(Quaderni Radicali n.109 agosto 2013)

Nel suo recente colloquio con il Presidente della Repubblica, Eugenio Scalfari ha ricordato come, affrontando oltre venti anni or sono il problema del rapporto fra sinistra italiana e liberalismo, Napolitano parafrasò la famosa frase di Benedetto Croce sul cristianesimo, affermando: “Non possiamo non dirci liberali”. Un bel modo per eludere la questione rimanendo nel solco della strategia di Palmiro Togliatti che aveva riservato fin dal primo dopoguerra una attenzione costante e un rispetto non solo opportunistico alle teorie liberali, in particolare allo storicismo, con l’intenzione di attrarre nelle file del “partito nuovo” (il PCI del dopoguerra)  le nuove generazioni della borghesia intellettuale e delle professioni.

Se guardiamo al Partito Democratico di oggi come perno e organizzazione maggioritaria della sinistra italiana dobbiamo prendere atto che, sia nelle sue componenti postcomuniste che in quelle postdemocristiane, il suo modo di affrontare la questione liberale si rivela assai più falso, elusivo e opportunistico, collocandosi in definitiva molto al di sotto perfino della strategia togliattiana indirettamente evocata da Napolitano.

Eppure il PD nasceva dalla proclamata intenzione di portare ad unità dopo il lungo processo dell’Ulivo in un unico soggetto politico – accertato il rifiuto di Bertinotti e dell’estrema sinistra – almeno le componenti della sinistra riformatrice non solo postcomuniste e postdemocristiane ma anche liberali, laiche, ecologiste, socialiste. L’esplicita offerta di Pannella di una partecipazione radicale al processo costituente del nuovo partito, espressa attraverso la candidatura alle primarie indette per la segreteria del PD fu allora rifiutata. Poiché era una candidatura che non poteva impensierire  Veltroni e insidiarne la vittoria, si deve ritenere che lo fu perché chiedeva di allargare la partecipazione a nuovi protagonisti che potevano rimettere in discussione equilibri di potere e indirizzi politici faticosamente raggiunti. Le porte del nuovo partito rimasero perciò chiuse non a singole personalità (in quanto tali sempre bene accette) ma alle forze politiche organizzate di queste aree di origine non democristiana e non comunista.  La conseguenza fu una difficile fusione della ex Margherita e degli ex DS, realizzata attraverso la pura e semplice giustapposizione dei loro due apparati.

E’ d’altra parte  inutile ricordare il diverso e opposto trattamento riservato dal PD, nella sua politica delle alleanze, da una parte a forze di connotazione liberale e laica (radicali e socialisti) e dall’altra a forze di marcata connotazione illiberale come l’Italia dei Valori di Di Pietro o SEL di Vendola da parte sia di Veltroni nelle politiche del 2008 sia di Bersani in quelle del 2013 e come il trattamento riservato a entrambi  questi alleati privilegiati e garantiti sia stato poi ripagato dall’IdV  nella legislatura precedente e da SEL nell’attuale. Si potrebbe infatti obiettare che i comportamenti seguiti nella politica delle alleanze e i criteri di  apertura ad altre forze nel  momento del suo processo costituente potrebbero infatti valere solo come indicatori o spie del quoziente di liberalismo di un partito “a vocazione maggioritaria”, per usare una definizione del PD cara a Veltroni. Al di fuori di ogni considerazione moralistica e di ogni piccolo patriottismo di gruppo o di partito, si deve astrattamente  riconoscere che una forza politica che abbia l’ambizione di chiamarsi partito democratico e che fosse davvero sicura delle proprie capacità di rinnovamento e di riforma di sé stesso e del paese, potrebbe perfino decidere deliberatamente e legittimamente di lasciar fuori e abbandonare a sé stesse forze politiche di origine laica e liberale ritenute ormai prive di vitalità e di capacità di autoaffermazione.  Mitterrand usò entrambi i criteri, di apertura nei confronti del PSU di Rocard (che pure poteva a giusto titolo considerare un suo potenziale concorrente), dei radicali di sinistra, di altre forze minori e il criterio opposto, di contenimento se non addirittura di chiusura e di liquidazione, nei confronti dei vecchi apparati di Mollet e di Defferre.  Eppure Mitterrand e il suo partito della Rosa nel pugno si erano dovuti cimentare non con Berlusconi ma con De Gaulle e con una destra che ha espresso nel corso dei decenni presidenti della Repubblica o del Consiglio del calibro di Pompidou,  Giscard d’Estaing,  Debré,  Chirac e avevano dimostrato di saper accettare e consolidare, dopo averle combattute, le riforme volute da De Gaulle correggendone l’iniziale antieuropeismo e di saper rinnovare profondamente il partito socialista e la sinistra francese.

Con tutta evidenza non è questo però il caso del PD. Se non necessariamente sulla politica delle alleanze, dobbiamo decidere su quali parametri si misurano le capacità riformatrici di una sinistra democratica e il suo quoziente di liberalismo (includendo in questa definizione ogni politica non solo rivolta a una promozione delle libertà individuali anche imprenditoriali ma soprattutto ogni politica volta a realizzare lo Stato di diritto e una situazione non solo di rispetto ma di promozione della – e, dove necessario, di rientro nella – legalità).

Lasciando da parte i parametri del liberalismo economico, con i quali il PD (per altro proprio con Bersani) e prima ancora l’Ulivo con Prodi e D’Alema si erano cimentati producendo più privatizzazioni che autentiche liberalizzazioni, occorre prendere in considerazione altre tre questioni: la questione istituzionale, la questione della giustizia, la riforma dell’economia e dell’uso delle risorse pubbliche.

 

LA QUESTIONE ISTITUZIONALE

Da almeno trent’anni è evidente a tutti che l’assetto istituzionale del paese, uscito dalla Costituente, fa acqua da tutte le parti. La Costituzione del ’48 è in generale, per i principi che enuncia e per i diritti che sancisce, una delle più avanzate costituzioni del secondo dopoguerra. Se si esclude l’art. 7 con il suo riferimento ai Patti lateranensi voluti dal fascismo, e il compromesso ricercato da comunisti, socialisti e sinistra democristiana in tema di diritti sociali, l’impianto complessivo rimane saldamente quello di una moderna costituzione liberale, aperta ai problemi sociali del suo tempo, alla questione dei diritti umani ed anche alle cessioni di sovranità necessarie per governare i problemi sempre più complessi della politica europea e mondiale. Non è stato così invece per quanto riguarda la definizione dei poteri dello Stato e dei rapporti tra loro intercorrenti. Uscivamo dal ventennio fascista e il costituente si è mosso nell’ottica di una sistematica riduzione dei poteri dell’esecutivo, di una estremizzazione del parlamentarismo attraverso l’introduzione di un bicameralismo pressoché perfetto e di un sistema elettorale rigorosamente proporzionale, oltre a prevedere il vaglio di costituzionalità da parte di  un organo terzo e indipendente (la Corte Costituzionale) e la possibilità di rimettere in discussione il voto sulle leggi approvate dal parlamento attraverso il referendum abrogativo. Il punto di equilibrio nei rapporti di questi poteri dello Stato era rappresentato da un presidente della Repubblica cui veniva affidato, soprattutto nei periodi di instabilità, un potere e un ruolo assai più incisivo di quelli quasi notarili che avevano caratterizzato fino ad allora sia le monarchie costituzionali sia i presidenti delle altre Repubbliche parlamentari.

Naturalmente, come spesso accade, l’eterogenesi dei fini ha portato non a un maggiore potere del Parlamento nei confronti dei Governi ma ad un contemporaneo indebolimento degli uni e dell’altro a cui ha corrisposto un maggiore potere dei partiti che, proprio per effetto di questi equilibri, si sono impegnati da allora ad oggi in una sempre crescente occupazione delle istituzioni che sono di conseguenza state via via svuotate della loro autonomia. Partitocrazia (i primi a definire così questa degenerazione della democrazia furono già negli anni ’50 il giornalista Panfilo Gentile e il costituzionalista Maranini) e consociativismo ( con questa seconda espressione si definirono invece gli accordi trasversali tra Governo e Opposizione  nelle ultime legislature della cosiddetta Prima Repubblica) ne furono le conseguenze degenerative. L’aumento incontrollato del debito pubblico, che scaricava il costo delle mancate scelte politiche e delle riforme sempre rinviate sulle future generazioni, ne fu invece l’inevitabile prodotto che tuttora incombe come un macigno sulla nostra economia.

Almeno dal referendum Segni del 1992, è all’ordine del giorno in Italia il problema di un passaggio ad un sistema maggioritario e ad una riforma istituzionale analoghi a quelli delle moderne democrazie mature. Da allora, se si esclude la breve rottura operata da Occhetto rispetto al tradizionale proporzionalismo ideologico del suo partito, il centro-sinistra non ha mai avuto una propria coerente visione e una conseguente proposta di riforma istituzionale.

Diviso al suo interno, il PD ha subito dall’esterno il forte condizionamento di opinione della associazione “Libertà e Giustizia”, che fa capo a De Benedetti e al gruppo Repubblica-L’Espresso con la sua retorica della “Costituzione più bella del mondo”. Sottointeso: se è la più bella del mondo non si può e non si deve cambiare neppure lì dove, con l’assetto istituzionale che ha disegnato e voluto, fa acqua da tutte le parti. E poco importa naturalmente se, proprio a causa di quell’assetto istituzionale e delle degenerazioni che ha provocato, è stata praticamente erosa giorno dopo giorno da una costituzione materiale che invece di rappresentare l’insieme delle strumentazioni destinate alla sua attuazione, l’ha contraddetta, svuotata, elusa, tradita proprio nelle sue norme fondamentali e nei suoi principi. Molti dei protagonisti di questa retorica  hanno partecipato allo scempio.  Gustavo Zagrebeski, per dire, è stato a lungo presidente della Corte Costituzionale ed oggi è uno degli ispiratori  di coloro che sostengono che anche solo l’ipotesi di una soluzione presidenzialista costituirebbe un tradimento della Costituzione (alcuni di essi fanno parte della cosiddetta commissione dei saggi voluta dal Governo Letta e sollecitata dal Presidente della Repubblica Napolitano). Qualcuno dovrebbe ricordargli che Piero Calamandrei, fautore di soluzioni presidenziali, ricordò all’Assemblea Costituente che i sistemi totalitari nacquero tutti dalla crisi di sistemi parlamentari mentre nessun sistema presidenziale conobbe rivolgimenti fascisti, nazisti o comunisti.

Alla retorica della “Costituzione più bella del mondo” se ne è recentemente aggiunta un’altra, formulata da Bersani nelle sue ricorrenti polemiche contro il sindaco Renzi, secondo la quale  ogni forma – diretta o indiretta di presidenzialismo – nasconderebbe  non la teoria democratica della maggioranza, secondo la quale chi ha più voti governa, ma l’ideologia dell’”uomo solo al comando”. Senza alcun senso del ridicolo, provenendo da uno dei leader di un partito che ha scimmiottato le primarie del sistema presidenziale americano, questa affermazione fa giustizia sommaria non solo delle più avanzate e funzionanti democrazie occidentali, ma anche delle più efficaci riforme prodotte da noi nell’ultimo ventennio come l’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti di regione. Questa polemica inoltre finisce per contestare in radice anche la funzione delle leadership nelle democrazie moderne, che devono assicurare ai partiti, alle coalizioni e ai movimenti politici funzioni di orientamento univoco nei programmi di governo e nei rapporti con l’opinione pubblica e l’elettorato. Al di fuori di questa concezione democratica c’è solo la politica dei veti reciproci, delle correnti e dei clan e con essa, necessariamente, delle lottizzazioni e delle spartizioni.

Non è un caso se la preferenza indicata dall’Assemblea Nazionale del PD al momento dell’elezione di Veltroni nel 2008 a favore del sistema uninominale francese, a doppio turno, sia stata subito accantonata, a favore di altri sistemi (di volta in volta tedesco, spagnolo o misto, perfino australiano o canadese). E quando Bersani fu costretto a riesumarla sullo scorcio dell’ultima legislatura, sotto le pressioni di Napolitano che spingeva per una riforma del Porcellum, prese subito a pretesto per farla cadere  la controproposta del PDL di adottare il sistema francese tutto intero compreso il semipresidenzialismo. La conseguenza fu la conservazione dell’indecente sistema elettorale vigente (indecente per un doppio motivo, perché gli eletti sono scelti non dagli elettori ma dai partiti e perché concede un premio sproporzionato alla coalizione di maggioranza senza neppure prevedere una ragionevole soglia minima di voti per ottenerla). Probabilmente la controproposta di Berlusconi era solo un bluff, ma se era così nessuno si è preoccupato di andarla “a vedere”. Segno che il desiderio di andare alle elezioni con il Porcellum non riguardava solo il PDL ma anche la classe dirigente del PD.

Attenti: questo conservatorismo in materia di riforme costituzionali e istituzionali va di pari passo  con il conservatorismo nella difesa dello statu quo in materia di finanziamento pubblico, di occupazione partitocratica delle istituzioni, di consociativismo spartitorio, di costi non della politica ma di queste pratiche degenerative della politica. I due conservatorismi si tengono per mano, il primo è funzionale al secondo. L’antiberlusconismo, con la sua pretesa di attribuire a Berlusconi tutte le responsabilità della crisi della democrazia italiana (magari fosse così), è stato insieme la formula auto assolutoria e la copertura ideologica di questo duplice conservatorismo del PD. Berlusconi infatti è arrivato buon ultimo anche se si è subito acconciato a utilizzare i vantaggi della occupazione e spartizione partitocratica dello Stato e delle istituzioni.

Non è un caso se  in un momento di crisi profonda del rapporto di fiducia fra il complesso dell’elettorato e la classe politica e dell’insorgere di pericolose forme di rivolta populistica, sia stato necessario ricorrere al Governo Monti per affrontare la crisi economica con l’Unione Europea e porre mano ad alcune riforme che erano state rimandate di legislatura in legislatura sia dai governi di centro-sinistra  sia dai governi di centro-destra (la riforma delle pensioni, quella del mercato del lavoro, il tentativo non riuscito di abolire le Province). E nessuno, ma proprio nessuno si è interrogato, nel momento in cui gran parte della popolazione doveva affrontare le conseguenze della crisi economica e dei sacrifici imposti dal Governo, se non fosse giusto in primo luogo eliminare o ridurre i costi esagerati e impropri della  politica a cominciare da quelli del finanziamento pubblico, bocciato dall’80% degli elettori in un referendum del 1993.

Così si è andati alle elezioni politiche con i partiti che voltavano la testa dall’altra parte  di fronte alla generalizzata crisi di fiducia dell’elettorato, di fronte ad ogni richiesta di assumere impegni precisi in fatto di riforme, e perfino di fronte agli scandali regionali del Lazio (dove la Giunta della Polverini, con il consenso del PD e dell’IDV, ha consentito in un anno l’aumento del finanziamento dei gruppi consiliari da 1 a 14 milioni di euro) e della Lombardia (dove è stato messo sotto processo l’intero sistema di potere formigoniano)

Le cose con il Governo Letta vanno meglio? Forse, anche se non è ancora detto. Nel PD il dibattito sembra essersi riaperto anche se le resistenze conservatrici rimangono fortissime nonostante la presa di posizione di Prodi, alcune aperture dello stesso Presidente del Consiglio, le ripetute dichiarazioni di Renzi, A quest’ultimo tuttavia si dovrebbe chiedere cosa intende per elezione del Sindaco d’Italia perché se intende elezione diretta del Premier come in Israele,rischiamo di dar vita ad un altro pasticcio istituzionale ed elettorale. Va tuttavia detto che per correggere la degenerazione partitocratica della nostra democrazia ( i radicali hanno parlato di una “metamorfosi del male” che dal ventennio fascista, proprio a causa della partitocrazia, si è successivamente riprodotta ed estesa nel successivo sessantennio), non basta operare sulla forma di governo ma è necessario modificare il sistema elettorale: solo il rapporto diretto fra elettore ed eletto che si stabilisce sul territorio attraverso il sistema uninominale, può infatti garantire un riequilibrio democratico nel rapporto fra elettorato, partiti ed istituzioni. Per quanto riguarda il ricorso alla elezione diretta del presidente della Repubblica, che oggi  è vista con maggiore favore o minore timore anche a causa del ruolo sempre più importante che la crisi della politica gli ha assegnato, l’obiezione più importante riguarda il pericolo di un indebolimento dei contrappesi rappresentati dagli organi di controllo e di garanzia. Un problema che tuttavia non può essere considerato irrisolvibile e che in altri paesi è stato risolto (si pensi agli Stati Uniti dove questo è avvenuto grazie all’equilibrio fra potere di proposta e di nomina del presidente e i penetranti poteri di sindacato, di controllo e quindi di ratifica del Parlamento)

Naturalmente rimangono tutte da verificare le volontà e disponibilità riformatrici del centro-destra, nonostante i ponderosi studi del ministro Quagliariello dedicati a De Gaulle e alle riforme della Quinta Repubblica.  Non bisogna infatti mai dimenticare che, benché il modello sia stato fornito dalla regione Toscana, il Porcellum è stato concepito e votato dalla maggioranza di centro-destra, comprensiva allora anche dell’UDC e dell’intero partito di Fini.

 

LA QUESTIONE DELLA GIUSTIZIA

Storicamente in tutte le sue componenti, democratiche e non democratiche, la sinistra italiana  è sempre stata garantista non foss’altro che per autodifesa, politica dei propri dirigenti e militanti, e sociale dei propri ceti di riferimento operai e contadini. Fu lo stesso Togliatti, nel periodo in cui era guardasigilli del Governo del CNL, a chiudere con una amnistia nei confronti della quasi totalità dei reati commessi  durante l’occupazione tedesca le pendenze giudiziarie dei repubblichini. Questa prevalente tradizione garantista è proseguita fino alla metà degli anni ’70 quando per la prima volta si dovette fronteggiare con la politica della fermezza e le prime leggi d’emergenza, oltre a un terrorismo di destra, anche un terrorismo brigatista che rivendicava una origine e una matrice di sinistra, addirittura interna alla sinistra italiana.

Questa trasformazione, si è poi via via rafforzata quando la politica e le leggi emergenziali si trasferirono dalla lotta al terrorismo al contrasto alla criminalità organizzata, ma divenne  una vera e propria ipoteca giustizialista sull’intera politica del centro-sinistra solo con Tangentopoli quando si diffuse l’illusione, a lungo coltivata, che esistesse la scorciatoia di una “via giudiziaria” se non al socialismo almeno alla conquista del potere. Illusione pericolosa di cui a venti anni di distanza continuiamo ancora a pagare le conseguenze: le abbiamo pagate politicamente perché quando si verifica un vuoto politico ed elettorale, quel vuoto per inerzia viene presto riempito e la cancellazione del PSI, della DC, dei partiti cosiddetti laici aprì le porte non alla vittoria della “gioiosa macchina di guerra” di Achille Occhetto e di Leoluca Orlando, ma alla “discesa in campo” di Berlusconi; e li paghiamo in termini di civiltà giuridica  perché per effetto di quelle leggi emergenziali e dei poteri speciali che esse attribuivano, della crescente contiguità fra lobby giudiziaria e settori della politica, del sommarsi di un giustizialismo di destra a quello giudiziario e a quello di sinistra, la giustizia italiana si è allontanata drasticamente dagli standard medi della giustizia degli altri paesi occidentali e avvicinata drammaticamente a quello che una volta veniva chiamato “terzo mondo”.

Se le cose stanno così, e stanno così, e se è vero che lo stato della Giustizia è il centro nevralgico di ogni Stato di diritto, questo significa che il nostro Stato si è allontanato dai principi stabiliti dalla nostra Costituzione e da quelli propri dell’ordinamento europeo e internazionale dei diritti umani : significa che siamo al di sotto del livello minimo di legalità propria di uno Stato di diritto. E quindi che il nostro Stato viola il proprio diritto. Se questo è vero, non bisogna  avere paura delle parole. Se questo è vero, ogni democratico si deve preoccupare di interrompere questa flagranza di reato e di far rientrare la Repubblica nei limiti della sua propria legalità.

Non dilunghiamoci con le cifre, che sono fin troppo note. Limitiamoci ad alcuni dati di fatto.

Giustizia civile: organismi sovranazionali hanno valutato nella perdita dell’1% del PIL annuo le conseguenze della lunghezza dei processi civili e di  un arretrato giudiziario che scoraggia ogni forma di investimento estero in Italia.

Custodia cautelare: i detenuti che sono in carcere in attesa di giudizio superano il 40% del totale, una percentuale quasi doppia rispetto a quella di altri paesi per popolazione e criminalità paragonabili al nostro.

Giustizia penale. Il sovraffollamento delle carceri e la violazione sistematica dei diritti umani che esso produce sono solo il fenomeno ultimo e consequenziale di una crisi della nostra giustizia penale, inflazionata dal numero e dalla lunghezza dei processi, soggetta a continue condanne dalla Corte Europea dei diritti umani e perentoriamente invitata a rientrare nei limiti della legalità costituzionale e internazionale nel termine di un anno.

E’ difficile immaginare che questi obiettivi si possano raggiungere senza una radicale riforma della giustizia civile e, senza il rapido ricorso a una amnistia nel diritto penale, capace di riportare a condizioni di immediata vivibilità gli istituti di pena, sfoltendo contemporaneamente a causa della cancellazione di molti reati una percentuale consistente dei procedimenti penali e dell’enorme arretrato giudiziario. Naturalmente l’Amnistia va collegata subito ad alcune riforme che prevedano ampie forme di depenalizzazioni e il ricorso ad arresti domiciliari e a pene alternative almeno paragonabili a quelle cui fanno ricorso paesi come la Francia, la Germania e la Gran Bretagna. In parte notevole queste riforme sono coincidenti con le misure abrogative previste da almeno otto dei dodici referendum sui quali si stanno raccogliendo le firme in queste settimane e in questi mesi estivi, per iniziativa radicale. Si tratta di referendum riguardanti la legge Fini-Giovanardi sulle tossicodipendenze, le leggi Bossi-Fini sull’immigrazione, il divorzio breve, la responsabilità civile dei magistrati, la custodia cautelare (almeno in parte), la separazione delle carriere.

Sono esagerazioni radicali? Ciò che appare francamente stravagante è il silenzio, è l’assoluta assenza di qualsiasi voce e di qualsiasi progetto non dico davvero riformatore ma almeno riformista da parte del Partito democratico o di una parte di esso.

Non c’è neppure da sperare che a questo silenzio, a questa assenza corrisponda una iniziativa riformatrice e garantista del centro-destra, di cui si è sempre dovuto registrare l’abbandono di ogni connotazione e di ogni proposito riformatore e di ogni politica davvero liberale, a partire dall’abbandono di quella triade Presidenzialismo/Federalismo/Uninominale che sembrò caratterizzare nel ’94 l’avvio dei programmi di governo berlusconiani.

La politica che ci è stata proposta da quella parte è stata caratterizzata da un garantismo peloso e unilaterale, attento solo alla soluzione dei problemi giudiziari del Capo e a salvaguardare i privilegi dei colletti bianchi. Ad esso si è associato un giustizialismo di destra che non aveva nulla da invidiare a quello di sinistra, un giustizialismo che pretendeva e pretende di risolvere con la penalizzazione e la carcerizzazione ogni problema sociale (dalle tossicodipendenze all’immigrazione – si pensi al reato di clandestinità -, dalla prostituzione alla violenza negli stadi). E’ stato sufficiente che il Ministro della Giustizia Cancellieri annunciasse la possibile scarcerazione con il ricorso a pene alternative di 4000 detenuti, responsabili di reati non gravi e ritenuti non pericolosi perché la canea giustizialista di destra si scatenasse di nuovo in nome della difesa della sicurezza dei cittadini

Si dice che la speranza sia l’ultima a morire. Speriamo dunque, nonostante tutto. Speriamo che, se la contrapposizione ha prodotto i risultati che abbiamo visto, le larghe intese cui PD e PDL si sono dovuti alla fine acconciare per evitare la fine immediata della legislatura, possano produrre qualcosa di diverso e di opposto, raccogliendo finalmente l’appello alla “prepotente urgenza” cui ormai da due anni Giorgio Napolitano ha richiamato Il Parlamento e il Governo, sia pure non nelle forme rituali del massaggio presidenziale alle Camere, previsto dalla Carta costituzionale..

 

LA RIFORMA DELL’ECONOMIA E L’USO DELLE RISORSE PUBBLICHE

Con il livello, in crescente aumento, del nostro debito pubblico, solo dei pazzi e degli irresponsabili possono ritenere, appena ottenuta l’uscita dell’Italia dalle procedure d’infrazione volute dall’Unione Europea, che si possano risolvere i gravi problemi economici del paese ricorrendo subito e di nuovo allo sforamento del deficit, che comporterebbe  inevitabilmente un ulteriore aumento della enorme massa del debito pubblico

La ricerca delle risorse che sono tuttavia necessarie per alleggerire la pressione fiscale, se non dell’intera popolazione almeno dei lavoratori e delle imprese e per favorire la ripresa economica, è una strada stretta e impervia che esclude la possibilità di scorciatoie e di soluzioni miracolistiche. Questa opera faticosa e che non è a costo zero dal punto di vista politico e sociale, impone di chiedersi responsabilmente per quali obiettivi, una volta trovate, queste risorse debbano essere impiegate. Mentre tutti parlano del differenziale del costo del lavoro che grava sulle nostre imprese e ne limita la competitività, forse è giusto chiedersi se il Governo Letta abbiano fatto bene a dare l’impressione di condividere alcune tassative richieste di Berlusconi e se sia davvero opportuno utilizzare le poche risorse disponibili, così difficili da reperire, verso i due obiettivi della riduzione dell’IMU sulla prima casa e del rinvio dell’aumento dell’IVA. Forse per l’IMU prima casa sarebbe preferibile una rimodulazione per le fasce di reddito e le famiglie più deboli mentre è lecito dubitare che l’aumento dell’1% dell’IVA possa avere, nonostante la crisi dei consumi, l’impatto negativo sulle vendite temuto dai commercianti. La ripresa dei consumi con ogni probabilità non si avrà senza un aumento dell’occupazione e senza un sia pur contenuto aumento del potere d’acquisto delle famiglie. La riduzione del costo del lavoro, necessaria per restituire competitività alle imprese e aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori, dovrebbe essere considerata da tutti, a destra e a sinistra, la vera priorità da perseguire, come sostengono da tempo almeno in questo caso all’unisono Confindustria e sindacati.

Questo è un paese che, quando si devono affrontare e  risolvere i problemi, rischia sempre di rimanere fermo al palo di partenza. Chi non ricorda la promessa della riduzione del cuneo fiscale, fatta da Romano Prodi? Era l’anno di grazia 2006. Da allora sono passati sette anni. Ed anche allora si preferì alla riduzione del cuneo fiscale sul costo del lavoro l’abolizione berlusconiana dell’ICI sulla prima casa.

Ma è davvero impossibile trovare risorse economiche per rilanciare l’economia del paese? Bisogna dire chiaramente che non è impossibile, anche se è difficile e certamente costoso, politicamente, elettoralmente e  probabilmente nel breve periodo anche socialmente. Noi abbiamo una spesa pubblica esorbitante sostenuta dal ricorso a una altrettanto esorbitante fiscalità. La gran parte di questa spesa pubblica è destinata non a spese di investimento ma al finanziamento di spese correnti. Responsabilità della politica è scegliere e progettare, non conservare e gestire l’esistente. Non si può sostenere che sia impossibile progettare realisticamente ogni anno la trasformazione mirata di una parte limitata di questa enorme massa di spese correnti in spese di investimento, ponendo uguale attenzione alla trasformazione di alcune spese improduttive in spese produttive.

Veniamo da anni ed anni in cui l’unica politica di contenimento della spesa era affidata ai tagli lineari che i ministri dell’economia erano costretti a imporre ai riluttanti ministri della spesa nell’assenza di ogni altra scelta politica di governo, I tagli lineari hanno contraddistinto l’ultimo governo Berlusconi e i rapporti del ministro Tremonti con i ministri della spesa.  Apparentemente sarebbero dovuti servire per mettere in ordine i conti, in realtà arrecavano un ulteriore danno all’economia  colpendo indiscriminatamente e nella stessa misura settori di grande eccellenza e settori di assoluta retroguardia, spese altamente produttive e spese del tutto improduttive. Del Governo Monti ci siamo abituati a sentire tutto il male possibile sia da destra che da sinistra e tuttavia solo con il suo governo abbiamo assistito ad un tentativo di modificare questa pessima abitudine e di sostituire con un criterio selettivo e progettuale la pratica indiscriminata dei tagli lineari. Solo con il Governo Monti si è cominciato a parlare di spending rewiew, una espressione inglese che forse più della corrispondente italiana pone l’accento sul riesame e quindi sulla modificazione più che sul puro e semplice monitoraggio della spesa pubblica .     Quella decisione e quel lavoro del precedente Governo, che non è andato purtroppo oltre la fase preliminare, dovrebbe invece essere ripreso urgentemente dal Governo Letta mettendo alla prova la reale volontà riformatrice del PD e del PDL che ne hanno consentito la formazione. Si preferisce invece parlare di semplificazione delle procedure, di informatizzazione della Pubblica Amministrazione, di sburocratizzazione, obiettivi sacrosanti, tutti necessari e che direttamente o indirettamente hanno a che fare con la radicale modificazione dei criteri di selezione della spesa. Ciò che tuttavia deve essere chiaro è che essi non diverranno delle vere riforme se, attraverso la riorganizzazione dell’amministrazione, lo snellimento delle procedure, la riduzione o la redistribuzione del personale, non libereranno risorse da destinare ad alcune grandi questioni ambientali e sociali, che da decenni attendono di essere affrontate. Si pensi alla messa in sicurezza in tutta Italia degli edifici pubblici e in particolare delle scuole (un altro caso clamoroso in cui lo Stato non rispetta gli standard di legalità che impone ai privati) o alle misure di prevenzione necessarie perché ogni evento naturale non si trasformi, come sistematicamente avviene, in una tragedia e in un grave costo economico e sociale.

E’ comprensibile la ritrosia delle forze politiche ad affrontare questi argomenti. Mettere mano alla riorganizzazione della spesa corrente significa mettere in discussione consolidati equilibri di potere, incrostazioni corporative e clientelari, interessi che si ritengono acquisiti una volta per sempre, la redistribuzione amministrativa e se necessario territoriale del personale, in qualche caso gli stessi posti di lavoro. Ma senza questa capacità c’è solo gestione del potere e nessuna politica di governo.

Naturalmente una tale politica deve potersi muovere a tutto campo, senza riconoscere zone franche non importa se considerate tali per interessi politici o sindacali e senza fermarsi sulla soglia di zone considerate invalicabili come gli interna corporis delle Camere o l’autonomia delle regioni in generale e di quelle a statuto speciale in particolare. Da questo punto di vista, visto che con il Governo Letta si è tornati a parlare di revisione della Costituzione, occorre modificare con urgenza la pessima riforma del Titolo V della Parte II della Costituzione che  riguarda proprio i rapporti fra le diverse articolazioni dello Stato, una riforma, ahinoi, realizzata e voluta proprio dal centro-sinistra.

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