(Intervento al Convegno dell’Associazione degli Amici di Leonardo Sciascia su L’Affaire Moro. Roma, 5-6 dicembre 2001. Pubblicato ne L’uomo solo,L’Affaire Moro di Leonardo Sciascia, a cura di Valter Vecellio. Edito da La Vita Felice, 2002)

I due interventi che mi hanno preceduto di Marco Belpoliti e di Joseph Farrell mi pare riportino al centro il tema che questo dibattito dovrebbe affrontare e che da diversi e a volte opposti punti di vista entrambi hanno affrontato nelle loro relazioni : “il testo e il contesto” dell’ Affaire Moro, cioè il rapporto fra qualità letteraria, convinzioni ideali e passione civile – inscindibile in tutta la sua opera – in uno scritto, in un testo riguardante una tragedia italiana in cui Sciascia era stato così profondamente e personalmente coinvolto.

Qualche tempo fa’ sono stato chiamato a svolgere una relazione in un convegno dedicato ad Ernesto Rossi ed ogni volta che mi sono occupato di Ernesto Rossi mi sono dovuto confrontare con tutti coloro che pur essendone estimatori tendono a scindere il Rossi polemista e pamphletista, il Rossi giornalista e scrittore felice, il Rossi economista dalla ispirazione politica che ha animato tutte le sue scelte in ogni fase della sua vita. Ne derivava e ne deriva da parte di tutti costoro la definizione di un “Rossi impolitico”. Questa definizione è stata condivisa da persone che sono stati suoi amici e collaboratori e che hanno largamente attinto alla linfa vitale che per quasi mezzo secolo ha dato alla lotta politica in Italia: da Pannunzio a Sylos Labini, da La Malfa a Lombardi, a Parri. Dunque, Ernesto Rossi sarebbe stato in galera o al confino per quindici anni per scelte impolitiche. Semplicemente censuravano la radicalità del suo pensiero e della sua azione, della sua intransigenza nel giudizio sulla cultura e sulla società italiana. Ed è questo che intendo dire anche parlando di Sciascia, che bisogna stare attenti dal censurare dalla complessità della vita e dell’opera di uno scrittore le parti più aspre, che sono poi le più autentiche, le più vere.

Per questa ragione, pur essendo in profondo dissenso con molte delle tesi sostenute da Joseph Farrell nella sua relazione, sono d’accordo con lui nel sostenere che, nella lettura dell’ Affaire Moro, non si possa scindere la parte letteraria dalla parte politica. Ma scusate, quando parliamo delle poesie di Pierpaolo Pasolini usiamo per lui la definizione di “poeta civile”, che è stata usata in passato per Vittorio Alfieri e per Ugo Foscolo. Dall’età giovanile Sciascia ha rinunciato alla poesia, non ha usato la corda di poeta civile, preferendo quella di letterato civile, anzi di letterato, perché questo è esattamente il significato che attribuisce all’espressione “uomo di lettere”, espressione “di Voltaire e del suo tempo, preferibile a intellettuale, termine di generica e imprecisa massificazione”.

Credo tuttavia che sarebbe ingiusto rimproverare a Belpoliti di voler operare questa scissione quando afferma che l’ Affaire Moro è innanzitutto un’opera letteraria, non una riscrittura in forma letteraria della relazione di minoranza che, come deputato radicale, scrisse a conclusione dell’inchiesta parlamentare. Penso perciò che Belpoliti semplicemente abbia voluto sostenere che la politicità dell’opera non deve distrarre dal suo carattere e dalla sua qualità letteraria. Non è una preoccupazione infondata se si considera il carattere assai poco laico, clericale in senso lato, “chiericale” come dice spesso Pannella, di tanta parte della cultura italiana. Non si deve forse a questa censura politica l’operazione che Asor Rosa ha fatto di espellere Leonardo Sciascia dalla storia della letteratura italiana contemporanea? Ma è ugualmente inaccettabile e sbagliato, per rilegittimarvelo nella sua qualità e nella sua grandezza, cancellare l’ultimo Sciascia (allo stesso modo del primo Calvino) per essersi esposto troppo nell’agone politico, come pure ha fatto recentemente quel grande critico che è Piero Citati.

Belpoliti dice che Sciascia è uno scrittore barocco ed è una definizione che condivido. Del resto anche Vitaliano Brancati era uno scrittore barocco e Sciascia lo considerava uno dei suoi punti di riferimento, uno dei suoi maestri. Per un attimo ho temuto che contrapponesse questa definizione a quella di scrittore illuminista come certo amava considerarsi. Per questo sono andato a leggermi il suo scritto su Sciascia nel suo libro Settanta e sono stato contento che non l’abbia fatto perché la vitale contraddizione di Sciascia è proprio in questa sua profonda adesione alla sua terra e alla cultura della sua terra e nel suo costante eretico contrapporvisi in nome di alcuni, pochi ma essenziali valori, nel suo essere insieme scrittore barocco e scrittore illuminista. Ed è proprio questa contraddizione che gli ha consentito di leggere la realtà italiana in modo che poi è stato definito profetico.

Quando Angiolo Bandinelli mi pregò di chiedere qualche tempo fa ad Adriano Sofri una relazione sull’Affaire Moro , lessi che questo convegno avrebbe dovuto occuparsi del testo e del contesto. Nei giorni scorsi, sollecitato ad intervenire, mi ero preparato a portare una testimonianza sui fatti di quei giorni e quindi sul contesto politico, cronachistico del caso Moro. Il dibattito mi ha invece riportato alla lettura del testo. Vorrei rileggere anch’io la parte in cui parla di Toto Modo e del Contesto, i due libri che gli avevano procurato, come era accaduto a Pasolini, la fama di scrittore profetico, una fama per altro che lui ha sempre rifiutato rivendicando a sé solo il merito di aver saputo leggere in tempo la realtà: ho fatto due più due, diceva. “Nel vuoto di riflessione, di critica e perfino di buon senso in cui la vita politica italiana si è svolta, le sintesi non potevano apparire che anticipazioni, se non addirittura istigazioni. Lasciata insomma alla letteratura la verità, la verità – quando dura e tragica apparve nello spazio quotidiano e non fu più possibile ignorarla o travisarla – sembrò generata dalla letteratura”. Todo modo e Il contesto erano state dunque solo delle sintesi di ciò che nel bene e nel male erano state nella storia del paese la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, un modo letterario di guardare alla realtà , portandola alle sue estreme conseguenze, di queste due culture, che erano state determinanti nel compromesso costituzionale della democrazia italiana del dopoguerra, un compromesso che aveva affidato stabilmente alla DC l’egemonia del governo e al PCI l’egemonia dell’opposizione, riducendo a subalterne le forze politiche di ispirazione democratica, laica, liberale.

Farrell non nega, anche se non sembra esserne convinto, che questi due libri possano aver costituito “una meditazione profonda su uno Stato inquinato e sul terrorismo generato dalle viscere di quello stato”, ma accusa Sciascia di una sorta di “solipsismo estetico” per aver invitato, in Nero su Nero, a leggere l’Affaire Moro contestualmente a Todo Modo e al Contesto e gli rimprovera di essere arrivato negli anni settanta ad una visione “idiosincratica della letteratura come unica fonte della verità”, privandosi degli “strumenti politici ed etici per giudicare un caso, come quello di Moro, che si svolge fuori la letteratura”. Par di capire che il testo da un punto di vista letterario non avrebbe gran valore perché, riflettendo su un fatto storico, ne da una spiegazione irrazionale, solo letteraria, come di una tragedia annunciata e in qualche modo necessitata mentre da una punto di vista politico ha un valore solo negativo perché i “normali mezzi di ragione” e cioè gli strumenti politici ed etici, invocati da Farrell, porterebbero tutti a giustificare la ragion di Stato, cioè i concreti comportamenti, le scelte politiche che sono state compiute nei cinquantacinque giorni del caso Moro.

Credo che queste conclusioni così drastiche anche dal punto di vista letterario nascano da due pregiudizi. Il primo pregiudizio è quello dell’ “oro danese”. Non entro qui nel discorso difficile sulla legittimità della violenza politica ( a Farrell non sfugge la differenza fra gli anglosassoni invitati a non a non subire il ricatto degli occupanti danesi e lo stato italiano soggetto al ricatto delle B.R: gli uni soggetti al dominio degli occupanti, il secondo nel pieno possesso delle proprie prerogative e della propria sovranità, combattuta e contestata ma mai realmente insidiata) e se sia quindi giusto parlare di oro danese nel caso delle B.R.. Mi limito a dire che Sciascia non ha mai sostenuto che bisognasse pagare l’ “oro danese” e che, per semplificazione polemica poiché non faceva parte del cosiddetto partito della fermezza, è stato iscritto d’ufficio nel partito della trattativa. Difendo beninteso in questo non solo Sciascia ma me stesso e i radicali di allora che non a caso si ritrovarono con Sciascia meno di un anno dopo nelle stesse liste e nello stesso gruppo parlamentare. Sciascia non era il capofila di gente priva di senso dello stato. Al contrario contrapponeva il proprio forte senso dello Stato ad una ragion di stato che imponeva di nulla fare e nulla tentare salvo un vano dispiegamento di forze nella tragica attesa di un evento che, salvo improbabili miracoli, sarebbe stato inevitabile. Qualcuno ha ricordato – non ricordo se lo stesso Farrell o Marco Taradash – che un esperto nella gestione dei sequestri, inviato dai servizi americani per mettere a disposizione la loro lunga esperienza in questo campo, se ne tornò presto negli USA perché la sua presenza si rivelò del tutto inutile dal momento che tutto era stato deciso (fermezza a parole e inerzia nei fatti). Perché mai una diversa ragion di stato non avrebbe dovuto e potuto conciliare fermezza e iniziativa e senza divenire partito della trattativa, senza ipotizzare il pagamento dell’oro danese, non avrebbe dovuto laicamente e spregiudicamente usare anche lo strumento della trattativa per guadagnare tempo, dividere, far esporre le B.R., tentare di destabilizzarle, conquistare qualche possibilità in più nel tentativo di salvare la vita di Moro?

Il secondo pregiudizio riguarda l’ “ossessione della dietrologia” che Farrell considera un vizio italiano e che rimprovera anche a Sciascia, l’attenzione esasperata per le omissioni anziché per le commissioni, l’attenzione su ciò che è dietro i fatti anziché sui fatti, la ricerca continua di un grande vecchio, di un burattinaio. Trovo che sia ingiusta anche questa accusa : ingiusta se rivolta all’ Affaire Moro, ma ingiusta anche se riferita alla sua relazione di minoranza nella commissione parlamentare di inchiesta.

Belpoliti ha ragione nel dire che L’Affaire Moro è un libro di parole e non di fatti. Questo ne fa un testo letterario e non un semplice pamphlet politico o una inchiesta politico-giornalistica. L’inchiesta politico-giornalistica è nella relazione di minoranza, che nelle edizioni più recenti è stata pubblicata come appendice al testo del libro. Io non so se abbia ragione Melega quando dice che Sciascia non era un grande inchiestatore , nel senso di grande ricercatore e scopritore di fatti. So però che era un “lettore” attento della realtà e un commissario partecipe e attento a ciò che avveniva nella commissione. Quella relazione, che ha la grande e tipica concisione letteraria di Leonardo Sciascia, è una ricostruzione puntuale non solo delle omissioni ma anche dei fatti più significativi e degli aspetti più deflagranti del caso Moro. La si metta a confronto con la smisurata relazione di maggioranza e si scoprirà che c’è molto più dietrologia in quella relazione che nella relazione di Sciascia. Perché anche i commissari di maggioranza hanno messo in connessione il numero impressionante di azioni e omissioni inquietanti e strane che hanno caratterizzato il comportamento degli organi dello Stato in quei cinquantacinque giorni. Ed è proprio dalla vasta maggioranza della commissione che, per assolvere lo Stato e la classe di governo dalle proprie responsabilità e dalle proprie inefficienze, viene la scelta dietrologica di attribuirle tutte e solo ai comportamenti di presunti “settori deviati” della amministrazione o dei servizi segreti o all’intervento e ai disegni della Loggia P2 a cui appartenevano molti di coloro che gestirono il caso Moro, come se quei settori deviati e quella Loggia provenissero da un altro pianeta e non facessero organicamente parte di quel sistema di potere. Ed è la stessa scelta che hanno compiuto tutte le principali commissioni di inchiesta, non solo quella sul caso Moro, ma anche quella sulla vicenda Sindona e quella sulla P2.

Questo è invece un libro di parole: di parole sue, di Sciascia, di analisi delle parole scritte da Moro nelle sue lettere e degli interlocutori istituzionali a cui erano indirizzate, di analisi in qualche misura, e molto anche attraverso le parole di Moro, delle parole delle Brigate rosse. Ma è anche un libro di fatti, nel senso di quel “dileguarsi dei fatti”, di quell’ “astrarsi dai fatti” di cui parla Sciascia. Ma non c’è dietrologia nell’ Affaire Moro, è esattamente il contrario, è una lettura frontale della realtà, addirittura “superficiale”, da intendere della superficie della realtà così come appare dalle lettere e dalle parole di Moro, dalla consequenzialità degli avvenimenti, dal “dileguarsi dei fatti” e perfino da quella “invisibilità dell’evidenza” di cui parla a proposito della prigione di Moro. Forse se Farrell rilegge il testo senza pregiudizi, vi troverà le ragioni di quella stringente necessità che ne fanno un grande tragedia italiana, una tragedia della democrazia italiana. Non c’è bisogno di cercarvi alcun burattinaio che muova i fili, di alcuno stratega che da dietro condizioni e manovri. La tragedia nasce piuttosto dall’assenza di volontà e di strategia, dall’inettitudine e dall’inerzia, dalla banalità di una politica ridotta a gestione del potere e incapace di compiere scelte, di creare azioni efficaci e significative, costretta ad attendere ogni volta che qualche emergenza esterna gli imponga le soluzioni che altrimenti non sa trovare. Si rileggano le parole con cui borgesianamente, alla maniera con cui Unanumo aveva fatto con Il Don Chisciotte di Cervantes, Sciascia rilegge l’uscita di casa di Moro ignaro dell’agguato e il suo mancato arrivo a Montecitorio dove “la sua assenza avrebbe rapidamente prodotto quello che la sua presenza difficoltosamente avrebbe conseguito: e cioè quell’acquietamento e quella concordia per cui il quarto governo presieduto dall’onorevole Andreotti veniva approvato senza discussione alcuna”. Lo stesso schema si ripete nei successivi cinquantacinque giorni, con il progressivo abbandono della persona di Aldo Moro fino alla sua morte. E’ la ragione per la quale l’affaire Moro è una grande tragedia e non un banale dramma senza lieto fine. E la tragedia di Aldo Moro à stata in qualche modo la metafora della tragedia della democrazia italiana.

Sciascia è uno scrittore vivo e vitale perché si è confrontato continuamente con alcune caratteristiche fondamentali della nostra cultura, del nostro modo di concepire ed esercitare il potere e perché ci parla del suo strazio nel vedere l’evoluzione delle cose, dei fatti di questo paese.

Allo Sciascia del caso Moro sono stati affiancati sia Dario Fo che Norberto Bobbio. Tutti e tre hanno, sia pure con diverse motivazioni, assunto posizioni analoghe in quei giorni drammatici. Negli anni successivi però le strade si sono divaricate. Ma la concezione liberale e illuministica del diritto di Sciascia non ne ha fatto un garantista a senso unico e non lo ha indotto a modificare i suoi metri di giudizio, quando non era più in gioco il terrorismo politico delle Brigate Rosse ma era in gioco il modo con cui lo stato intendeva affrontare la criminalità mafiosa. Cosa che è invece accaduto all’utopico estremismo di sinistra di Dario Fo e al giacobinismo azionista torinese che a mio avviso contraddice il liberalsocialismo nel pensiero democratico di Norberto Bobbio.

Coglie assai meglio il pensiero di Sciascia Calvino quando parla, commentando e recensendo L’Affaire Moro, di una filosofia ugualitaria illuministica che Sciascia voleva applicare in tutte le faccende e vicende della res pubblica. Fa bene Farrell a citarlo. “ Se i governanti avessero stabilito il principio che per salvare la vita di un uomo di governo si può fare qualsiasi cosa mentre i semplici cittadini sono alla mercè di uccisioni, rapimenti e rapine, allora sono sicuro che l’indignazione di Sciascia sarebbe stata ancora più categorica”. Chi lo può dubitare, si chiede Farrell. Nessuno può dubitarne. E questo accadde infatti quando si scese a patti con la camorra per ottenere la libertà di un importante assessore e uomo di potere campano. L’indignazione di Sciascia fu categorica. Solo che Sciascia, durante il caso Moro, nella sua maniacale convinzione che i mezzi qualifichino i fini, non chiedeva, non ha mai chiesto che “si facesse qualsiasi cosa” per salvare Moro. Ha chiesto sempre e solo che si facessero le cose che era possibile, giusto e doveroso fare.

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