dunque il diritto penale può attendere: con la lunghezza dei suoi processi, le prescrizioni affidate alla discrezionalità dei giudici, il sovraffollamento carcerario, il 40% di detenuti in attesa di giudizio.

Inutilmente Il Presidente Napolitano aveva tradotto in un messaggio alle Camere, utilizzando dunque uno strumento costituzionale, i numerosi moniti che sulla questione a partire dal 2011 aveva rivolto alle forze politiche e alle altre istituzioni per richiamarle alla responsabilità di affrontare quella che aveva definita “un prepotente urgenza”. Il suo appello è caduto nel vuoto di un tardivo e distratto dibattito parlamentare che ha sostanzialmente disatteso il solenne richiamo presidenziale. In questo regime partitocratico quando si devono fare i conti con i fondamenti dello Stato di diritto senza cui non esiste democrazia, anche il Capo dello Stato può essere trattato come un radicale qualsiasi.

La prefazione alla edizione italiana del libro di uno scrittore messicano Federico Campbell, “La memoria di Sciascia”, che uscirà nel mese di maggio per i tipi di Ipermedium libri, mi ha offerto l’opportunità di immergermi  in una rilettura dell’opera dello scrittore siciliano che fu parlamentare radicale nella legislatura 1979-1983. Ho tratto quella citazione da uno degli ultimi libri pubblicati prima della sua morte “A futura memoria (se la memoria ha un futuro)”, in cui raccolse gli articoli dedicati ai mali della giustizia, scritti in un arco di tempo che va dal 1979 fino al 1988 per L’Espresso, per Il Corriere della Sera e per La Stampa.

Dovremmo tutti, anche Renzi, anche chi ha timore di nuovi scontri (come li definiscono? Ideologici) fra cosiddetti giustizialisti e cosiddetti garantisti, tener conto di quell’ammonimento di Sciascia perché nella memoria di quegli anni,  troviamo l’origine dei mali attuali della giustizia. Ne consiglio la rilettura in particolare al nuovo ministro della Giustizia, quell’Andrea Orlando che già in passato ebbe l’incarico di occuparsene per la segreteria del PD e dimostrò di avere una non scontata e non conformista consapevolezza dei problemi. E per questo forse (ebbe il coraggio di parlare del superamento del feticcio dell’obbligatorietà dell’azione penale in una intervista al Foglio) fu presto rimosso.

 

Ucraina : il paradosso europeo

La rivolta ucraina ha innescato la prima grave crisi est-ovest dall’epoca della guerra fredda, mettendo a dura prova i pur contraddittori rapporti politici ma soprattutto economici fra paesi dell’UE e la Russia di Putin. Essa mette in rilievo da una parte la fragilità ai limiti dell’inesistenza dell’alleanza tra Europa e America nel  governare la situazione internazionale e, dall’altra, la politica dell’inerzia, del rinvio e della rimozione che caratterizza l’Unione Europea di fronte alle questioni più critiche che attenderebbero risposte tempestive e iniziative corrispondenti. Già nel recente passato l’incapacità di prevedere per tempo la crisi jugoslava portò alla guerra dei balcani, che fu innanzitutto responsabilità europea. Ora la situazione sembra ripetersi nonostante fosse difficile ignorare che l’Ucraina era ed è, non per ragioni geografiche ma politiche, etniche e culturali una zona di potenziale crisi dei rapporti europei con la Russia.

Intanto la crisi ucraina con la sua purtroppo sanguinosa rivolta civile e con le minacciose e incombenti reazioni russe ha reso evidente il paradosso che contraddistingue l’Unione Europea: messa sotto accusa nei suoi paesi membri da settori dell’opinione pubblica di ispirazione populista, nazionalista e localista che, a causa della crisi economica ma non solo per essa registrano crescenti consensi e non nascondono la loro volontà di uscire dall’eurozona e/o dalla stessa UE, è per contro oggetto della speranza e delle aspirazioni di popoli come l’ucraino che ne sono rimasti fuori e che invece ambirebbero a farne parte per conquistare il loro benessere e consolidare la propria indipendenza e il proprio avvenire democratico, anche per sottrarsi ai condizionamenti, alle minacce e ai ricatti della potenza russa.

 

 

Il massacro siriano

 

Anche la Siria, con il continuo massacro della sua popolazione, segna il fallimento e l’impotenza delle cosiddette democrazie occidentali e dell’Unione Europea. L’unico intervento che Gran Bretagna e Francia avevano concepito e proposto si ispirava al modello libico: interdizione dello spazio aereo e fornitura di armi e mezzi bellici ai ribelli, un modello che in Libia ha prodotto il proliferare di milizie autonome e l’ingovernabilità e che in Siria avrebbe finanziato e armato soprattutto Al Qaida e le altre bande terroristiche.

L’alternativa della conferenza internazionale non è riuscita a responsabilizzare e coinvolgere l’Iran per le opposizioni saudita e israeliana. L’unico risultato ottenuto grazie al consenso russo è stato lo smantellamento degli arsenali delle armi chimiche di Assad e del suo regime. Un risultato importante ma purtroppo insufficiente. Assad resta al potere mentre dovrebbe essere sottoposto al giudizio di una corte di giustizia internazionale. Il massacro continua. E continua l’esodo dei profughi in Turchia, Iran, Tunisia senza alcuna mobilitazione internazionale in loro aiuto e in aiuto dei  paesi ospitanti.

La dissennata e improvvida decisione di Bush jr. di invadere l’Iraq, per il modo in cui avvenne (prove false sull’esistenza delle armi di distruzione di massa, rottura delle alleanze occidentali, accuse non infondate di muoversi al di fuori della legalità internazionale) e per le conseguenze che ha prodotto, sembra aver definitivamente cancellato ogni possibilità di intervento umanitario della comunità internazionale anche per fermare il sistematico ricorso a crimini contro l’umanità, un diritto di ingerenza che si era invece positivamente realizzato in Afganistan.

 

La peste ungherese      

 

All’epoca dei successi di Haider prima in Carinzia e poi nella intera Austria, l’Unione europea fece sentire la propria voce in nome dei principi democratici che ne avevano ispirato la costituzione fino a minacciare la sospensione dell’Austria dall’esercizio dei propri diritti di paese membro. Fu un atteggiamento che a molti apparve perfino eccessivo per un pericolo Haider forse troppo enfatizzato. Oggi invece ci troviamo di fronte non a un pericolo potenziale ma a una vera deriva nazionalistica, illiberale, autoritaria che ha travolto da qualche anno l’Ungheria e i propri ordinamenti democratici  e che può rappresentare, nell’Europa dei populismi e dei risorgenti nazionalismi, un modello e un virus. Nessuna voce, nessun ammonimento si è levato questa volta da parte degli organismi sovrannazionali dell’UE (Commissione, Consiglio, Parlamento europeo) come se ormai da Bruxelles e da Strasburgo gli unici richiami e rilievi nei confronti dei paesi membri possano e debbano riguardare solo i bilanci e l’economia.

 

 

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