E’ morto Franco Sircana e questo è innanzitutto il ricordo di una amicizia durata oltre mezzo secolo, nata sui banchi dell’Università, prima nell’esperienza associativa dell’UGI e poi in quelle del Movimento federalista europeo e del Partito Radicale.
Franco era l’erede dei figli del Regno di Sardegna, come testimonia il suo cognome, e univa la tenace fedeltà alle proprie idee della gente sarda al rigore, al riserbo e all’ironia sabaudi dei piemontesi. Suo padre era stato aiutante di campo di Umberto II di Savoia e con lui aveva risalito la penisola, quando era ancora erede al trono, con il corpo dei volontari della libertà. Dopo il referendum che aveva sancito la nascita della Repubblica e dopo l’abdicazione del giovane Re, non se la sentì di pronunciare nuovi giuramenti di fedeltà e lasciò l’esercito.
Dopo la laurea Franco Sircana si formò come manager pubblico delle partecipazioni statali al centro studi dell’IRI. I centri studi dell’IRI e dell’ENI erano luoghi di eccellenza nella formazione dei dirigenti e dei manager pubblici. Sempre attento nell’evitare di essere sopra le righe, avrebbe forse storto il naso e si sarebbe ritratto di fronte a questa definizione, ma sarebbe sbagliato riservarla in modo esclusivo a coloro che nel tempo si sono ritrovati a ricoprire ruoli di vertice. Perché le Partecipazioni Statali non avrebbero avuto, nel bene e nel male (e negli anni 50 e 60 più nel bene che nel male), il ruolo che hanno avuto nella ricostruzione post-bellica e poi nello sviluppo dell’economia del paese se non avessero potuto disporre di uno stuolo di manager preparati e capaci ai diversi livelli di responsabilità.
Visse con la consueta discrezione la contraddizione delle sue simpatie e convinzioni radicali, alle quali non venne mai meno. In un suo saggio, firmato con uno pseudonimo, pubblicato su “La Prova Radicale”, fu forse il primo a svelare e denunciare, mentre ne era ancora in corso la discussione parlamentare, le ipocrisie, le lacune, le ambiguità di una legge sul finanziamento pubblico che sottraeva i partiti a qualsiasi tipo di controllo dei propri bilanci, lasciando la porta spalancata al finanziamento illecito (e alla corruzione) che molto tempo dopo avrebbe travolto la prima repubblica.
Considerò sempre con consapevole orgoglio la sua funzione pubblica, rivendicandone sempre l’autonomia. Proprio per questo vide con sofferenza le modificazioni degli anni 70 provocate dalla pretesa irrefrenabile dei partiti di governo di occupare con uomini propri le Partecipazioni statali come ogni altro ganglio della vita pubblica, interrompendo quella autonomia nella selezione del personale e nella gestione delle aziende che perfino il fascismo aveva tutelato nell’IRI dei Beneduce e dei Mattioli. Era inevitabile che le scelte strategiche aziendali e l’economicità delle gestioni sarebbero state stravolte dalla subordinazione ad interessi elettorali, clientelari e di potere. Per contrastare questo processo fu promotore di un convegno, non ricordo se alla fine degli anni 70 o all’inizio degli anni 80, patrocinato dall’economista Pasquale Saraceno, nel quale i manager pubblici rivendicavano la loro autonomia non dalla politica ma dall’invadenza gestionale dei partiti. Mi coinvolse come radicale, mi fece conoscere Saraceno e volle che intervenissi.
Per organizzare la propria resistenza personale si legò a un gruppo di manager che facevano politicamente riferimento a Beniamino Andreatta, una personalità singolare, un irregolare della politica democristiana e socialista di quegli anni. Nella sua carriera divenne assistente generale dell’Amministratore Delegato di Telecom.
Un altro motivo di amarezza fu per lui la stagione delle cosiddette privatizzazioni che considerò come una vera forma di liquidazione del patrimonio pubblico senza nessun vantaggio per lo stato ( ad esempio in termini di riduzione del debito pubblico) e senza alcun effetto positivo per la concorrenza e per il mercato (dal momento che in molti casi quelle privatizzazioni non si tradussero in liberalizzazioni ma in semplici trasferimenti di posizioni dominanti dallo Stato ai privati).
Sono sempre ricorso a lui quando ho voluto comprendere gli effetti pratici che potevano avere sull’economia alcune misure governative e alcuni interventi pubblici. Ne avevo sempre risposte documentate e analitiche, scevre da schematismi ideologici, ricche di pro e di contro.
Una malattia rapida e inesorabile lo ha portato via a Laura, al figlio Federico, a sua moglie, all’amato nipotino, a suo fratello e agli amici. Io ho perso un amico raro.

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