Il 28 gennaio scorso è morto mio fratello Giorgio Spadaccia, padre del mio caro nipote Francesco, come me radicale d’antan. Aveva appena compiuto 70 anni. Una volta si portava il lutto per la morte di un familiare. Ora non usa più. La società contemporanea lo ha cancellato dalle nostre abitudini con l’assurda pretesa di rimuovere la morte e il suo inevitabile destino. Il lutto tuttavia ti insegue, si ripropone in modo sotterraneo sotto forma di ricordi, colpevolizzazioni, sentimenti e risentimenti, non si rassegna a questa cancellazione culturale e sociale e chiede, pretende – come dicono nel loro gergo psicologi e psicanalisti – di “essere elaborato”.
Giorgio si era in pratica arreso alla malattia quando apprese alcuni anni fa’ di essere affetto da una grave forma di enfisema polmonare, di recente ulteriormente aggravata da una insorgenza tumorale. Marco Pannella ripete spesso che si comincia a morire quando si perde la speranza e non si ha la forza di divenire noi stessi speranza. Lo ha detto per alcuni nostri amici comunisti, morti in età ancora relativamente giovane dopo la crisi del 1989 e lo ha detto anche di mio fratello, dando notizia della sua morte nel corso di una delle sue conversazioni domenicali a Radio Radicale. Non so per gli altri (i drammi esistenziali di ognuno difficilmente sono riconducibili a un’unica formula, ad un’unica spiegazione) ma per mio fratello ha avuto sicuramente ragione. Giorgio non avuto questa forza, questa volontà.
L’ho assistito fino all’ultimo giorno con pietas e affetto fraterni ma anche, comprensibilmente, proprio per questa ragione, con sentimenti contraddittori. La sua ostinazione (quasi una sfida alla malattia e alla morte) nel continuare a fumare fino alle ultime ore di vita, che per gli altri è stato motivo quasi sempre di un sorriso liberatorio di complicità e di simpatia, per me invece è stato un motivo costante di sofferenza. Uguale dispiacere mi ha dato il vederlo chiudersi sempre di più in sé stesso, lasciando anzi tempo il suo lavoro professionale presso l’Agenzia nazionale per l’Ambiente, rinunciando alla rubrica settimanale, voluta da Massimo Bordin, sui problemi ambientali ed energetici che aveva curato per alcuni anni dai microfoni di Radio Radicale, estraniandosi infine dal rapporto con gli altri e da qualsiasi forma di impegno.
Sono stato perciò molto grato a tutti coloro – da Rita Bernardini a Valter Vecellio, da Angiolo Bandinelli a Massimo Bordin, da Geppi Rippa a Franco Sircana ma anche a Francesco Rutelli, per citarne solo alcuni – che con i loro ricordi mi hanno restituito una immagine diversa di mio fratello, ricordandone amicizie, attività, impegni politici di altri più felici momenti della sua vita di cui non ero stato partecipe.

P.S.: Credo sia giusto ricordare che Giorgio, più volte candidato in liste radicali, era stato eletto deputato nel 1979, scavalcando nei voti Gianluigi Melega, uno dei capilista della circoscrizione nella quale si era presentato. Con Gigi, autorevole giornalista dell’Espresso, c’era un accordo di Marco e nostro per la sua elezione: Giorgio che ne era a conoscenza e che sapeva che quei voti erano anche il riflesso della mia popolarità in quel periodo, accettò di dimettersi per far rispettare l’accordo. Più tardi abbiamo tutti appreso dai giornali che altri deputati eletti e dimessisi il primo giorno della legislatura in circostanze dunque del tutto simili, versando cinque anni di contributi. hanno potuto usufruire del corrispondente vitalizio senza aver svolto neppure per un giorno la funzione parlamentare. A lui, a cui pure non mancavano se avesse voluto informazioni e conoscenze, non è passato mai per la testa l’idea di attivarsi per ottenere un ingiusto privilegio, facendo pagare alle istituzioni un impegno preso con il proprio partito.

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