(Quaderni Radicali n. 111 febbraio 2016)

 

La radicalità dello scontro politico che si annuncia non può esimere da un giudizio di merito sulle due riforme. Per quanto riguarda la legge elettorale è difficile non concordare con il giudizio sostanzialmente negativo espresso da Gianfranco Pasquino recentemente sul Corriere della Sera, in un confronto indiretto con il prof. D’Alimonte, autore di un modello legislativo che dell’attuale legge è stato in qualche modo l’ispiratore. Pasquino che è un sostenitore del sistema uninominale (nella sua versione a doppio turno) del quale apprezza la maggiore democraticità perché affida la scelta degli eletti direttamente all’elettorato nei singoli collegi, rimprovera alla legge attuale di riproporre sostanzialmente il sistema dei nominati in vigore nel Porcellum confermando il potere dei vertici dei partiti nella scelta della rappresentanza parlamentare. D’Alimonte replica a Pasquino sostenendo che l’uninominale soddisfa solo uno dei due criteri cui deve rispondere una buona legge elettorale : assicura la governabilità del sistema a scapito della sua rappresentatività (e cita a questo proposito proprio i casi di Gran Bretagna e Francia dove sono sottorappresentate o non lo sono affatto forze politiche anche consistenti). La considerazione è giusta ma paradossalmente porta a rivalutare e  a far apprezzare il sistema elettorale che porta il nome dell’attuale Presidente della Repubblica sia pure modificato in forma ironica e maccheronica. Il Mattarellum infatti, prevedendo  ¾ dei deputati eletti nei collegi uninominali e  ¼ eletti invece proporzionalmente in collegi plurinominali regionali o provinciali, soddisfaceva insieme i due criteri della governabilità e della rappresentatività e al contempo garantiva meglio il requisito, che invece D’Alimonte mostra di trascurare, della democraticità complessiva del sistema politico. E se quel sistema misto non ha potuto dispiegare del tutto i suoi effetti, questo non lo si deve tanto a suoi difetti intrinseci quanto al mancato coerente adeguamento ad esso dei regolamenti parlamentari e al prevalere nel ceto politico di una persistente cultura proporzionalista.

Nel formulare un giudizio generale sulla legge elettorale bisogna infine prendere atto che, dovendo scegliere fra sistemi politici propri di democrazie mature, a lungo sperimentati e quelli di democrazie meno stabili e più fragili, si finisce sempre per preferire queste ultime. In questo caso piuttosto che adottare un sistema analogo a quello inglese, francese o tedesco, si è preferito guardare alla Grecia. E infatti la nuova legge elettorale italiana è la stessa con la quale è stata eletto Tsiprass: unica differenza, la mancanza in Grecia del doppio turno.

Quanto alle riforme costituzionali propriamente dette, non sono in discussione mi pare da parte di nessuno  la positiva modifica del Titolo V, la chiusura di un ente ormai sostanzialmente inutile e non utilizzato come il CNEL e tanto meno la rinuncia al bicameralismo perfetto sostituito da un bicameralismo con funzioni differenziate. Anche qui tuttavia va detto che, potendo ispirarci a più modelli democratici (ad esempio quello del senato americano cui la costituzione assegna importanti compiti di controllo dei vasti poteri presidenziali) si è preferito guardare in parte al sistema francese in parte al sistema tedesco con una soluzione pasticciata che difficilmente contribuirà a semplificare il sistema legislativo destinato a rimanere ipertrofico se non muta la cultura politica e legislativa del nostro paese con una decisa e ponderata scelta di delegificazione. Affidare prevalentemente le residue funzioni legislative in materia di rapporti fra Stato e regioni proprio alle rappresentanze regionali (le cui classi dirigenti sono state le più discusse nelle ultime legislature per quanto riguarda la crescente illegalità del regime) può inoltre rivelarsi controproducente proprio ai fini della radicale semplificazione e dello snellimento del processo legislativo.

La combinazione del premio di maggioranza previsto dalla legge elettorale e della concentrazione della maggior parte dei poteri in capo alla Camera dei deputati previsto dalla riforma costituzionale ha creato delle complicazioni nei criteri di elezione degli organi costituzionali cui è affidato il compito di assicurare i necessari contrappesi  (Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale, Consiglio superiore della magistratura). Per impedire che essi siano monopolizzati esclusivamente dalla maggioranza si è dovuto ricorrere all’espediente delle maggioranze qualificate che possono tuttavia, a causa dei veti incrociati, portare nella ricerca dei necessari compromessi alla scelta di personalità meno caratterizzate e più sbiadite che potrebbero rivelarsi non “al di sopra” ma “al di sotto” delle parti che le hanno scelte.

Non credo però abbia molto senso mettere a confronto, controbilanciandoli, aspetti positivi e aspetti negativi dell’azione riformatrice del Governo. Saranno gli elettori a decidere al momento del referendum confermativo e sarà decisivo il confronto politico che lo precederà. Forse ha ragione Giorgio Napolitano nel considerare che con queste riforme si è comunque interrotto il nostro lungo immobilismo costituzionale, fortemente difeso e voluto dai sostenitori della “Costituzione più bella del mondo” e che, proprio per questo, anziché prestarsi alla conferma dell’immobilismo in nome di una diversa visione e di più avanzate idee istituzionali, sarebbe opportuno accettare le riforme anche nelle parti più insoddisfacenti e criticabili. Mi sembra di cogliere un sottinteso nelle parole di Napolitano: che se la riforma passerà gli aspetti più deboli e criticabili di essa potranno essere corretti e modificati come è avvenuto ora per il titolo V o per la sostituzione del Porcellum, che hanno avuto la durata di sole due legislature, mentre se fosse bocciata saremmo condannati a convivere a lungo con il vizio antico dell’immobilismo in nome dell’intangibilità della Costituzione.

 

Riforma della giustizia e Spending review.  Su entrambi i temi, a differenza di quanto è accaduto per la legge elettorale e la riforma costituzionale, il governo è criticabile non per il contenuto delle sue scelte ma per l’opposto, per la decisione di non decidere o almeno di non compiere scelte significative all’altezza della gravità dei problemi che contraddistinguono sia il funzionamento della giustizia che ha ricadute devastanti sullo Stato di diritto sia una spesa pubblica che condiziona pesantemente la contabilità dello Stato e il sistema economico.

Per quanto riguarda la Giustizia, il solenne e coraggioso messaggio rivolto alle Camere dall’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che puntualmente indicava le più gravi disfunzioni del nostro sistema giudiziario e, per quanto riguarda  la condizioni delle carceri, non esitava ad evocare tra le possibili soluzioni anche quella dell’amnistia, è rimasto inascoltato da parte del Parlamento, da parte delle forze politiche e da parte del Governo. Renzi escluse subito ogni ipotesi di ricorso alla Amnistia e il suo ministro della Giustizia Andrea Orlando, al fine di evitare il ripetersi e l’aggravarsi delle condanne della Corte europea, è ricorso ad una serie di provvedimenti tampone che non hanno conseguito grandi risultati né per quanto riguarda la condizione delle carceri né per quanto riguarda la durata dei processi e l’esorbitante ricorso da parte dei giudici ai provvedimenti di detenzione cautelare. Un documento del Partito Radicale, che resta il principale protagonista della lotta per la riforma della giustizia, curato dall’Avv. Debora Cianfanelli, documenta come persistano e per alcuni aspetti si siano perfino aggravati tutti i mali della nostra Giustizia destinati a pesare negativamente anche sul nostro sistema produttivo. Secondo la Banca d’Italia le conseguenze negative della crisi della giustizia sul nostro sistema economico sono misurabili in un punto di PIL.

Quanto alla Spending review essa rimane una voce importante della retorica governativa a cui non corrisponde però uguale rilievo nella politica di bilancio. Carlo Cottarelli, che era stato chiamato da Letta a sostituire Enrico Bondi in questo incarico straordinario, rivolto ad analizzare la spesa pubblica e a progettarne la  riduzione e la revisione, aveva indicato l’obiettivo di una riduzione di 34 miliardi di euro in tre anni. Cottarelli è da tempo tornato al FMI  da cui proveniva ma – a parte alcuni interventi per limitare gli sprechi più evidenti della P.A. – del suo progetto per ora non c’è traccia nel bilancio dello Stato e nei programmi del Governo. La spending review per essere efficace ed avere riflessi positivi nella contabilità dello Stato deve necessariamente consistere nella riduzione delle spese improduttive o nella loro conversione in spese produttive e questo non può non riguardare la messa in discussione di molte decine  di migliaia di posti di lavoro. Basti pensare al personale di municipalizzate, la cui gestione fortemente condizionata dalla presenza sindacale non tiene alcun conto della produttività (il caso romano è giunto agli onori della cronaca ma non è l’unico)  o a quello di società partecipate la cui esistenza a volte sembra giustificata dall’unico scopo di aggirare il blocco delle assunzioni e del turn over imposto dalle leggi alle Regioni, ai Comuni o ad altri enti pubblici. Per ora, in materia di società partecipate, l’unico intervento previsto dal Governo è quello che prevede l’eliminazione dei consigli di amministrazione collegiali e la loro sostituzione con Amministratori Unici, che comporterà almeno inizialmente l’accentramento della direzione e una diminuzione delle spese di gestione ma nulla di più. Intanto, in mancanza di una consistente riduzione della spesa pubblica, le maggiori risorse necessarie per finanziare anche le riduzioni delle imposte (tra cui quelle sulla prima casa) vengono messe nel conto di una crescita economica ancora assai contenuta, della maggiore flessibilità richiesta all’Europa, delle clausole di salvaguardia destinate a scattare in maniera automatica e che devono essere per questo rinnovate di anno in anno.

 

L’intervento sul mercato del lavoro e la timida reviviscenza dei diritti civili.          Naturalmente se queste sono state le scelte del Governo Renzi sui nodi centrali di quella che Quaderni Radicali considera l’irrisolta “questione liberale” del PD, esse non esauriscono l’impegno programmatico del riformismo renziano. Sarebbe ingiusto dimenticare il cosiddetto Jobs Act in materia di riforma del lavoro che ha un contenuto positivamente liberalizzatore (non solo per la modifica dell’art.18 dello statuto dei lavoratori) oltre a favorire la stabilizzazione del precariato in maniera efficace. Ugualmente importante, in materia di tutela del risparmio, è stata la riforma delle Banche Popolari attraverso l’obbligatoria loro trasformazione in società per azioni, il proposito di intervenire  sulle Banche di Credito Cooperativo, il contenzioso aperto con l’UE per dar vita a una Bad Company  che alleggerisca i bilanci degli istituti di credito almeno delle sofferenze bancarie di più difficile esigibilità, fortemente cresciute in questo lungo periodo di crisi economica. E’ entrato intanto in funzione il provvedimento di riforma sulla scuola, che ha profondamente diviso non solo i suoi naturali destinatari, ma anche esperti e commentatori nonostante abbia stabilizzato circa cento mila precari e portato a compimento il processo di autonomia degli istituti che in tempi non recenti aveva teorizzato e avviato il ministro Berlinguer. Infine sta per giungere al traguardo la riforma della Pubblica Amministrazione.

Va anche riconosciuto a Renzi, proveniente da una importante famiglia democristiana, di aver sdoganato nel PD, almeno in linea di principio, il tema dei diritti  civili. Si è lontani beninteso dall’aver superato, nell’affrontarli, un approccio eccessivamente prudente e moderato mentre permane a volte un clima esitante di persistente ambiguità, caratterizzata dall’alternarsi di impegni e dichiarazioni di buona volontà e da improvvisi colpi di freno, dovuti alle minacce di Alfano e del Ncd. Il raffronto va fatto tuttavia con l’Ulivo di Prodi e D’Alema e con il PD di Veltroni e Bersani nei quali qualsiasi tema riguardante i diritti civili – dal testamento biologico al divorzio breve, dai PCS o i Dico alla abolizione del reato di clandestinità – subiva il veto insuperabile non solo della opposizione di centro-destra ma prima ancora della piccola minoranza clericale dello stesso PD. Ora, sia pure in questo clima di prudenza e anche di ambiguità, il dibattito parlamentare sulle unioni civili è stato affrontato e, nonostante le difficoltà incontrate per quanto riguarda le adozioni dei figli da parte del partner, oggetto di una campagna terroristica basata su falsità e mistificazioni, sia Renzi che il ministro per le riforme Boschi hanno assunto l’impegno di portarlo a conclusione avvalendosi del voto dei 5 Stelle entro il 2016. Lo sdoganamento dei diritti civili non riguarda soltanto le unioni civili sulle quali si è concentrata la polemica politica e l’attenzione della stampa: il provvedimento che snellisce i procedimenti di separazione e di divorzio e ne accelera i tempi almeno in una serie di casi, è stato approvato; nonostante gli ostacoli e i veti opposti su tutti questi temi dal Nuovo Centro Destra di Alfano, si è tornati a parlare anche dell’estinzione del reato di clandestinità, uno delle tante leggi-manifesto che servono solo a complicare il funzionamento delle giustizia; si è calendarizzato per il mese di marzo l’inizio dell’esame dei progetti di legge sull’eutanasia tra i quali quello di iniziativa popolare promosso dalla Associazione Coscioni che ne è stato il battistrada. Da ultimo (ma non ultimo) va ricordato che oltre duecento parlamentari hanno sottoscritto il progetto di legge Della Vedova per la legalizzazione della marijuana.

 

Un indiscutibile merito e due gravi difetti.  Infine, se si vuole formulare un giudizio complessivo sul leader del PD e  Presidente del Consiglio bisogna segnalare un suo indiscutibile merito e due gravi difetti. Va ascritta a suo merito la maniacale attenzione ai tempi  della agenda politica e parlamentare. Il successo o l’insuccesso di qualsiasi programma di governo e a maggior ragione di qualsiasi politica riformatrice passa infatti necessariamente attraverso non solo i temi che attraverso di essa vengono prescelti ma anche attraverso il processo che scandisce i tempi di discussione e di approvazione dei singoli provvedimenti soprattutto in un sistema come il nostro dove tutto o quasi deve passare attraverso l’intervento legislativo. Naturalmente questo ha anche comportato un ulteriore aumento, rispetto agli ultimi tre governi presieduti da Berlusconi, da Monti e da Enrico Letta, del ricorso ai decreti legge e, anche a causa dell’ostruzionismo delle opposizioni, del sempre maggiore  spazio occupato dalla iniziativa legislativa del governo a scapito di quella riservata all’iniziativa parlamentare. Si tratta di una disfunzione cronica e preesistente che si è solo aggravata con l’attuale governo e che può essere almeno in parte ridotta se si ha il coraggio di procedere a una decisa politica di delegificazione che consentirebbe al Parlamento di dedicarsi con maggiore approfondimento alla discussione delle riforme. Per esempio in pochi altri paesi è consentito al Parlamento di modificare il bilancio dello Stato come avviene in Italia con una defatigante attività emendativa che assomiglia da vicino a un vero e proprio arrembaggio, ed è considerazione che potrebbe estendersi anche a molti altri aspetti dell’ordinaria azione di governo.

Un suo evidente limite è invece nella scelta delle donne e degli uomini di governo, che devono essere fortemente legati a lui e in qualche modo da lui dipendenti: una constatazione che non si traduce affatto in un giudizio necessariamente negativo sui prescelti non fosse per il fatto che rivela la sua evidente difficoltà a relazionarsi con personalità che abbiano una propria indipendenza e autorevolezza e che potrebbero assicurare alla sua iniziativa il valore aggiunto della propria esperienza e delle proprie autonome competenze e conoscenze. L’unica di tali personalità presente nel governo è certamente il ministro dell’Economia Padoan ma, se si deve dar retta alle informazioni e ai commenti di stampa, la sua nomina fu dovuta alle insistenze del Presidente Napolitano. E’ come se il Presidente del Consiglio tema la frapposizione di altre volontà fra sé stesso e gli obiettivi che si propone di raggiungere e non tolleri alcuna interferenza di altri con interlocutori del suo stesso livello. Forse anche da questo limite deriva la sua scarsa influenza e incidenza nella scelta di chi deve guidare le Regioni e i Comuni. E’ come se lo sforzo di rinnovamento anche generazionale si sia fermato a metà ed abbia lasciato deliberatamente gli altri livelli di governo alla classe dirigente espressione del vecchio PD.

Complessivamente criticabili appaiono anche le sue scelte nei rapporti con l’Unione Europea. Qui ha mostrato di aderire in pieno alle politiche intergovernative che gli altri Stati membri tendono a sovrapporre ad ogni livello alle politiche e alle istituzioni sovranazionali concepite e realizzate negli anni cinquanta, contribuendo a spostare il livello delle decisioni prevalentemente al Consiglio dei capi di Stato e di governo e a considerare la Commissione – anche lui al pari di euroscettici e populisti – come l’istituzione da cui provengono solo resistenze alle sue richieste di flessibilità e  interferenze negative sulle scelte di politica economica.

Alla retorica dell’Italia che non si presenta più a Bruxelles  “con il cappello in mano” e che alla politica dell’austerità e del rigore contrappone una politica di sviluppo corrisponde poi inspiegabilmente, da parte del nostro Presidente del Consiglio, la passività e il silenzio di fronte al nulla di fatto che è seguito al roboante annuncio di un piano del presidente della Commissione Jean Paul Juncker di 300 miliardi di euro di investimenti europei per favorire il rilancio dell’economia dell’Unione.

E’ utile questa politica della polemica pregiudiziale e dello scontro continuo? E’ difficile, ad esempio, che possa dare risultati positivi la denuncia della politica dei due pesi e delle due misure di cui sarebbe vittima l’Italia rispetto ai vantaggi di cui si sono invece avvalsi la Germania e altri paesi del centro e del nord europa. Se sulla questione dei gasdotti per gli approvvigionamenti energetici russi, Renzi ha più di una ragione, ne ha indiscutibilmente molto meno nel rinfacciare l’enorme quantità di aiuti di stato concessi nel recente passato dall’UE a Germania, Olanda e Gran Bretagna per salvare le loro banche all’indomani della crisi del 2008. A parte il fatto che allora gli aiuti di stato erano possibili ed ora non sono più consentiti per il mutato quadro normativo, Renzi dimentica che l’Italia non poté ricorrere a quegli interventi a causa di un debito pubblico che superava il 120% del PIL mentre quello degli altri paesi era in media di circa la metà. Allo stesso modo, mentre Renzi ha ragione nel criticare il blocco voluto da Wolfgang Schauble dell’unione bancaria che presuppone una garanzia comune degli stati membri sull’insolvenza delle banche, non può tuttavia pretendere che la costituzione della Bad Bank italiana per alleggerire le sofferenze dei nostri istituti di credito avvenga alle condizioni richieste dall’Italia che propone una valutazione del loro valore nettamente superiore a quella prevista dall’UE.

E’ una politica europea di corto respiro, destinata forse nel breve periodo a conseguire qualche modesto vantaggio mediatico nella politica interna nei confronti di Grillo e Salvini, ma alla lunga ad indebolire l’Unione Europea e la stessa Italia che ha bisogno più di altri dell’Europa.

Forse dal governo dell’Italia di Alcide De Gasperi, di Altiero Spinelli, del conte Sforza, di Luigi Einaudi e di Gaetano Martino (ma anche di Craxi, di Andreotti, di Pannella, di Berlinguer, di Napolitano), ci si sarebbe attesa una politica radicalmente diversa, rivolta a costruire, proprio di fronte alla crisi di Schengen dovuta all’ondata migratoria, una alternativa di integrazione politica alle tentazioni delle nuove chiusure e dei ripiegamenti nazionali se non nazionalisti delle forze politiche e degli Stati europei. Ma una tale politica andrebbe costruita con il dialogo paziente e di lunga durata sia con le istituzioni comunitarie sia con gli altri Stati membri, affidandosi a una diplomazia lungamente sperimentata invece di indebolirla, come sembra stia avvenendo, a cominciare dai suoi livelli di vertice perché poco omogenea a questo modo di atteggiarsi e di procedere. Ugualmente all’interno della Commissione si sarebbe dovuto puntare ad un dicastero economico influente anziché scegliere la guida di una politica estera dell’UE, appariscente ma praticamente inesistente.

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