(Il Foglio 24 giugno 2016 e Agenzia Radicale 25 giugno 2016)

Adriano Sofri invita i radicali, nella speranza che essi abbiano un futuro o sappiano conquistarselo dopo Pannella, a preservare il partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito e quindi la sua vocazione di forza politica federalista e internazionalista e, a farlo, tornando allo statuto.

Sofri va ringraziato per il suo intervento sul Foglio perché solo se si farà valere sulle vicissitudini interne radicali il valore aggiunto di una qualche attenzione e partecipazione esterna, si può sperare di scrivere qualche altra pagina significativa della storia radicale. Allo stato dei fatti quel partito che i radicali sono amichevolmente invitati a salvaguardare, rilanciare e promuovere nelle sue ambizioni e nelle sue ragioni costitutive oggi purtroppo semplicemente non esiste. Esistono alcune centinaia di iscritti, di cui pochi i non italiani e fra gli italiani alcune doppie tessere. Ma non esiste un segretario politico perché quello eletto nell’ultimo congresso nel 2011 non si è mai insediato. Non esistono organi deliberativi in grado di convocare un congresso. Vengono invece convocate assemblee informali non si sa da chi e a che titolo convocate, introdotte da relazioni e interventi programmati non si sa da chi e a che titolo previsti e assegnati. La prossima, dopo una prima svoltasi a Roma, si svolgerà il 25 giugno a Teramo (e nonostante queste fondate riserve formali. vi avrei comunque partecipato se altri impegni non mi portassero altrove).

Io condivido con Sofri l’opinione che oggi come non mai c’è bisogno di un partito nonviolento dei diritti umani, della democrazia e dello stato di diritto: oggi più assai di quando nel 1988/1989 il PR assunse per la prima volta le sue forme transnazionali e transpartitiche. E’ in atto in Europa e in tutto il mondo occidentale uno scontro micidiale tra società aperta e società chiuse, che si vogliono di nuovo divise da muri, fili spinati e frontiere. E fuori d’Europa in Medio Oriente e in Africa un fondamentalismo islamico, da tempo divenuto protervo e terroristico, si rivolge apparentemente contro i valori e i principi della democrazia liberale ma in realtà è espressione di una guerra civile interna al mondo mussulmano riguardante il mondo sunnita prima ancora che le relazioni fra sunniti e sciiti, una guerra civile rivolta soprattutto contro le rivendicazioni di libertà e di emancipazione interne a quelle società, in particolare quelle delle donne mussulmane. Di tutto questo il Partito non ha mai trovato una sede per discutere non foss’altro che per aggiornare le sue analisi della realtà e i suoi paradigmi interpretativi. Siamo rimasti fermi alla analisi delle “democrazie reali”, che andava bene forse dieci anni fa’, non oggi che ricompaiono minacciosi i fantasmi (nazionalisti e ahinoi razzisti) di un lontano passato, addirittura prebellico. Io non so se, come teme Sofri, il diritto alla conoscenza sia soprattutto una tautologia o se, come sostiene Bandinelli, sia invece un grande progetto politico. Ma anche ammesso che sia un maturo e vincente progetto politico, rischieremmo una volta che fosse votato sormontando mille ostacoli e difficoltà dall’Assemblea delle Nazioni Unite, di doverci amaramente accorgere che l’ONU non è più da alcuno riconosciuta come fonte e luogo deputato della legalità internazionale mentre ovunque nel mondo si accumulano le macerie di ciò che resta dello Stato di diritto. Su tutto questo il partito non è esistito come luogo di confronto, di analisi, di dialogo e di discussione. E le iniziative di chi come Emma Bonino di questi problemi si è costantemente occupata, utilizzando la autorevolezza e la influenza conquistate per la politica radicale all’interno delle istituzioni. sono state considerate (e liquidate) come atti fuorvianti di mero presenzialismo personale.

In politica interna è accaduto lo stesso. Quello che dagli ormai lontani anni 80 ha cercato di essere il partito della riforma del sistema politico non si è praticamente accorto che negli ultimi due anni si è aperta una stagione di riforma costituzionale e istituzionale. Non siamo stati quelli del referendum Segni (in realtà Segni-Pannella) e dell’uninominale? Non abbiamo tenuto a battesimo il mattarellum? Non proponemmo a metà degli anni 90 la triade presidenzialismo-uninominale-federalismo, tentando di convincere Berlusconi e Bossi? E nel 2011-2012 non abbiamo cominciato noi l’attacco al porcellum riproponendo con Pannella, Ichino, Baldassarri la Lega per l’uninominale? Il silenzio su tutto questo è ora assordante. Ben venga Giovanni Negri con il suo “Radicali per il Sì-Sì per i Radicali”. Ben vengano i radicali per il NO. Ben vengano i Radicali del “Sì però” (il mio ad esempio è ancora un Sì esitante e incerto a fronte di un però grande come una casa perché queste riforme sono brutte assai e, se approvate, devono essere rapidamente modificate e corrette). Ben venga il dibattito, il confronto, perfino la divisione, sempre meglio dell’assenza, del silenzio, dell’indifferenza.

Esiste invece chi, avvalendosi di una continuità giuridica della Lista Pannella, tenta di trasformarla in continuità e in eredità politica. Esiste tra polemiche e divisioni una galassia di associazioni e movimenti radicali legati tra loro solo, fino a ieri, dal comune vincolo con Marco Pannella e dalla appartenenza a un Senato del Partito Radicale, da tempo non più convocato. Esistono poi le lacerazioni delle quali bisogna dire che sono state pervicacemente e a lungo coltivate, provocate, ingigantite. Attribuirle a Radicali Italiani e alle sue scelte congressuali mi sembra sbagliato e ingiusto. Caso mai quelle scelte sono state la conseguenza di una politica fondata sul rifiuto del dialogo, sull’esclusione, su una malcelata volontà di espulsione. Ed è del tutto pretestuoso indicare nella partecipazione alle elezioni amministrative di Roma e Milano, nate da una efficace presenza politica nei due consigli comunali e da iniziative militanti nelle due città, la violazione di chi sa quale ortodossia radicale. Per quanto mi riguarda ho più volte dichiarato di ritenere deboli le scelte congressuali di “Radicali Italiani” e sbagliato abbandonare il terreno del confronto all’interno del Partito radicale e ho proposto altre forme di partecipazione elettorale rispetto a quella che è stata invece prescelta. Ma riconosco a Radicali Italiani il merito di aver tenuto vivo un associazionismo radicale e una iniziativa militante senza i quali non può esistere alcun partito radicale. E quanto alle liste invito i critici a fare il confronto con le precedenti ultime, e fallimentari, esperienze elettorali. Riconosco inoltre alla associazione Luca Coscioni, alla cui vita partecipo per quanto posso attivamente, di aver ha mantenuto il protagonismo radicale nella politica dei diritti civili e per la libertà di ricerca, ottenendo grazie a Filomena Gallo significativi successi politici e giurisdizionali che gli sono riconosciuti ben oltre i confini del nostro piccolo mondo.

Non sarà possibile purtroppo il ritorno allo statuto auspicato da Sofri perché lo statuto cui lui fa riferimento è quello del 1967, non quello di oggi. Quello statuto aveva tracciato e proposto un modello teorico di partito libertario e federativo, alternativo al modello centralistico dei partiti comunisti e a quello dei partiti democristiani e socialdemocratici. Di esso nel nuovo statuto non sopravvive quasi nulla a cominciare dai congressi annuali a data fissa.

E’ giusto invece il suo consiglio di un congresso per discutere del possibile futuro radicale. Un partito o è una comunità politica che si riunisce, discute, delibera oppure non è. Suggerisco di fissare un tempo per una campagna di iscrizione e di convocare il congresso allo scadere di questo tempo. E mi auguro che a questa campagna e a questo dibattito partecipi anche Adriano e tanti altri oltre lui in modo da far entrare aria fresca in un ambiente rimasto troppo a lungo chiuso in sé stesso in attesa di input dall’alto che con ogni evidenza non potevano più venire.

Non sarà forse possibile conquistare basi materiali e consistenza transnazionale al partito. Non ne abbiamo le risorse finanziarie e mancano le condizioni politiche in termini di alleanze e di rapporti a livello di parlamenti e di governi. Per altro siamo stati bravi anche in passato ad organizzare le domande di democrazia e di diritto delle minoranze e a volte di maggioranze oppresse che ne erano prive, ma non abbiamo mai trovato forze disponibili a ricercare e promuovere insieme a noi le risposte a quelle domande, all’interno del Parlamento europeo e della UE come nell’ONU. Oggi di tutta evidenza questo è ancora più difficile da realizzare. Dobbiamo allora cominciare con il chiederci cosa fare per salvare intanto le ragioni costitutive del partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito. E dobbiamo farlo facendo cadere pregiudiziali e incompatibilità inconcepibili in un partito laico e libertario.

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