(Una lettera al Foglio a proposito di una polemica fra Bobbio, Colletti e Ricossa.

Il Foglio Anno VI n. 64 del 6 marzo 2001)

Confrontarsi con Bobbio, Colletti e Ricossa può apparire presuntuoso. Dissentendo tuttavia dal primo come dai secondi, mi provo a spezzare una lancia in favore, del “mio” Gobetti, cioè del Gobetti che nelle mie letture giovanili ha avuto un certo peso nella mia formazione politica e civile. Io credo che sia sbagliato cercare in “Rivoluzione liberale” e negli altri suoi scritti un pensiero politico maturo ed alto. Non era Benedetto Croce e neppure Einaudi o Salvemini. Non era però neppure solo il giovane militante politico che si batte con febbrile impegno contro la crisi dello Stato liberale e poi contro il suo esito mussoliniano e fascista fino al martirio, meritandosi come più avanti Che Guevara l’alone e il rispetto di eroe romantico. Certo ha tentato fino all’ultimo, anche nell’esilio a Parigi, di usare le armi che sapeva usare, quelle di organizzatore della cultura, di animatore di una politica editoriale, di esploratore dei fenomeni nuovi e di rottura della società italiana (non solo l’ordinovismo e la democrazia consigliare di Torino, ma anche in precedenza il primo fascismo, in sintonia purtroppo con tanti altri liberali). Nel fuoco della lotta politica contro le leggi speciali – lo riconoscono anche i suoi critici – mi sembra difficile imputargli con gli occhi di oggi un filo-comunismo ante litteram. Non gli si può attribuire ciò che eventualmente appartiene a Bobbio e non può appartenere a Gobetti.

Nei movimenti di Torino e nella formazione della cosiddetta democrazia consigliare coglieva la rottura di un sindacalismo protezionista, esclusivista e sclerotico a cui attribuiva gran parte delle responsabilità della vittoria fascista (anche Salvemini era stato per questo avversario di Treves e di Turati: lui ha avuto il tempo di chiedere scusa anche a Giolitti, Gobetti no). Più tardi nel gruppo dirigente comunista dell’Ordine nuovo vide degli alleati contro il fascismo, ne colse le influenze gentiliane e crociane, le stesse che nel dopoguerra avrebbero aperte le porte del PCI a tanti giovani della borghesia italiana a cominciare dai figli di Amendola, porte che non sarebbero mai state varcate se il PCI fosse stato solo leninista e staliniano. Insomma era totalmente assorbito dalla politica e dall’esplorazione di ogni fenomeno sociale su cui far leva per affermare una riforma e una democrazia liberale.

Tutto vero. Però nella lotta politica, culturale ed editoriale di Piero Gobetti c’è un nucleo teorico che non può essere sottovalutato: la permanente potenzialità rivoluzionante del liberalismo. Quando questa potenzialità viene bloccata il liberalismo cessa di essere tale. Può divenire molte altre cose (conservatorismo, corporativismo, populismo, democraticismo, autoritarismo) ma non è più liberalismo. Del resto la rivoluzione della borghesia è stata, come riconosceva anche Lelio Basso, l’unica vera rivoluzione dei tempi moderni perché ha fondato lo Stato liberale su un principio che valeva per tutti, non solo per i borghesi: l’uguaglianza davanti alla legge. Se guardiamo le cose con gli occhi del realismo politico, esso ci appare una utopia irraggiungibile, perennemente conculcata e negata; i marxisti lo ritenevano mera sovrastruttura dei poteri di classe e quindi una truffa borghese, ma se non è questo, allora ci appare un principio potenzialmente e perennemente rivoluzionante, conquistato inizialmente dai cittadini possidenti, maschi e di razza bianca ma di cui si sono avvalsi poi i proletari, le donne, i neri, di volta in volta gli esclusi e le vittime di ogni discriminazione sociale, religiosa, sessuale. E’ o non è quanto si è verificato, fra mille contraddizioni, negli stati liberali del mondo occidentale? A torto o a ragione lui riteneva in quegli anni difficili che il nuovo terzo stato sulle cui gambe potevano marciare le idee della rivoluzione liberale fosse il proletariato. Era giusto, era sbagliato? Se ne può e se ne deve discutere ma non banalmente.

L’altro merito teorico (ai miei occhi) che gli viene invece imputato come una colpa è quello di aver imposto nel dibattito politico, da liberale e non da anarchico, la parola libertario dopo di lui di nuovo seppellita e scomparsa fino a quando non la riproposero e riscoprirono con Pannella negli anni ’60 i radicali della mia generazione. Quando lo Stato liberale si sclerotizza e si chiude e i diritti di tutti diventano privilegi e poteri di pochi, non basta una critica elitaria, non basta un movimento democratico (che va bene quando le istituzioni liberali funzionano), occorrono movimenti sociali e politici che rimuovano dal basso le ostruzioni della società e dello Stato. Una concezione libertaria viene contrapposta a una concezione autoritaria del liberalismo. Non solo è sbagliato dunque dire che rivoluzione liberale è una contraddizione in termini, ma è ingeneroso sostenere che il liberalismo “è costituzionalismo o non è”. Per cosa si stava battendo Gobetti? Non si batteva forse per uno statuto liberale, per il quale la borghesia italiana nel bene e nel male aveva fatto il Risorgimento (sul quale per altro era stato abbastanza critico e vicino alle tesi di Oriani) e che il fascismo e il re con le leggi speciali avevano sospeso e di fatto cancellato senza neppure preoccuparsi di abrogarlo e sostituirlo? Sembrerebbe quasi che a battersi contro lo statuto sia stato Gobetti, scriteriato sostenitore dei soviet. Ciò che gli si può rimproverare è di essersi innamorato, Alberoni direbbe allo stato nascente, del movimento consigliare, attribuendogli una portata che non poteva avere, destinata non a contrastare ma a facilitare il successo del fascismo. Come non sempre da un innamoramento nasce un vero amore, così movimenti inizialmente libertari possono tramutarsi nel loro contrario. Il discorso però non vale solo per il passato e non solo per Gobetti

Annunci