Il giorno della morte di Marco Pannella, L’amico Marco Valerio Loprete mi chiese di scriverne un ricordo, che sarebbe stato pubblicato il giorno successivo da Il Foglio insieme a quelli di altri a cui pure era stato chiesto. Potevo scrivere molte cose della sua vita e dei nostri rapporti ma poi ho preferito guardare molto indietro negli anni, alla esperienza dell’UGI e ad un lontano congresso dell’UNURI, che si svolse a Trieste e a Grado. Erano per tutti noi anni formativi (e lui era già un leader nel mondo giovanile e studentesco di quegli anni) ma anche in qualche modo anni fondativi delle scelte politiche che hanno poi condizionato e dominato le nostre vite. Marco allora, nella collaborazione con i cattolici dell’Intesa Universitaria che era fatta anche di forte contrapposizione ideale, aveva un ruolo polemico di punta poiché contestava il principio stesso dell’unità politica dei cattolici. La singolarità di quella polemica era nel fatto che l’anticlericale Pannella la conduceva facendo appello non ad argomenti laicisti (come direbbero oggi in maniera spregiativa alcuni clericali e teocon) ma in nome e in difesa dei valori di una autentica religiosità. E lo faceva citando scrittori e pensatori cattolici, da Mounier a Bernanos, da Maritain a Mauriac alla rivista Esprit. Pensava a cattolici e laici che potessero dividersi ma anche ritrovarsi insieme nella stessa forza politica in una comune visione insieme religiosa e laica, non clericale e non di potere, del bene comune da perseguire nei propri obiettivi. Nessuno purtroppo da quella sponda raccolse l’appello che veniva da Pannella e dall’UGI. Racconto invece come lo raccolse qualche tempo dopo Palmiro Togliatti, con altri intenti e con altri effetti ma consentendo e favorendo il verificarsi nelle Università di qualcosa di unico nella storia della sinistra italiana, non solo quella del novecento ma anche quella dell’ultimo ventennio. Ma forse proprio per questo Pannella e i radicali ne sono stati tenuti rigorosamente fuori anche in momenti che dovevano essere di grandi aperture e di grandi cambiamenti.

E’ un momento di commozione profonda in cui si affollano emozioni, ricordi, episodi, aspetti e sfaccettature diverse di una vita lunga e complessa come è stata quella di Marco e di un rapporto con lui che non è mai stato un rapporto facile per la difficoltà degli obiettivi che di volta in volta ci ponevamo e perché era assai esigente con sé stesso e con la sua vita più di quanto lo fosse con gli altri.

Mi perdonerete perciò se sceglierò un ricordo dei lontani anni cinquanta. Ero delegato dell’Unione Goliardica Romana al Congresso dell’UNURI di Trieste, dove ascoltammo il discorso inaugurale di Ferruccio Parri, e Grado, dove per tre giorni si svolse un duro confronto politico fra i laici dell’UGI e i cattolici dell’Intesa Universitaria che, a differenza di quanto accadeva nel paese, avevano una rappresentanza quasi paritaria e insieme rappresentavano l’80% degli studenti italiani. Quando Pannella intervenne il dibattito si elevò nei toni e nei contenuti, a partire da una proposta, da una richiesta, rivolta alle diverse componenti dell’Intesa dove confluivano giovani democristiani e organizzazioni ecclesiali (tra cui la FUCI), di rompere una unità politica dei cattolici fondata esclusivamente su motivi confessionali. Era una proposta apparentemente irrealistica e che poteva essere facilmente, nel clima dell’epoca con una DC maggioritaria nella vita del paese, essere liquidata come provocatoria. La singolarità del suo convinto e appassionato discorso stava tuttavia nel fatto che quella proposta era sostenuta non con argomenti laicisti e anticlericali ma citando Maritain e Mounier, il personalismo e il comunitarismo, Bernanos e Mauriac, la rivista Esprit, quella stessa cultura cattolica ignorata o addirittura bandita in Italia e che qualche anno dopo (eravamo a metà degli anni cinquanta) influenzerà l’intero concilio Vaticano II e il pontificato di Giovanni XXIII.

Naturalmente l’intervento elevò e alimentò il dibattito ma non ebbe e non poteva avere conseguenze politiche neppure nell’ambito limitato della democrazia universitaria di allora. Eppure in quel discorso io ritrovo oggi l’anticipazione di molte cose che hanno caratterizzato la nostra comune azione politica nell’arco dei decenni. Innanzitutto vi ritrovo la radice di quella religiosità laica che ha sempre contraddistinto la sua politica anticlericale e che lo ha portato ad avere sempre grande attenzione per ogni aspetto di rinnovamento della Chiesa e del mondo cattolico

e a ricercare terreni comuni di azione in difesa degli ultimi (i carcerati, i migranti, i perseguitati): Non a caso gli anticlericali Pannella e Bonino furono ricevuti da Giovanni Paolo II (sulla fame del mondo), non a caso il dialogo fra diversi con Papa Bergoglio. Ma vi ritrovo anche la visione della alternativa politica che lui aveva in mente per l’Italia, le caratteristiche del “suo” partito democratico fondato su un metodo laico e libertario di convivenza e non sulla giustapposizione di apparati di potere.

Aveva visione politica ma non era un visionario, era un leader politico: la sua proposta ottenne un no dai cattolici dell’Intesa. Ma qualche mese dopo essa fu raccolta da una parte a cui non era stata rivolta. Accadde quando Palmiro Togliatti lo convocò a Botteghe oscure per comunicargli che la direzione del PCI aveva deciso lo scioglimento del CUDI, l’organizzazione degli studenti comunisti: scioglimento unilaterale senza trattative politiche. I comunisti decidevano di mettere alla prova quella convivenza fra diversi che Pannella aveva proposto ai cattolici. Pas d’ennemis a gauche. E l’Università divenne il terreno di sperimentazione di una unità a sinistra impensabile in qualsiasi altro ambiente politico e sindacale. Una unità a sinistra però che si realizzava, per dirla usando categorie gramsciane, ad egemonia laica e liberaldemocratica.

Forse qualche lontano episodio serve meglio di ogni discorso a illuminare la qualità e i contenuti delle sue visioni e della “sua” alternativa.

 

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