Ogni sabato Il Foglio, per celebrare i suoi venti anni, ripropone ai suoi lettori come supplemento un numero significativo della sua collezione: sabato scorso, 19 marzo, lo ha fatto pubblicando quello di Giovedì 27 agosto 2009. contenente uno scritto di Marco Pannella dedicato a Mario Pannunzio, con il significativo titolo che rifà il verso a un ormai antico libro di Eugenio Scalfari “La sera non andavamo a Via Veneto”. Il testo è corredato da una bellissima foto con al centro, seduto, Pannunzio, in alto in piedi Carandini, Benedetti e Cattani, davanti a loro Franco Roccella e in primo piano, seduto accanto a Ernesto Rossi, un giovane Marco Pannella. L’intervento era stato richiesto a Pannella dall’allora Presidente della Camera Pier Ferdinando Casini per presentare l’inventario del “Fondo Mario Pannunzio”, curato dall’Archivio storico della Camera dei Deputati e fu pubblicato, dopo una breve prefazione dello stesso Casini, a fianco di un analogo contributo di Eugenio Scalfari, sotto il titolo “Memorie” in “Quaderni dell’Archivio Storico n.9. 2003”.
La presentazione ufficiale dell’inventario avvenne nella Sala della Lupa di Palazzo Montecitorio il 19 marzo 2003. Sia Pannella che Scalfari furono invitati ad intervenire e sarebbe stato un confronto assai interessante tra due testimoni e protagonisti della storia di Pannunzio e del Mondo. Purtroppo il confronto non fu possibile: Scalfari addusse una scusa (non ricordo se non volle o non poté intervenire) e inviò in sua vece il giornalista Nello Aiello, autorevole firma de La Repubblica. Il dibattito fu registrato, trasmesso e archiviato da Radio Radicale.
Ritengo che sia stato un grande merito del Foglio aver disseppellito dall’archivio della Camera, sei anni dopo quella pubblica presentazione, uno dei rari scritti di Pannella e un merito ancora più grande averlo riproposto in questi giorni. E’ insieme un omaggio a Pannella e a Pannunzio ma anche alla complessiva vicenda radicale nella storia politica italiana. Ho chiesto a Geppi Rippa e ad Agenzia Radicale di pubblicare insieme il testo dell’articolo e la registrazione del dibattito.
Nell’intervento registrato da Radio Radicale Marco Pannella, dopo aver espresso il rammarico per l’assenza di Eugenio Scalfari, ha tenuto a chiarire alla presenza di Casini di aver ricevuto dal Presidente della Camera l’incarico di parlare del “Pannunzio politico” e di essersi attenuto al tema che gli era stato assegnato. E individua nel famoso editoriale del 25 luglio 1943 scritto a quattro mani con Arrigo Benedetti, alla presenza anche di Ennio Flaiano e di Leo Longanesi nella redazione del Messaggero il giorno dell’arresto di Mussolini e della formazione del governo Badoglio, la “nascita” di Pannunzio alla politica, “alla grande politica, quella delle passioni: il titolo che aveva dato al suo saggio su Tocqueville” e il prevalere della politica sugli interessi per la cultura, la letteratura, il cinema che avevano caratterizzato negli anni del fascismo la sua collaborazione ad Omnibus, la sua condirezione di Oggi , la sua direzione del periodico La Cultura. E tale è stato da allora in poi senza mai tornare indietro il Pannunzio direttore di Risorgimento Liberale e de Il Mondo.
Un amico ha scritto in una mailing list radicale che in quello scritto “in realtà Pannella non fece il ritratto di Pannunzio ma il suo autoritratto”. In parte è vero. E non solo perché fra i tanti elementi di continuità e di discontinuità che hanno caratterizzato i rapporti fra la generazione dei radicali di Pannunzio e quella di Pannella era naturale in quella sede e in quella rievocazione sottolineare i primi a scapito dei secondi e rivendicare, pur nelle differenze e perfino nelle profonde divergenze, una innegabile discendenza dei secondi dai primi. Anche Scalfari nel trattare del “Pannunzio giornalista”, pur sottolineando gli elementi di rottura fra l’esperienza del Mondo e quelle dell’Espresso prima e di Repubblica poi, rivendica “una discendenza da quella iniziazione che per quanto mi riguarda ho sempre riconosciuto e custodito”. Ma fra il Pannunzio politico e Pannella e fra i radicali delle due generazioni c’è un elemento in più che li accomuna. Ed è in questo forse che il ritratto che Pannella fa di Pannunzio diventa in qualche modo autoritratto : perché entrambi e con essi i radicali delle due generazioni scelsero di rimanere estranei al potere, Pannunzio non partecipando alla divisione delle spoglie del potere del PNF e dello stato dei fasci e delle corporazioni cui parteciparono i partiti dell’ex CLN; i radicali di Pannella opponendosi agli assetti, al consociativismo, alle spartizioni che hanno contraddistinto la crescente degenerazione partitocratica della democrazia costituzionale con la conseguente sempre più grave occupazione delle istituzioni. E la scelta di questa estraneità, ha comportato anche scelte esistenziali, di vita (Pannella le definirebbe forse addirittura antropologiche) in qualche modo simili: nella vita privata non meno che negli impegni pubblici.
Poi certo ci sono stati accanto agli elementi di indiscutibile continuità (l’anticlericalismo, la riproposizione della opposizione anticoncordataria all’art.7 della Costituzione, la definizione di ”Regime”per la prima volta applicata alla definizione non solo della dittatura fascista ma anche – sia pure in forma interrogativa – alla situazione che si era determinata dopo il fascismo, le prime analisi sulla partitocrazia, la scelta occidentale e quella europea federalista) anche quelli di forte discontinuità: le scelte politiche e la strategia delle alleanze che poneva come discrimine la laicità dello stato e i diritti civili, la scelta di guardare, prima che alle classi dirigenti e alle élites, alla vita, agli interessi, ai diritti delle persone comuni, la nonviolenza gandhiana e capitiniana, i digiuni, il carcere, le lotte antiproibizioniste, le frequentazioni di tossicodipendenti, carcerati, malati, la fame nel mondo, i diritti umani, la lotta per il diritto trans e sovranazionale. Ma anche queste scelte, questi obiettivi di riforma, questa lotte sono una derivazione diretta di quella prima iniziale esperienza comune, che per noi è stata qualcosa di più della scalfariana “iniziazione”. E in nome di questo “di più” Pannella ha potuto rivendicare nella continuità una durata che ha attraversato con alterne vicende, successi e insuccessi, vittorie e sconfitte, oltre un sessantennio della storia politica italiana.

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