(Testimonianza pubblicata in “Pagine scomode. La rivista L’Astrolabio(1963- 1983)”. Novembre 2014. Ediesse)

                       

                        Gli anni sessanta furono gli anni del dissolvimento del primo Partito Radicale e della difficile eredità che con una buona dose di incoscienza ci proponemmo di raccogliere decidendo di assicurarne la continuità politica e statutaria. Furono anche gli anni dell’incontro con Loris Fortuna, della fondazione della LID, della battaglia per il divorzio in Parlamento e nel paese. Furono gli anni del nostro anticlericalismo, del nostro antimilitarismo, del nostro antiautoritarismo: anni di incubazione della rivoluzione culturale dei diritti civili che giungerà a maturazione negli anni settanta. Ho scritto molto su quegli anni nei decenni passati. Ma qui ho deciso di rievocarli solo tangenzialmente e indirettamente attraverso un intervento recente, riguardante  una mia esperienza politica e professionale, collaterale a quella del Partito Radicale       

                        Antonio Casiglia, che fu a lungo segretario e collaboratore di Ferruccio Parri, mi ha infatti chiesto all’inizio del 2014 di scrivere una testimonianza sulla mia collaborazione all’Astrolabio, il settimanale fondato e diretto da Ferruccio Parri. Lo scritto è destinato ad affiancare altre testimonianze in una pubblicazione (“Pagine scomode”, uscito in libreria alla fine di novembre 2014) dedicata al ricordo di quel settimanale e al ruolo che ebbe negli anni ’60 e ’70 nella vita politica e giornalistica, anche – si spera – per la felice coincidenza della digitalizzazione di tutti i numeri della rivista da parte del Senato. La mia collaborazione giornalistica alla rivista fu proposta e voluta da Ernesto Rossi e durò per oltre sette anni, senza mai comportare  nessuna contraddizione con la mia militanza radicale neppure nel periodo in cui fui chiamato a sostituire Pannella – nel 1967 e nel 1968 – alla segreteria del Partito. A differenza della mia attività professionale all’Agenzia Giornalistica Italia, la collaborazione giornalistica all’Astrolabio si intrecciò profondamente con il mio impegno politico di quegli anni. Per questo ho trovato giusto riproporla anche qui.

 

Fu Ernesto Rossi a chiedermi di collaborare stabilmente all’Astrolabio nel momento, se non ricordo male, del passaggio della rivista da quindicinale a settimanale. Era uno degli ultimi mesi del 1964. Giovanissimo, lo avevo conosciuto nei primi anni ‘50, nella sede di Piazza Fontana di Trevi del Movimento Federalista Europeo di cui era, con Altiero Spinelli, uno dei leader e successivamente, dopo il 1955, nelle sedi del Mondo e del Partito Radicale. Ricordo ancora la prima riunione redazionale a cui partecipai: c’era Ferruccio Parri nella sua veste di direttore e in pratica anche di fondatore ed editore, c’erano Ernesto Rossi, Leopoldo Piccardi, Luigi Ghersi che era allora vice direttore e naturalmente  Mario Signorino  che aveva assunto da subito un compito di coordinamento redazionale e che nel 1968 sostituirà Luigi Ghersi come vice direttore; poi c’erano altri collaboratori, giornalisti dell’Avanti o della RAI, in genere appartenenti alla sinistra lombardiana del PSI: Piero Buttitta, figlio del grande Ignazio, Luciano Vasconi, che si occuperà a lungo della rottura interna al mondo comunista fra Unione Sovietica e Cina maoista, Giorgio Lauzi che avrebbe seguito le vicende sindacali di quegli anni. A me fu chiesto di scrivere per il primo numero del settimanale, in vista della unificazione fra PSI e PSDI, un articolo di rievocazione della scissione di Palazzo Barberini (“Quel giorno del 47”).

L’amicizia e la vicinanza politica con Ernesto Rossi maturarono nella seconda metà degli anni ‘50 e nei primi anni ‘60. Avevo aderito nel 1955 al Partito Radicale con entusiasmo e con speranza. Negli anni del ginnasio e del liceo ogni mercoldì prima di andare a scuola mi fermavo dal giornalaio per acquistare Il Mondo. Poi nell’Università, dal 1954 al 1958, avevo fatto l’esperienza dell’Unione Goliardica Italiana, un movimento laico alternativo alla cattolica Intesa Universitaria e partecipato alla vita degli organismi rappresentativi studenteschi e dell’UNURI. Con molti altri provenienti dalle fila dell’UGI  (Marco Pannella, Franco Roccella, Giovanni Ferrara, Giuliano Rendi, Massimo Teodori, Mauro Mellini,  Stefano Rodotà, Tullio De Mauro. Paolo Ungari, Piero Craveri) speravamo con il Partito Radicale di poter dar vita a una forza politica capace di promuovere e realizzare quell’unità delle forze laiche (anche se noi preferivamo, con Roccella, parlare di “unità laica delle forze”), proposta  da Ugo La Malfa dopo la sconfitta elettorale del 1953 e di rivitalizzare gli ideali dell’azionismo e del liberalsocialismo.

Per il suo passato di antifascista che aveva a lungo conosciuto il carcere e il confino, per la sua amicizia e compagnia con Gaetano  Salvemini, Carlo e Nello Rosselli, Eugenio Colorni, per le sue scelte politiche (Giustizia e Libertà e Partito d’Azione), per la sua intransigenza, per le sue campagne anticlericali e contro i Padroni del vapore e, soprattutto, per essere stato con Altiero l’autore del Manifesto di Ventotene, Ernesto Rossi non poteva non essere il più importante punto di riferimento per i più giovani all’interno del neonato Partito Radicale di allora dove pure non mancavano le personalità di spicco: dallo stesso Pannunzio a Leo Valiani, da Carandini a Piccardi, da Mario Ferrara a Mario Paggi, da Guido Calogero a Leone Cattani, da Francesco Compagna a Mario Boneschi,  per citarne solo alcuni. Lo era in particolare per me  che avevo avuto come unica esperienza partitica quella nella federazione giovanile del PSDI di Giuseppe Saragat  e, nel 1953, avevo guardato con curiosità ed interesse alla formazione di Unità Popolare di Ferruccio Parri, di Piero Calamandrei e  Tristano Codignola (di cui aveva fatto parte il mio maestro di diritto, Tullio Ascarelli, che divenne poi uno dei principali collaboratori di Ernesto negli Amici del Mondo e nella preparazione dei convegni che questa associazione radicale organizzò dal 1955 al 1961).

Il Partito Radicale di quegli anni fu per tutti noi una straordinaria esperienza formativa. Purtroppo però, sette anni dopo, nel 1962, non solo l’unità delle forze laiche non era stata raggiunta, ma lo stesso Partito Radicale si frantumava, dividendosi in almeno tre posizioni. Il “Caso Piccardi” ne fu l’occasione e forse il pretesto ma i motivi della divisione furono politici e si erano già manifestati nei mesi precedenti: da una parte gli esponenti della vecchia sinistra liberale  con Pannunzio, rimanevano fortemente legati a Ugo La Malfa; dall’altra invece, assecondata da Leopoldo Piccardi e da Eugenio Scalfari, si accentuava la tendenza della maggioranza dei quadri del PR ad avvicinarsi al PSI, che aveva compiuto con il centro-sinistra le sue prime scelte di governo dopo la rottura dell’alleanza frontista con il PCI. Questa tendenza era cominciata nel 1960 durante l’opposizione al Governo Tambroni. Il radicale Piccardi divenne presidente di un comitato unitario contro l’alleanza DC-MSI. E in quella circostanza l’intero Partito Radicale, allineandosi alla posizione di Ugo La Malfa, si batté per l’immediato ingresso del PSI nella maggioranza e nel governo opponendosi alla scelta morotea delle convergenze parallele (appoggio esterno del PSI e del PLI a un governo presieduto da Fanfani). Come effetto di queste scelte, a Roma, a Milano e in molte altre città candidati radicali si presentarono nelle liste del PSI e molti furono gli eletti in diversi consigli comunali. A Roma furono eletti Piccardi, Antonio Cederna e Arnoldo Foà, a Milano ben quattro consiglieri, a decine nelle altre città. Il processo di attrazione radicale da parte del PSI subì di conseguenza una accelerazione che non poteva non preoccupare Pannunzio e l’ala filolamalfiana del PR.

A questo di aggiunse la costituzione  di “Sinistra Radicale”, cui demmo vita con Pannella, Roccella, Mauro Mellini, Angiolo Bandinelli  e altri dei radicali della mia generazione: una iniziativa che ebbe la benedizione nel congresso del 1962 di Bruno Villabruna e dello stesso Ernesto Rossi che, pur senza rompere con la maggioranza, accettarono di capeggiarne la lista. La mozione della “Sinistra Radicale” respingeva l’ipotesi di una alleanza di centro sinistra e si poneva l’obiettivo di una alternativa laica alla Democrazia Cristiana da ricercarsi anche attraverso il confronto e possibilmente la ricerca della convergenza con il PCI: una alternativa politica e di governo di carattere non frontista che, nelle nostre intenzioni, avrebbe dovuto realizzarsi attraverso la affermazione della politica dei diritti civili (a cominciare dal divorzio) e la riapertura della questione concordataria.

Non era l’unico motivo di vicinanza politica con Ernesto Rossi. Nell’estate del 1962 come Sinistra Radicale avevamo aderito alla marcia della pace Perugia-Assisi, promossa da Aldo Capitini, teorico della nonviolenza e anche lui proveniente dall’azionismo (fondatore negli anni quaranta con Guido Calogero del movimento liberalsocialista). La nuova iniziativa, che dette vita a una Consulta della pace, era parte di un più vasto movimento pacifista e antimilitarista, di ispirazione occidentale e democratica, che era nato e si era diffuso in tutta Europa come reazione ai rischi di guerra nucleare e aveva trovato i suoi leader in Bertrand Russell, nel deputato greco Lambrakis, che sarà poi ucciso dal governo dei colonnelli, nello stesso Aldo Capitini. L’affermazione di questo movimento, pure aperto ai comunisti, segnò tuttavia la fine dell’organizzazione frontista e filosovietica dei partigiani della pace. Ernesto Rossi  partecipò con noi a quella marcia e fu uno degli oratori alla manifestazione conclusiva che si svolse sulla Rocca di Assisi.

Quando i componenti della vecchia sinistra liberale del Mondo decisero di rompere con il Partito Radicale, rimase l’amicizia e la vicinanza anche negli obiettivi politici con Ernesto Rossi, ma si separarono nettamente le nostre rispettive scelte organizzative. Noi come “sinistra radicale” decidemmo, compiendo una scelta da molti ritenuta impossibile e velleitaria, di assicurare la continuità politica e organizzativa del Partito Radicale mentre Rossi decise di dar vita con Parri, Piccardi, Luigi Ghersi ed altri radicali al Movimento Gaetano Salvemini che nelle sue intenzioni avrebbe dovuto sostituire gli Amici del Mondo sia nella organizzazione di convegni sia nella elaborazione di progetti di riforma, politici, giuridici, economici. E già all’inizio del 1963 il Movimento tenne fede a questo impegno con un convegno sulla Federconsorzi, che nei mesi successivi  fu ampiamente sfruttato da Giancarlo Pajetta nella campagna elettorale del PCI alle elezioni politiche del 1963. L’Astrolabio, inizialmente progettato da Ernesto, fu invece pensato  come sostituto del Mondo per consentire innanzi tutto a lui la pubblicazione delle sue inchieste e delle sue campagne politiche e giornalistiche.

Il “nostro” Partito Radicale ebbe invece all’inizio una vita stentata anche se avemmo il sostegno e l’incoraggiamento di Elio Vittorini, il comunista che aveva rotto con Togliatti sullo stalinismo. Vittorini accettò di presiedere il consiglio nazionale del P.R. e a chi gli chiese ragione di questa adesione (mi pare fosse Italo Calvino), rispose  che per lui era “ un modo di essere più a sinistra, di andare oltre la sinistra”. Quanto ad Ernesto Rossi, a dimostrazione di rapporti politici mai interrotti , fece alcuni pubblici appelli a votare i candidati radicali a Roma per il Comune in una lista con il PSIUP, nato da una scissione del PSI e a Ravenna in una lista del PCI.

Con Ferruccio Parri la conoscenza era invece solo indiretta e solo formale. Per noi tutti, anche giovani radicali, era il mitico “Maurizio”, capo della Resistenza  e leader dell’antifascismo democratico. Come tale a metà degli anni ‘50 lo avevamo invitato a inaugurare a Trieste il congresso nazionale dell’UNURI , che registrò un grande successo politico e numerico dell’UGI. Probabilmente ciò che di me interessava a Parri più che la militanza radicale e la esperienza politica universitaria era la scelta professionale di giornalista d’agenzia. A metà del 1962, nel momento che avrebbe dovuto essere di definitiva dissoluzione del Partito Radicale, avevo rinunciato a fare l’avvocato e accettato l’assunzione che mi era stata offerta di andare a fare il praticante giornalista presso l’Agenzia Giornalistica Italia. Con la direzione di Adolfo Annesi l’AGI  aveva profondamente innovato il giornalismo d’agenzia, fino ad allora monopolizzato dall’ANSA, che non si era molto differenziata dalla ufficialità della Stefani (così si chiamava l’agenzia del regime durante il fascismo). Sicchè oltre alla mia volontaria attività di militante, facevo il giornalista in un punto di osservazione assai interessante, a ridosso della formazione delle notizie politiche. Fu forse anche per questo che per l’Astrolabio scrissi molte cronache e commenti politici sui fatti più rilevanti della vita politica di allora: sviluppi della attività dei governi Moro, Colombo e Rumor,  rapporti sempre critici  fra i partiti del centrosinistra, unificazione PSI-PSDI e successiva divisione, scissione del PSIUP, congressi del PCI durante la segreteria di Luigi Longo, riflessi politici delle lotte sindacali, distacco dal tradizionale collateralismo democristiano di una organizzazione cattolica come le ACLI e nascita del movimento politico di Livio Labor.

Non ho mai avuto sui miei articoli alcun rilievo o commento negativo da parte del direttore. Se avevo dei dubbi sul contenuto degli articoli, oltre a discuterne con Ghersi e soprattutto con Signorino, potevo telefonare a Parri o andarlo a trovare presso la sua casa sulla Cristoforo Colombo. Sta di fatto che la mia attività giornalistica nel settimanale Astrolabio non si interruppe neppure quando nel congresso di Firenze del 1967 e nel 1968 sostituii Pannella nella segreteria del Partito Radicale. Inutile dire che per me, giornalista di agenzia e politicamente impegnato in una forza politica allora marginale e fuori dagli equilibri politici che contavano, l’esperienza nell’Astrolabio settimanale fu un completamento e un impegno professionale importante di cui sono sempre stato molto grato a Ernesto Rossi e Ferruccio Parri

Ho avuto l’impressione che con l’Astrolabio Ferruccio Parri abbia voluto riprendere un protagonismo politico che era stato costretto ad interrompere a metà degli anni cinquanta. Dopo il fallimento non politico ma elettorale di Unità Popolare contro la cosiddetta legge truffa, coloro – in maggioranza ex azionisti – che l’avevano costituita, uscendo insieme a Parri dal PRI e al seguito di Calamandrei e Codignola dal PSDI, si dispersero subendo alcuni l’attrazione  del PSI e altri facendosi coinvolgere nel processo di formazione del Partito Radicale. La sinistra liberale del Mondo aveva infatti rinunciato a costituire un piccolo movimento scissionista liberale e adottato il termine radicale, non nuovo nella storia dell’Italia post-risorgimentale e che più recentemente, all’interno del Partito d’Azione, era stato adottato proprio da Parri e La Malfa per marcare la loro posizione congressuale che si contrapponeva alla scelta socialista compiuta dalla maggioranza di quel Partito prima della sua dissoluzione. Così molti ex azionisti amici di Parri si erano uniti nel ’54 e nel ’55 ad Ernesto Rossi nel costituire insieme agli uomini della sinistra liberale il Partito Radicale, anche perché probabilmente speravano di dare con la loro scelta maggiore consistenza politica e organizzativa alla iniziativa lamalfiana dell’unità delle forze laiche.

All’interno dell’Astrolabio i rapporti tra Ferruccio Parri ed Ernesto Rossi sono sempre stati di grande stima e amicizia, anche se non sempre collimanti. Non deve meravigliare che tra i due, in quel periodo a cavallo tra il 1965 e l’inizio del 1967, il più critico nei confronti del centrosinistra e delle scelte del PSI fosse proprio Ernesto Rossi, estraneo com’era ad ogni considerazione di equilibrio politico e alle tattiche della politique politicienne, convinto al contrario che bisognasse tenersene fuori e preparare mazzinianamente per il futuro cambiamenti più radicali. Parri, interessato al dialogo con il PCI di Longo, era invece attento a mantenere aperti anche i rapporti con il PSI e soprattutto con Lombardi e la sinistra lombardiana. In una riunione redazionale, Rossi che era un po’ sordo si arrabbiò perché parlava a voce troppo bassa e Parri, con ironia, gli rispose “lo faccio proprio per non farmi ascoltare da te”.    Su un tema tuttavia –  l’anticlericalismo  –  il dissenso tra i due era netto. Anche se le sue inchieste sui rapporti fra Stato e Chiesa furono sempre pubblicate, era chiaro tuttavia che quella non era la linea editoriale del settimanale. Così quando, alla vigilia della ricorrenza del Concordato fascista del 1929, sull’onda dei primi successi della Lega Italiana per l’istituzione del divorzio, proclamammo come Partito Radicale il 1967 “Anno Anticlericale” e convocammo per la metà di febbraio una grande manifestazione al Teatro Adriano, Ernesto vi aderì con entusiasmo, accettò di esserne uno degli oratori insieme a Loris Fortuna e a Marco Pannella e trovò naturale proporre  che anche il settimanale aderisse a quella campagna. Incontrò però il deciso diniego di Parri. Fu l’unico scontro fra i due di cui abbia memoria. Lo risolse una proposta di Leopoldo Piccardi: L’Astrolabio sarebbe uscito, a commento della iniziativa, con il titolo di copertina “Possiamo dirci anticlericali?”, seguito da un grande punto interrogativo e con un lungo articolo problematico (con dei pro e dei contro) scritto dallo stesso Piccardi. In quello stesso numero fui incaricato di scrivere la recensione di Pagine Anticlericali, un libro che faceva idealmente seguito a Il Manganello e l’Aspersorio (riguardante i rapporti fra Chiesa italiana e fascismo)  e che  raccoglieva tutti gli articoli e le inchieste giornalistiche di Ernesto, pubblicate dal Mondo e dallo stesso Astrolabio nel corso degli anni su questo argomento. “Le ragioni di un  anticlericale” (5/2/1967)  fu il significativo titolo scelto per quel mio articolo, che prendeva spunto dalla recensione per trattare anche dei rapporti fra Stato e Chiesa dopo il Concilio Vaticano II e i primi governi di centro-sinistra. Quasi un risarcimento nei confronti di Ernesto che non poté partecipare alla manifestazione dell’Adriano. Pochi giorni prima ci giunse infatti la notizia che era morto in un ospedale romano per una complicazione post-operatoria, dopo un non preoccupante intervento chirurgico. Il settimanale gli rese onore attraverso un numero speciale al quale partecipai raccogliendo dalla voce di Altiero Spinelli la comune esperienza del confino nell’isola di Ventotene e la complessa gestazione (“Ernesto Rossi: La battaglia federalista” 26/2/1967) che portò al manifesto sul Federalismo europeo.

L’episodio citato non deve però essere interpretato in maniera sbagliata. In fondo, rispetto alla politica della sinistra e degli stessi partiti laici che condividevano il governo con la D.C., in tema di anticlericalismo Ernesto Rossi e i radicali erano la singolarità e l’eccezione (come del resto era stato anche il Mondo di Mario Pannunzio negli anni ’50). Sarebbe perciò sbagliato dedurne da parte di Parri  un pregiudiziale atteggiamento di chiusura conformistica nei confronti dei temi scomodi non condivisi dal PCI. Non era così come dimostra anche la sua adesione al ragionevole compromesso suggerito in quella occasione da Piccardi. Parri era interessato ad una evoluzione democratica del PCI, incoraggiato in questo dall’amicizia di Luigi Longo e dalle novità introdotte dalla sua segreteria nella vita del Partito dopo la morte di Palmiro Togliatti ma, proprio per questo, era anche attento ad ogni posizione di sinistra democratica e liberale, ad ogni posizione di sinistra non irregimentata che fosse insofferente dei limiti imposti dall’alleanza di centro-sinistra. In fondo in quegli  anni (parliamo del’ ‘66 e del ’67)  maturavano i mutamenti culturali (erano gli anni della minigonna, dei capelloni, della beat generation) che sarebbero poi esplosi, sull’onda e come ripercussione del maggio francese, nella rivolta universitaria e nell’autunno caldo del ’68 e del ‘69: mutamenti che giungevano dopo un decennio di migrazioni di dimensioni bibliche (dal sud al nord, dalle campagne alle città, dall’agricoltura all’industria) che avevano profondamente modificato non solo sociologicamente ma anche antropologicamente la cultura e la società italiana. Alcuni dei collaboratori stabili dell’Astrolabio (in particolare Tiziano Terzani, Giampiero Mughini, Giuseppe Loteta, Italo Toni, Giancesare Flesca, Gian Paolo Calchi Novati) erano particolarmente sintonizzati su questi cambiamenti, internazionali ed europei prima ancora che italiani. Nei confronti dei più giovani Parri aveva, senza alcuna indulgenza verso qualsiasi forma di estremismo, un atteggiamento insieme di apertura, di attenzione e di garanzia: un atteggiamento che almeno fino al 1971/72 mantenne anche nei confronti delle iniziative radicali e della politica dei diritti civili. Di questa attenzione e apertura sono testimonianza sia i miei articoli con i quali L’Astrolabio dal 1966 seguì la battaglia del divorzio fino a quando nel 1970 la legge Fortuna divenne legge dello Stato e la Consulta (con la presidenza di Branca) stabilì che era applicabile anche ai matrimoni concordatari sia, accanto alla mia, le collaborazioni saltuarie, dosate per evitare squilibri redazionali, di altri radicali (ricordo in particolare quelle di Angiolo Bandinelli e di Massimo Teodori). Probabilmente questa scelta di Parri e dell’Astrolabio contribuì in quegli anni a modificare anche la posizione del PCI sul divorzio: inizialmente contrario (al primo convegno della LID nel’65 Luciana Castellina intervenne per sostenere la contrarietà alla legge Fortuna, dicendo che bisognava invece seguire la strada maestra della riforma del diritto di famiglia), nel 1968 prevalse la linea divorzista sostenuta fin dal primo momento dagli on.Iotti e Spagnoli e i parlamentari comunisti confluirono nel sostegno   alla proposta  di legge Fortuna-Baslini . Ma determinante naturalmente fu il movimento nel paese e l’opinione laica che si formò intorno a quella legge soprattutto a sinistra.

Nell’aprile di quest’anno è morto Aldo Braibanti, l’intellettuale arrestato e processato per plagio nel 1968, accusato di aver piegato alla sua volontà un giovane convincendolo (ma per gli accusatori costringendolo) ad abbandonare la propria influente e benestante famiglia cattolica di una importante cittadina veneta. L’accusa di plagio e l’arresto servivano anche a distrarre l’attenzione dal vero e proprio sequestro di persona di cui fu vittima quel giovane, ricoverato dalla famiglia contro la sua volontà in una clinica psichiatrica (allora era possibile). E poiché l’accusa sottintesa riguardava il sospetto e l’implicita condanna di un rapporto omosessuale, con l’eccezione di pochi intellettuali amici di Braibanti la stampa anche di sinistra preferì voltarsi dall’altra parte e disinteressarsene. Il primo ad occuparsene fu Marco Pannella  che  seguì giorno per giorno il processo pubblicando su “Notizie Radicali” – una piccola agenzia di partito – dei puntuali servizi giornalistici su ogni udienza. Quando ci fu la condanna, Pannella prese di petto il presidente del Tribunale: “Chi viola la legge delinque, il giudice (indicato per nome) ha violato la legge, il giudice è un delinquente”. L’Astrolabio fu il primo settimanale ad occuparsi del caso Braibanti, rompendo il silenzio e la distrazione del resto della stampa con gli articoli di Mario Signorino, di Giuseppe Loteta e miei (“Il caso Braibanti: Inquisizione 68” era il titolo di un mio articolo) . Quel giudice di cui non ricordo il nome querelò sia “Notizie Radicali” sia L’Astrolabio, i cui reportage furono attaccati dai giornali clericali e di destra ma valsero a interrompere l’indifferenza e l’assenza dell’opinione pubblica di sinistra.  Il processo fu assegnato al Tribunale dell’Aquila e  vide imputati per le due testate, come responsabili o come estensori di alcuni degli articoli incriminati,  Marco

Pannella, Mario Signorino e Giuseppe Loteta. Ferruccio Parri si recò in auto nel capoluogo abruzzese, accompagnato dalla signora Ester, per testimoniare davanti a quel Tribunale a favore dei suoi collaboratori. E lì lui e la signora Ester incontrarono Vittorio Gassman che aveva affittato un piccolo pullman per portare i giovani frequentatori della sua scuola di teatro ad assistere al processo in segno di solidarietà verso Braibanti e i tre giornalisti imputati di diffamazione. Qualche anno dopo, per effetto di quella campagna di stampa, l’articolo del Codice Rocco che prevedeva il reato di plagio fu abrogato dal Parlamento. E fu merito di Pannella e, anche, dell’Astrolabio e di Ferruccio Parri.

La mia collaborazione con L’Astrolabio è durata dalla fine del 1964 a tutto il 1971, più di sette anni. Ho contato circa duecento articoli in massima parte firmati con il mio nome e alcuni con lo pseudonimo di Ernesto Buglioni (un omaggio insieme alla memoria di  Rossi e del mio nonno materno). Sono passati molti anni e non saprei dire se vi furono anche motivi politici che mi indussero a sospendere una collaborazione così intensa e continuativa. Sicuramente vi ebbero un ruolo importante la crescita degli altri  miei impegni professionali e politici  ma non escludo che possano aver influito il minore interesse per il ritorno alla periodicità quindicinale e la maggiore influenza che ebbe dopo le elezioni sulla linea editoriale il gruppo parlamentare della “Sinistra indipendente”. Già prima delle elezioni del 1972 erano cominciati infatti i tentativi per evitare lo svolgimento del referendum sul divorzio  anche a costo di modificare e snaturare la legge Fortuna con concessioni di principio alla Chiesa. La politica di Berlinguer era infatti rivolta ad impedirne lo svolgimento per due motivi: perché era convinto che nel referendum i divorzisti avrebbero perso e perché, nonostante il governo di centro-destra  Andreotti-Malagodi, voleva evitare di acuire le divisioni con il mondo cattolico e la DC. Come radicali, insieme a Loris Fortuna, ci battemmo invece per lo svolgimento del referendum non solo perché eravamo convinti che lo avremmo vinto ma anche per difendere allo stesso tempo i diritti costituzionali dei cittadini che lo avevano promosso e il diritto del popolo italiano ad esprimersi con il voto. I tentativi di conseguire un compromesso furono affidati prima al liberale Bozzi e poi alla senatrice Tullia Carettoni, che aveva lasciato qualche tempo prima il PSI e la sinistra lombardiana insieme ad Anderlini e a Bassanini ed era stata eletta nelle liste del PCI per la “Sinistra indipendente”. Fortunatamente il PSI di De Martino si oppose a questi tentativi. Nel ’74 il referendum si poté svolgere. Il divorzio fu confermato dal 60% degli elettori e, negli anni successivi, di questo risultato, paradossalmente ma comprensibilmente, fu proprio il PCI di Berlinguer a beneficiare. Fu una ventata di rinnovamento che scosse il paese e che si tradusse, anche per effetto di altri referendum, in importanti riforme legislative: nuovo, paritario, diritto di famiglia, riconoscimento dell’obiezione di coscienza al servizio militare, riforma dei codici e dei tribunali militari, voto ai diciottenni, depenalizzazione del consumo di droghe, chiusura dei manicomi, abolizione del reato di adulterio e del delitto d’onore, abolizione del reato d’aborto e sua legalizzazione. Come ha scritto e documentato in un libro il figlio di Aldo Moro, Giovanni, gli anni 70 non furono solo anni di piombo, furono anche anni di riforme e anni di opportunità di cambiamento e di crescita per il paese. Purtroppo la prospettiva di una alternativa laica alla DC, che il referendum del 74 aveva indicato concretamente possibile, fu esclusa e sacrificata alla strategia del ”compromesso storico” che produsse soltanto politiche emergenziali e consociativismo.

Rileggendo oggi gli articoli di analisi e di commento politico scritti in quegli anni,  in quelle cronache ci sono, tutti, gli antichi vizi, le inerzie, le incompiutezze di una politica che ha sempre praticato la scelta del rinvio e ha scaricato le proprie incapacità e le proprie contraddizioni sulle generazioni successive: gli stessi che sono all’origine della grave crisi democratica che attraversa oggi l’Italia.

Questa pubblicazione dedicata alla storia della testata, insieme alla opportuna digitalizzazione di tutti i suoi numeri e articoli che ne faciliterà le possibilità di consultazione, ci fa rimpiangere che siano mancati dopo  la loro chiusura, nei decenni successivi, settimanali come Il Mondo e L’Astrolabio. Ne ha risentito la coscienza critica e la vita democratica della intera società. Se qualcosa di analogo ci fosse stato e ci fosse anche oggi avrebbe contribuito e contribuirebbe ad assicurare un minimo di razionalità e di capacità di dialogo almeno tra le classi dirigenti nell’overdose dei social network e nell’orgia oscena dei talk show televisivi.

 

 

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