(Articolo pubblicato dal n. 9 della rivista “Diritto e Libertà”, anno 2004)

               

                        Prima della seconda invasione dell’Iraq, Marco Pannella si cimentò nella campagna ”Iraq libero”, una iniziativa che per evitare il conflitto e la sua possibile trasformazione in guerra civile, proponeva l’offerta a Saddam della garanzia dell’esilio, per sé, i suoi familiari, i suoi complici e l’instaurazione di un governo provvisorio delle Nazioni Unite. Un’iniziativa, che ebbe il sostegno della maggioranza dei parlamentari italiani apprezzata e sostenuta anche da una parte consistente del Parlamento Europeo. Come poi si apprese, l’iniziativa pannelliana convergeva con altre analoghe iniziative e proposte (degli emirati arabi, della stessa Lega Araba), ma  in Italia fu bloccata a destra dalla realpolitik del ministro degli esteri Frattini, allineato alle posizioni filo Bush di Berlusconi e, a sinistra, dal cinismo di D’Alema. Per bloccare le iniziative collimanti con quella di Pannella fu utilizzato come guastatore, all’interno della Lega Araba, Gheddafi. Bush e Blair ebbero così mano libera nel procedere all’invasione trascinando con sé anche l’Italia e la Spagna allora governate da un acquiescente Berlusconi e da un riluttante Aznar, che si preoccupò poi di far conoscere il suo interesse alla ipotesi dell’esilio di Saddam e la bocciatura che di essa aveva decretato Bush.

             Nei mesi e negli anni successivi nel P.R. prevalse la politica di Capezzone, allora segretario di Radicali Italiani, di allineamento acritico alle posizioni dei neocon americani, sostenitori della esportazione della democrazia anche con la forza delle armi. Per contrastarla Marco Cappato e Mariano Giustino decisero di dedicare un numero monotematico della rivista Diritto e Libertà alle possibili alternative nonviolente alla guerra (il numero ebbe come titolo “Armi di attrazione di massa”) e di recuperare le origini antimilitariste della svolta pannelliana del PR dei primi anni sessanta. Mi fu chiesto di scrivere un articolo sul nostro antimilitarismo di quegli anni che comparve con il titolo “Un percorso di lotta per la democrazia, lo stato di diritto e la pace”.

 

Credo che sia merito di questo numero della rivista, e di chi ha affrontato le ricerche e il dibattito che in esso sono contenuti, riproporre con forza la questione se sia realistico e possibile combattere con armi e strumenti diversi da quelli militari la lotta per l’affermazione del diritto e la democrazia nel mondo. Era inevitabile, affrontando un simile ambizioso sforzo, riscoprire nella storia ormai  semisecolare  del partito radicale l’antimilitarismo degli anni sessanta e settanta, quasi scomparso dalla memoria collettiva degli attuali radicali, almeno dei più giovani, nonostante la legittima rivendicazione di una assoluta continuità con quel passato: l’antimilitarismo fu infatti, insieme all’anticlericalismo e all’antiautoritarismo, uno degli elementi costitutivi prima della sinistra radicale e poi del partito radicale, quando decidemmo di assumerne la continuità e l’eredità dopo il dissolvimento dei radicali della generazione precedente alla nostra.

Perché l’antimilitarismo (e perché l’anticlericalismo)? Eravamo, volevamo essere (non parlo solo di Pannella o di me, ma di Mauro Mellini, di Giuliano e Aloisio Rendi, di Angiolo Bandinelli, dei pochi altri che in quel momento con noi si assunsero quel compito) dei riformatori radicali. Dovevamo fare i conti nel nostro paese con un sistema politico bloccato che sembrava aver consegnato stabilmente alla D.C. e a una Chiesa preconciliare il governo dell’Italia, anche grazie alla scelta togliattiana dell’art.7 e alla sottomessa rassegnazione degli altri partiti laici. E vivevamo in una situazione internazionale altrettanto bloccata dall’equilibrio fra i due blocchi militari dell’Ovest e dell’Est, un equilibrio che appariva anch’esso immodificabile dopo la produzione della bomba atomica da parte dell’URSS e dopo il fallimento del primo tentativo di costituire una federazione europea intorno a una comunità di difesa (la CED).

Era la stagione di Giovanni XXIII, di Kruscev, di Kennedy, una stagione breve che si chiuse rapidamente con la caduta di molte illusioni. Il tentato processo di destalinizzazione, la convocazione del Concilio Vaticano II, la politica della “nuova frontiera” avevano però suscitato speranze, liberato  e messo in moto energie  che era ormai difficile soffocare. Esse trovavano incoraggiamenti e conferme nel linguaggio dei fratelli Kennedy, nella politica dei diritti civili e del black power in America, nel processo di decolonizzazione e nei movimenti di liberazione nazionale in Asia e in Africa, nello sviluppo economico e sociale (l’oggi tanto criticato welfare) in Europa. Perfino le rivolte del ’56 in Germania orientale, in Polonia e in Ungheria, presto represse – in quest’ultimo paese nel sangue – dai carri armati sovietici, sembravano confermare che il blocco sovietico non era poi così monolitico e che anche lì era forse possibile il cambiamento. Il mondo era forse meno immobile di come era apparso nei primi anni cinquanta.

Ci chiedevamo se una ripresa della distensione e del dialogo con l’Unione sovietica e una coraggiosa politica di disarmo potessero favorire in Occidente, a partire dalla democrazia e dalla libertà, un maggiore sviluppo della giustizia sociale e, nei paesi dell’Est, a partire dalla socializzazione dei mezzi di produzione, la ripresa di condizioni di democrazia e di libertà.  Oggi questa domanda può apparire assurda e perfino ingenua ma allora se la ponevano in molti, che poi approdarono attraverso la sinistra indipendente alla politica neofrontista del PCI. Ce la ponevamo anche noi che, senza alcun cedimento frontista, già come sinistra radicale avevamo scelto una politica di “unità, alternativa e rinnovamento della sinistra”. Per noi era anzi qualcosa di più di una domanda, era una politica, era una proposta rivolta all’intera sinistra, anche comunista, come si evince dalla lettura di una delle mozioni a firma Marco Pannella e Giuliano Rendi presentate nel 1960 al consiglio nazionale del P.R. (che era ancora nella sua maggioranza il Partito Radicale di Pannunzio, di Ernesto Rossi, di Piccardi, di Carandini, di Scalfari ). Una politica, non una ideologia o una  profezia ma un tentativo, una direzione di marcia, un quadro di riferimento su cui costruire iniziative, rapporti politici, proposte e progetti; naturalmente era una politica non opportunistica, fortemente ancorata ad alcuni valori e principi (in Italia diritti civili e laicità dello Stato, in politica internazionale stato di diritto, democrazia e diritti umani).

Dall’inizio degli anni ’60 si sviluppò inizialmente   in Inghilterra  e successivamente in tutta Europa un imponente movimento pacifista che nulla aveva a che fare con il precedente movimento dei partigiani della pace dichiaratamente filosovietico. I suoi ispiratori furono anzi personalità democratiche e religiose: il filosofo Bertrand Russel, il reverendo Collins, il deputato laburista Philip Noel Baker in Gran Bretagna. In Italia il movimento si  strinse intorno ad Aldo Capitini, un filosofo che aveva posizioni nonviolente di forte connotazione religiosa. A suscitarlo era stata la paura di un conflitto mondiale che raggiunse il suo culmine nel 1962 durante la crisi di Cuba, quando Kruscev decise di installare sull’isola basi missilistiche a testata atomica e J.F. Kennedy lanciò il famoso ultimatum che non escludeva una reazione nucleare. Per comprendere questo timore che affondava nell’inconscio collettivo di un’ Europa che aveva conosciuto le devastazioni della seconda guerra mondiale ricorderò il titolo di un editoriale scritto per un quotidiano di sicura collocazione occidentale e atlantica (mi sembra fosse ‘La Stampa’) da uno scrittore noto e stimato come Guido Piovene : “Meglio rossi che morti”.

Di quel movimento non fummo né osservatori estranei né oppositori. Al contrario ne fummo partecipi e, quando Aldo Capitini promosse la “consulta della pace” di cui facevano parte un arcipelago di associazioni e movimenti (fra i quali gli ex partigiani della pace), decidemmo di farcene coinvolgere e di aderirvi portandovi le nostre posizioni e costituendo un comitato che denominammo “comitato per il disarmo atomico e convenzionale dell’area europea”, definizione nella quale l’accento andava posto decisamente sulla parola convenzionale. E quando la consulta divenne poco più che una copertura della politica del PCI, noi ne uscimmo e lo stesso Capitini poco dopo provvide a scioglierla.

Controcorrente rispetto al terrore suscitato dal pericolo di un conflitto atomico, noi sostenevamo che proprio l’equilibrio fra le due grandi potenze nucleari rappresentava la vera protezione delle democrazie europee. Le forze armate convenzionali dei nostri paesi (non solo quelle italiane e tedesche fortemente ridimensionate dopo la sconfitta, ma anche quelle britanniche e francesi) erano assolutamente inadeguate ad affrontare la schiacciante superiorità degli eserciti del patto di Varsavia. Pensavamo che, sotto lo scudo rappresentato dall’ombrello atomico americano, l’Europa potesse spostare la propria attenzione e i propri investimenti dalla difesa militare a iniziative politiche di pace che potessero tentare di modificare l’immobilità della situazione determinata dagli accordi di Yalta e  in qualche misura destabilizzare il blocco comunista e la stessa politica dell’Urss. Era infatti assolutamente irrazionale pensare che l’unica minaccia alla pace provenisse dal pericolo atomico quando era del tutto evidente che proprio l’equilibrio nucleare spingeva i due blocchi a confrontarsi in guerre locali combattute con mezzi convenzionali (era accaduto con la Corea e sarebbe presto di nuovo accaduto nel Vietnam). Inoltre gli eserciti tradizionali e i loro apparati di intelligence e di sicurezza ci apparivano minacciosamente rivolti a contenere la libertà dei popoli – innanzi tutto i propri popoli – più che a contrastare gli eserciti nemici. Era quanto si era verificato nel 1956 nel blocco comunista ma poi avevamo visto l’uso atrocemente repressivo, con il sistematico ricorso alla tortura, che la Francia aveva fatto del proprio esercito in Algeria o il ricorso alla violenza militare per mantenere lo status quo politico ed economico in molte zone di influenza occidentale (nell’Iran di Mossadeq e in alcuni paesi dell’America latina). Infine l’aumento esponenziale della politica di riarmo  aumentava enormemente l’influenza e i condizionamenti degli apparati militari sul corretto funzionamento della democrazia: fu proprio il generale Eisenhower, divenuto presidente degli Stati Uniti, a denunciare i pericoli per la democrazia del “complesso militare-industriale”.

E’ in questo quadro che vennero concepite prima “Norimberga per l’Algeria”, una associazione che avrebbe dovuto raccogliere la documentazione sui crimini contro l’umanità commessi dall’esercito francese in Algeria nella prospettiva di un processo internazionale come quello celebrato a Norimberga contro i crimini nazisti; poi il piano Thirring che proponeva la smilitarizzazione sotto il controllo dell’ONU di un’area territoriale europea da parte dei paesi confinanti con l’Austria, ad est e ad ovest, per garantire non solo la neutralità – obbligata a causa del trattato di pace – ma il disarmo di questo paese (Thirring era un senatore socialdemocratico austriaco).

Erano realisti questi obiettivi? Erano solo strumenti di dialogo e di provocazione culturale? Pochi e poveri che eravamo, ci sforzavamo di politicizzare un immenso movimento spontaneo quasi interamente prepolitico  contrapponendo  un nostro progetto sia alle posizioni solo agitatorie dei pacifisti sia alle posizioni con cui il PCI di allora cercava di influenzarlo ed egemonizzarlo. Da questo punto di vista erano certamente strumenti di dialogo e di confronto politico e, perché no?, anche provocazioni. La parola non mi scandalizza purchè sia chiaro che cercavamo di “provocare” atti e scelte politiche , convergenze e reazioni. Ma innanzitutto erano iniziative e progetti politici nei quali eravamo fortemente impegnati anche personalmente. Erano degli scandagli, dei tentativi portati avanti sperimentalmente, come tante delle iniziative della storia radicale concepite e proposte, poi abbandonate, poi in seguito di nuovo riprese. Ma dietro di essi c’era la profonda convinzione che, come non dovevamo rassegnarci a subire alla stregua di una fatalità immodificabile la soggezione di tanti popoli europei al totalitarismo comunista, così non potevamo  accettare, neppure in nome della difesa della democrazia dal totalitarismo comunista, una crescente militarizzazione delle nostre società occidentali.

Non a caso negli anni successivi la sede del nuovo partito aperta in via XXIV maggio veniva riempita da capelloni, beat, figli dei fiori, che si riconoscevano nel nostro antimilitarismo, nella nostra politica anticoncordataria, per i diritti civili, per la libertà sessuale: erano solo alcuni dei tanti, tantissimi che anticiparono il sessantotto e che cambiarono profondamente la società occidentale. Fu con loro che per molti anni attraversammo i territori del Nord, con le marce antimilitariste Milano-Vicenza che si concludevano nelle manifestazioni alla base Nato di Aviano. Fu in mezzo a loro e in mezzo ai fuorilegge del matrimonio della Lega italiana per il divorzio che passo a passo sperimentammo la nostra prassi gandiana e nonviolenta: nell’iconografia pannelliana c’è una fotografia del 1974 di un Marco smagrito da un lungo digiuno che indossa un maglione nero sul quale è ben visibile il simbolo pacifista e antimilitarista del fucile spezzato. Quello fu e rimase a lungo uno dei nostri simboli.

Fuori l’Italia dalla Nato (se De Gaulle aveva potuto, in nome di una politica di riarmo solo nazionale, uscire dall’organizzazione militare Nato, senza rompere l’alleanza atlantica e rimanendo nella CEE, perché lo stesso non doveva essere ipotizzabile per l’Italia nell’ambito di una politica di disarmo?). Tutti gli eserciti sono neri (non esistono da una parte  eserciti buoni, le armate rosse e gli eserciti di liberazione nazionale,  e dall’altra i cattivi eserciti imperialisti e oppressivi del mondo capitalista). Mai più guerre (scrivemmo in uno striscione nel corso di una nostra singolare manifestazione di omaggio al monumento del milite ignoto, ricordando – un quattro novembre – i massacri della prima guerra mondiale). Furono solo alcuni dei nostri slogan antimilitaristi di quel periodo. E il diritto all’obiezione di coscienza fu il primo diritto civile che riuscimmo a conquistare nel 1972 (nell’iconografia radicale non dovrebbe essere difficile rintracciare un’altra foto: quella di Roberto Cicciomessere, segretario della LID e cosegretario del PR, trascinato di peso dalla polizia in carcere per obiezione di coscienza al servizio militare). Obiettori, obiettori totali, furono poi più avanti negli anni Jean Fabre, segretario radicale nel 1979, che scontò quasi due anni nelle carceri francesi e Olivier Dupuis in Belgio in pieni anni  ottanta. Significativa fu la motivazione federalista europea, spinelliana, con la quale Olivier rifiutò di prestare il servizio militare nel suo paese di origine: l’assoluta inadeguatezza di quell’esercito nazionale, al pari di quelli degli altri stati membri, a garantire la sicurezza del Belgio e dell’Europa.

Qualcuno guardando al passato  con gli occhi di oggi stenta a credere che eravamo contro la guerra del Vietnam. Lo eravamo con le nostre posizioni, senza alcuna simpatia per i vietcong (che tuttavia non erano un esercito di occupazione) e magari esaltando contro i vietcong e contro l’esercito americano il sacrificio dei bonzi che si davano fuoco a Saigon per fermare gli orrori della guerra. Insomma non ci facevamo illusioni sul futuro del Vietnam ma guardavamo con preoccupazione all’infezione militarista e bellicista che minacciava la salute della democrazia americana.

Eravamo per questo  antiamericani? Eravamo, ci sentivamo “americani”: dalla parte dell’America che rifiutava quella guerra, dalla parte delle migliaia e migliaia di giovani che bruciavano le cartoline con cui venivano richiamati e che si recavano in Canada per sfuggire all’arresto per diserzione. Eravamo con l’America che ci inviava le canzoni di Joan Baez, di Bob Dylan, di Leonard Cohen, di John Lennon. Eravamo in sintonia con l’America delle lotte per i diritti civili, per la libertà sessuale e omosessuale, dei movimenti per la liberazione della donna. Da quell’America abbiamo appreso la disubbidienza civile, l’autodifesa politica nei processi e la pratica delle aule giudiziarie e anche del carcere.

Siamo stati filocomunisti? Non credo, anche se abbiamo avuto brevi periodi di ricerca di dialogo e di attenzione nei confronti del PCI oltre ai lunghi periodi di acuta contrapposizione. Ci fu un tentativo di dialogo con il PCI di Togliatti nel 1959 subito stroncato dal PR di allora e dagli altri partiti laici ma anche dallo stesso Togliatti che ne comprese la pericolosità. Forse ci facemmo qualche illusione all’epoca della segreteria di Longo, dopo la scomparsa di Togliatti, ma avevamo dei buoni motivi. Ne ricorderò uno solo: il dibattito assai duro che il PCI affrontò al suo interno quando Giorgio Amendola propose di sostituire alla politica di unità nazionale   la politica dell’alternativa e unità delle forze laiche e socialiste, rimettendo in discussione anche la storica divisione fra socialisti e comunisti: per dialogare con quella posizione si costituì  l’ARA, associazione radicale per l’alternativa (presidente, pensate, Massimo Teodori). La sconfitta della linea amendoliana portò poi al trionfo del consociativismo berlingueriano, di cui fummo nel periodo dell’unità nazionale gli unici oppositori.

Lo stesso atteggiamento, di dialogo ma anche di contrapposizione – misurati di volta in volta non sulla nostra teoria ma sulla nostra prassi nonviolenta, non solo sui  principi di libertà e di democrazia ma sulle iniziative politiche che tendevano ad dar loro attuazione – caratterizzarono del resto anche i nostri rapporti con i gruppi extraparlamentari marx-leninisti, in particolare con Lotta Continua. Si torna a parlare oggi, e forse a rileggere, grazie ad Adriano Sofri, di un per noi allora famoso testo di Pannella scritto in prefazione ad un libro di Andrea Valcarenghi, recensito da Pasolini. Rileggendolo si comprenderà che cosa animava quei dialoghi e quelle contrapposizioni.

Questa non può e non vuole essere una ricostruzione completa di oltre trenta anni di storia radicale. E’ necessariamente una sintesi sommaria per altro assolutamente soggettiva. Non affronterò quindi il rapporto che legò strettamente l’antimilitarismo alle altre battaglie radicali, sul piano nazionale e internazionale. Mi limiterò a ricordare che, come l’anticlericalismo si tradusse da subito in una politica anticoncordataria e per i diritti civili (divorzio e aborto), anche l’antimilitariismo unito alla nostra nonviolenza ci spinse alla ricerca di una politica di conversione delle spese e strutture militari in spese e strutture civili: non fu materia da centri studi, anche se fondammo un piccolo istituto di ricerca (l’Irdisp) e pubblicammo un ponderoso volume, ma  fu ricerca politica perseguita con progetti e lotte parlamentari e nonviolente. Il tentativo più compiuto di questa ricerca fu l’impegno contro lo sterminio per fame nel mondo, un progetto che assorbì i nostri sforzi dal 1979 al 1986 e che conseguì parziali e significativi successi fino a quando una legge che pretendeva di dargli attuazione non lo snaturò e lo stravolse. Tentammo allora, con quelle campagne, di configurare un nuovo ruolo delle Nazioni Unite (non a caso ottenendo un forte appoggio sia dell’ONU che dalle sue agenzie internazionali), tentammo per la prima volta di rivendicare ed affermare il principio di ingerenza negli affari interni dei paesi destinatari di un intervento straordinario contro la fame e il sottosviluppo, ci sforzammo di concepire un uso a fini di pace sul territorio delle stesse forze armate con le loro strutture (genio civile e ospedali da campo) in qualche misura anticipatore delle successive missioni internazionali di pace. Ma di questo ho scritto qualche tempo fa su questa stessa rivista.

Cambiano i tempi, mutano le minacce alla libertà, mutano di conseguenza anche le politiche e gli strumenti. Mi guarderei tuttavia dal liquidare come illusioni solo utopiche e profetiche o peggio come errori quelle scelte degli anni sessanta e settanta. A ben guardare gli sforzi relativamente recenti e coronati dal successo per l’instaurazione di una giustizia internazionale per i crimini contro l’umanità (prima con i tribunali ad hoc e poi con la corte permanente), di cui il PR è stato protagonista hanno un lontano precedente proprio nella lontana e presto abortita Norimberga per l’Algeria. E se la distensione si rivelò una illusione e un inganno, non era sbagliato puntare sulla destabilizzazione del potere sovietico e sulla capacità dei popoli di riprendere nelle loro mani il loro destino. Ci sono voluti quaranta anni ma questo, proprio questo, alla fine si è verificato. Applicate all’oggi, se mi è consentito un umile parere, sono considerazioni che mi sembrano consigliare un paziente sforzo di promozione della democrazia e dello stato diritto piuttosto che affidarsi alla ricorrente illusione di poterli esportare con la forza delle armi.

Non la tirerò per le lunghe. Ho già occupato molto spazio della vostra rivista. Senza tuttavia una ricostruzione dell’ambiente e del periodo in cui quelle idee e quella politica nascevano e si sviluppavano, il puro e semplice elenco dei fatti e la fredda pubblicazione dei documenti risultano assolutamente o privi di senso o letture di tipo catechistico. Non ho ambizioni e pretese di storico. Sono ricordi assolutamente personali (ma anche le ricostruzioni storiografiche sono soggettive) di idee, scelte, sentimenti che affondano nella mia memoria e sento ancora vivi e vitali. La povera sede del partito radicale di allora con le sue strutture spartane (qualche tavolo, qualche macchina da scrivere, qualche ciclostile) è stata per anni il crocevia di esperienze e storie diverse, di giovani e anziani, di borghesi e sottoproletari, anche di barboni e tossicodipendenti. Era una realtà multiforme che cambiava man mano con il cambiare e con lo svilupparsi delle nostre lotte politiche e che ci cambiava. Senza di essa non sarebbero potuti esistere una politica e un partito radicale. Anche l’utopia antimilitarista ha fatto parte a lungo di quella realtà. Scopro con piacere e con speranza che c’è ancora qualcuno che non pensa debba essere dimenticata in qualche soffitta con le vecchie Olivetti e i vecchi ciclostili.

 

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