(Articolo pubblicato dal n.3 di “Diritto e Libertà”, anno 2000)

 

             Negli anni dal 1976 al 1978 con soli quattro parlamentari avevamo rappresentato l’unica opposizione al compromesso storico e alla politica di unità nazionale che, in termini di sicurezza e di lotta al terrorismo, si era tradotta nella cosiddetta politica della fermezza. Erano stati, segnati da molti assassinii e dal rapimento e dall’uccisione di Aldo Moro, anni di piombo, come più  tardi furono definiti. Ma furono anche anni di riforme imposte dai referendum radicali (dalla chiusura dei manicomi alla riforma dei codici e dei tribunali militari, alla legalizzazione dell’aborto) mentre i referendum che giunsero al voto popolare (finanziamento pubblico e legge Reale) offrirono al paese una alternativa di opposizione democratica a quella militarista, omicida e suicida, dei terroristi di destra e di sinistra e gli consentirono di inviare al regime un primo avvertimento contro la crescente degenerazione partitocratica della vita politica.

             Fu in quel contesto politico che nacque e si sviluppò la nostra iniziativa contro lo sterminio per fame nel mondo, come una proposta di convergenza e di azione comune rivolta al mondo cattolico e alla sinistra italiana. Quest’articolo, pubblicato nel 2000  da “Diritto e libertà”, la rivista ideata e diretta da Mariano Giustino, rievoca quella iniziativa e quella lotta radicale, durata fino oltre metà degli anni 80, concepita nel momento più duro dello scontro con le altre forze politiche, a testimonianza del fatto che non siamo mai stati il partito della protesta e dell’antipolitica, ma una forza di proposta e di riforma democratica della società e dello stato, della nostra vita politica interna e della politica internazionale.

 

Come e perché. Cominciamo dall’inizio. Come e perché nacque la campagna che in seguito denominammo “contro lo sterminio per fame nel mondo” o altrimenti “contro il nuovo olocausto”  e infine “per il diritto alla vita e la vita del diritto” (tutte definizioni dovute alla creatività politica e linguistica di Marco Pannella). L’occasione fu offerta dalla previsione resa nota dall’UNICEF che, nel corso del 1979, sarebbero morti per fame, malattia, malnutrizione non meno di 40 milioni di persone, in gran parte bambini.

La previsione era di per sé sconvolgente. In qualche modo rappresentava la cifra del fallimento di tutti i programmi e obiettivi che le Nazioni Unite si erano poste nel ventennio 60 e 70 e la conseguenza del mancato adempimento degli impegni che tutte le nazioni industrializzate avevano assunto in sede ONU per affrontare i problemi del sottosviluppo. L’uno per cento del loro Prodotto Interno Lordo che esse si erano impegnate ad assicurare per sostenere l’economia dei paesi più poveri e per intervenire in caso di carestie e calamità non era assicurato da nessuno Stato e l’Italia era fanalino di coda con lo zero virgola zero qualcosa. Da qui, da questo – come definirlo? – impegno morale derivò la lunga campagna politica che intraprendemmo da nonviolenti e che ha poi condizionato negli anni successivi le nostre esistenze e le nostre vite.

 

Impegno morale e non solo. Eravamo una forza politica in ascesa. Era la prima legislatura (1976-1979) nella quale eravamo rappresentati in Parlamento da quattro deputati (Pannella, Faccio, Bonino, Mellini) ed eravamo divenuti agli occhi dell’opinione pubblica l’unica credibile opposizione alla politica dell’unità nazionale che aveva visto convergere DC e PCI nella stessa maggioranza parlamentare che sosteneva i Governi presieduti da Andreotti.

Oppositori intransigenti delle leggi speciali (erano gli anni di piombo e di Cossiga ministro dell’Interno), sostenitori di una politica di iniziativa e della attivazione di tutti gli strumenti della vita democratica e parlamentare durante i 55 giorni del “sequestro Moro”, fummo accusati a lungo per questo con Sciascia di essere contigui al terrorismo e alle Brigate Rosse. Proprio in quei mesi invece il nostro segretario del partito, Adelaide Aglietta, si era autosospesa dalle proprie funzioni essendo stata sorteggiata fra i giurati del processo di Torino ai capi storici delle BR. La sua decisione, che fu presa sfidando le minacce che le erano state rivolte dai terroristi, consentì al processo, che era stato messo in crisi dal rifiuto opposto per paura di rappresaglie da tanti cittadini di Torino, di svolgersi regolarmente anche perché il suo esempio convinse altri cittadini ad accettare il compito di giurati popolari. In quella atmosfera cupa per la democrazia italiana, funestata dall’omicidio di Aldo Moro, due dei referendum radicali promossi dalla segreteria Aglietta si salvarono dalle bocciature della Corte Costituzionale e dalle affrettate leggi approvate dal Parlamento  per impedirne lo svolgimento e giunsero al voto popolare. Fu una ventata di aria fresca. La parola tornò al popolo e alla democrazia. Sul finanziamento pubblico dei partiti, uno schieramento politico rappresentativo del 98% dell’elettorato rischiò la sconfitta. Ed anche sulla legge Reale quasi un quarto del paese si riconobbe nelle posizioni di un piccolo partito che alle precedenti elezioni aveva avuto poco più dell1% dei voti.

Per il Partito Radicale fu una sconfitta numerica ma una grande vittoria politica.Il Presidente della Repubblica Leone, sfiorato dallo scandalo Lockheed, si dimise e tutti videro in questo la conseguenza del voto referendario. Inoltre, nell’autunno del ’78, i risultati delle elezioni amministrative di Trieste e delle regionali del Trentino Sud Tirol sembravano annunciare un successo elettorale radicale in caso di elezioni politiche anticipate.

Questo era il contesto nel quale avvenne la scelta di impegnarci sulla questione della fame nel mondo e del sottosviluppo. Un grande impegno politico e morale, dunque, ma anche un serio tentativo di non farci inchiodare al muro contro muro e all’isolamento a cui sembravano condannarci l’opposizione alle leggi speciali e alla politica della fermezza da una parte e, dall’altra, la denuncia delle degenerazioni partitocratiche, aggravate e ingigantite dalla politica di unità nazionale.

Intorno a questa iniziativa tentammo da subito e con grande impegno di creare un nuovo terreno di confronto e, se possibile, di dialogo e di convergenza con le altre forze politiche che desse anche nuovo respiro e nuove prospettive a una politica soffocata e insanguinata dal terrorismo. Il sostegno che il nuovo quotidiano di Scalfari, La Repubblica, dopo due anni di ostilità, decise di assicurare inizialmente alla campagna e al lancio della prima marcia di Pasqua a San Pietro e le numerose adesioni che essa suscitò in ogni settore dell’opinione pubblica, sembrarono incoraggiare queste speranze mentre le parole del nuovo Presidente della Repubblica, Sandro Pertini (“si svuotino gli arsenali, si riempino i granai”), pronunciate nel suo discorso di insediamento, sembrarono addirittura offrire un’alta e autorevolissima sponda istituzionale al nostro sforzo.

 

Quale politica per la vita. C’era inoltre la questione dell’aborto, che rappresentava un terreno di scontro e di contrapposizione con il mondo cattolico. Nel 1994 il Parlamento aveva approvato la legge 194 che in larga misura depenalizzava e legalizzava l’aborto. La legge, per quanto da noi non condivisa e osteggiata, era tuttavia la diretta conseguenza delle nostre lotte: della disubbidienza del CISA e del Partito Radicale, degli arresti di Adele Faccio, di Giorgio Conciani, di Emma Bonino e mio (nella qualità di segretario de P. R.), della raccolta delle firme che il P.R. era riuscito a realizzare – anche grazie all’appoggio del settimanale L’Espresso – per un referendum abrogativo del reato d’aborto, previsto dal Codice penale. Se il Parlamento infatti non avesse approvato in tempo la legge, il referendum avrebbe dovuto essere indetto e votato.

La reazione della Chiesa fu pesante. Quasi immediatamente il Movimento per la Vita, presieduto da quel Carlo Casini che era stato il PM dei nostri arresti e delle nostre incriminazioni, annunciò l’intenzione di promuovere un referendum abrogativo della legge 194. Cosa che effettivamente avvenne qualche tempo dopo. Noi rispondemmo mettendo nel carniere di un nostro pacchetto referendario, una richiesta di abrogazione parziale della 194 esattamente opposta a quella clericale, tendente ad eliminare le eccessive restrizioni previste da quella legge, in particolare il divieto di poter effettuare aborti, nei limiti e con le procedure stabilite dal legislatore, anche nelle strutture private con il rischio di configurare una sorta di “aborto di stato”.

Certo non avevamo alcuna intenzione di lasciarci schiacciare dall’ingiusta e offensiva definizione di abortisti che i nostri avversari intendevano attribuirci. Al contrario ritenevamo di aver avuto il merito di aver voluto affrontare e porre termine al massacro dell’aborto clandestino di massa cui le donne erano costrette : quando ingaggiammo la lotta per la legalizzazione erano stimati in molte centinaia di migliaia l’anno  dall’Organizzazione Mondiale della Sanità gli aborti che venivano praticati in queste condizioni e che le istituzioni politiche, giudiziarie e religiose preferivano ignorare. Non escludo che questa preoccupazione possa avere avuto la sua parte nella fase ideativa della lotta contro lo sterminio per fame. Ma se ci fu non ebbe nulla di strumentale, né ebbe il respiro corto della ritorsione. Al contrario ci spinse a dare una risposta alta e positiva alle sollecitazioni e provocazioni che provenivano dal fronte avversario e a formulare una nostra politica “in difesa della vita”, sulla quale ricercare convergenze e intese e non solo contrapposizioni. Del resto se fosse stata una trovata solo strumentale e propagandistica, avrebbe avuto breve durata e sarebbe presto scomparsa dalla nostra agenda politica. Invece rimase l’impegno centrale del Partito Radicale per quasi sette anni, una priorità assoluta dei nostri programmi, delle nostre attività, delle nostre stesse vite, quasi una ossessione.

 

Contenuti e obiettivi: l’intervento straordinario. Fin dal primo momento Pannella volle che non ci si limitasse ad una campagna rivolta esclusivamente a pretendere l’adempimento degli impegni assunti in sede ONU dagli Stati membri. Occorreva al contrario una manifestazione straordinaria di volontà politica, una iniziativa trainante capace di rilanciare e rivitalizzare la politica di cooperazione e di sviluppo e i relativi impegni. Nacque così quasi da subito la richiesta di un “intervento straordinario” che fosse rivolto direttamente  a rimuovere le cause immediate delle emergenze che causavano mortalità, malattia, malnutrizione oltre a limitarne e impedirne i tragici effetti.

L’efficacia di tale intervento straordinario doveva essere misurata innanzitutto in numero di vite umane da salvare. E quindi se molte decine di milioni erano le morti previste a causa di queste emergenze, molti milioni dovevano essere le vite da sottrarre alla morte. Da allora ogni nostra richiesta di intervento straordinario, rivolta allo Stato italiano, alla Comunità europea o alle Nazioni Unite aveva come obiettivo l’ottenimento di stanziamenti economici proporzionati al numero di vite umane da salvare: tre milioni di vite era l’obiettivo che chiedevamo allo sforzo e all’iniziativa dell’Italia, almeno dieci milioni di vite avrebbe dovuto essere quello della Comunità Europea.

La politica dell’intervento straordinario rovesciava la logica che aveva ispirato fin lì le politiche di cooperazione e di sviluppo e che, a nostro avviso, era stata in notevole misura responsabile del loro fallimento. Era la logica degli investimenti cosiddetti strutturali rivolti a finanziare grandi opere destinate spesso a rimanere cattedrali nel deserto e mantenere i paesi beneficiari in una condizione di soggezione tecnologica nei confronti dei paesi donatori, oppure dei finanziamenti a pioggia assicurati a governanti interessati a sviluppare i propri armamenti assai più delle economie dei loro paesi, o ancora dei crediti anche ingenti finalizzati però a sostenere e incrementare soprattutto le forniture e le esportazioni dei paesi ricchi.

L’intervento straordinario avrebbe dovuto invece ancorare i finanziamenti alle esigenze più immediate e drammatiche delle popolazioni. Non si contrapponeva – come sostenevano i nostri detrattori e oppositori – all’intervento ordinario della cooperazione e per lo sviluppo, in favore del quale eravamo più di ogni altro impegnati ad ottenere un significativo aumento dei finanziamenti, irrisori soprattutto da parte italiana. Neppure doveva essere confuso con gli interventi meramente assistenziali e caritatevoli che si mettevano in moto ogni volta in caso di calamità naturali, gravi epidemie, terremoti. Al contrario si trattava di individuare nei paesi più poveri dei diversi continenti precise aree di crisi e intervenirvi con la mobilitazione di mezzi straordinari e il coordinamento di tutte le energie mobilitabili per rimuovere le cause di quelle crisi. Su tale intervento si sarebbe poi dovuta innestare la politica ordinaria di cooperazione e sviluppo per risalire alle cause meno immediate, rivitalizzare il territorio, creare infrastrutture, fornire strumenti tecnologici anche elementari, portare una assistenza tecnica adeguata alle esigenze dei destinatari, creare lavoro in loco attraverso l’impegno di imprenditori e imprese italiani, europei, occidentali.

 

Con quali poteri e strumenti. Quanto alla istituzione cui si sarebbe dovuto affidare l’intervento straordinario e ai poteri e gli strumenti necessari per metterlo in atto, la prima volta che ci provammo ad immaginarli nella stesura di un progetto di legge, ci ispirammo alla figura che era stata sperimentata in Italia in Italia per alcune calamità naturali: un commissario straordinario cui fossero affidati, con uno snellimento di tutte le procedure amministrative e contabili, oltre agli stanziamenti, tutti i poteri attribuiti ordinariamente alle diverse amministrazioni (ministeri, regioni, assessorati, comuni, province), necessari per l’espletamento dei compiti e delle finalità stabilite dalla legge. Era una soluzione che aveva dato ottimi risultati in Friuli Venezia Giulia e che poi fu adottata dopo il 1980 anche per il terremoto dell’Irpinia e della Basilicata. Le relative leggi istitutive non avevano solo affidato ai commissari straordinari il compito di affrontare l’emergenza ma anche quello assai più impegnativo di assicurare la successiva ricostruzione. Mi sembra di ricordare che analoghe soluzioni proponemmo anche alla Comunità Europea, come si chiamava allora l’attuale Unione.

Di tutta evidenza non era la stessa cosa operare per una calamità naturale all’interno del territorio e della sovranità dello Stato italiano ed operare invece nei territori e nell’ambito della sovranità di uno o più stati stranieri. Per questo occorrevano o chiare negoziazioni con i governi degli stati destinatari che assicurassero libertà di manovra e di iniziativa ai responsabili e agli autori dell’intervento e/o preferibilmente iniziative multilaterali di carattere internazionale da compiere sotto l’egida delle Nazioni Unite. Arrivammo ad immaginare che si potesse far ricorso a quell’articolo della Carta dell’ONU che assegna particolari poteri al Consiglio di sicurezza in caso di crisi internazionali e che questo potesse valere non solo in caso di guerre o minacce di violenza armata ma anche per le emergenze indotte dal sottosviluppo (epidemie, desertificazione, siccità, terremoti ed altre calamità) o dalla povertà e dal sottosviluppo.

Sul piano internazionale l’unico precedente significativo a cui potevamo riferirci era il Piano Marshall, messo in atto dal governo degli Stati Uniti a favore delle popolazioni dei paesi europei e delle loro economie per aiutarle a risollevarsi dalle conseguenze della seconda guerra mondiale. Noi pensavamo che in favore del terzo mondo, segnatamente quello maggiormente in difficoltà, dovesse essere decisa una paragonabile mobilitazione di risorse e di mezzi tecnici e ci auguravamo che essa potesse produrre un analogo impatto anche se non ignoravamo che gli sforzi si sarebbero rivolti ad economie e stati assai più deboli e meno reattivi.

 

Le implicazioni internazionali. Per la prima volta, credo, con la nostra iniziativa fu messo in discussione il principio – vero e proprio tabù del diritto internazionale – della non ingerenza nella sovranità degli stati nazionali. Al contrario si tentò di affermare, prevedere,  regolamentare e realizzare il principio del’intervento umanitario in favore delle popolazioni al di sopra e se necessario contro la volontà dei loro governanti.

Era un processo di trasformazione che era stato appena accennato  nel periodo della fondazione dell’ONU  e negli anni della fine del colonialismo e che rimase a lungo bloccato, insieme alla paralisi decisionale delle Nazioni Unite, dalla guerra fredda e dal confronto est-ovest tra paesi della NATO e paesi del Patto di Varsavia. Non che ingerenze non ci siano state nel corso dei decenni da parte delle superpotenze nella sovranità degli altri paesi. Basti pensare agli interventi sovietici in Ungheria e in Cecoslovacchia per impedire a questi paesi ogni forma di liberalizzazione,   all’appoggio militare ed economico agli stati del terzo mondo che avevano compiuto la scelta “socialista”, al sostegno militare assicurato alla guerriglia rivoluzionaria nei paesi che non avevano compiuto questa scelta; e anche dall’altra parte, alla lunga serie di colpi di stato avvenuti in America latina, compiuti dagli  eserciti nazionali, per assicurare il controllo non solo politico ma anche economico di quei paesi da parte degli Stati Uniti. Ma questi interventi erano stati l’opposto dell’ingerenza umanitaria da attuare in un nuovo quadro di legalità internazionale e per l’affermazione e la tutela dei diritti umani fondamentali. Era una ingerenza puramente e semplicemente determinata dalla logica dei blocchi contrapposti, dai rapporti di forza e dalla politica di potenza.

Il processo fu poi ripreso, non senza grandi resistenze e con notevoli limiti ma anche con qualche risultato significativo, dopo la crisi del mondo comunista e la caduta del muro di Berlino. Si pensi a quanto è avvenuto dopo l’aggressione del Kuwait da parte dell’Iraq (prima guerra del golfo) e di fronte alla politica di pulizia etnica perseguita dalla Serbia prima in Bosnia e poi in Kossovo o di fronte ai conflitti tribali (con reazioni purtroppo deboli e tardive) in Ruanda e Burundi; alla nascita per decisione dei consiglio  di sicurezza dell’ONU delle corti di giustizia internazionale “ad hoc” per giudicare i crimini contro l’umanità commessi in occasioni di tali conflitti e, successivamente, al Trattato di Roma che ha istituito un Tribunale penale internazionale permanente.

Un processo lento, limitato, contraddittorio (non è stato mai possibile, ad esempio, intervenire in difesa dei diritti umani di popolazioni – la Cecenia, il Tibet – soggette a grandi potenze che sono membri permanenti del consiglio di sicurezza e godono in quanto tali del diritto di veto) che tuttavia è andato avanti con progressi circoscritti ma di rilevante importanza. Non a caso ne è stato protagonista fino ai primi anni del 2000 il Partito Radicale transnazionale, riconosciuto come ONG dalle Nazioni Unite, insieme a Non c’è Pace senza Giustizia che furono elemento trainante degli elementi più significativi di questo processo (istituzione dei tribunali ad hoc per l’ex Jugoslavia e per il Ruanda Burundi, Trattato di Roma per il Tribunale penale permanente) e successivamente con Nessuno Tocchi Caino la moratoria internazionale della pena di morte; più recentemente della lotta contro le Mutilazioni genitali femminili.

Allora tuttavia, alla fine degli anni ‘70 del secolo scorso il confronto EST-OVEST dominava e avrebbe dominato ancora per un decennio la politica e i rapporti internazionali. Noi proponevamo invece ai paesi occidentali di porre al centro della propria politica internazionale in confronto NORD-SUD. Questo sarebbe dovuto diventare, nelle nostre intenzioni, il nuovo asse della politica internazionale dell’intero mondo occidentale e il terreno privilegiato di una iniziativa autonoma dell’Italia e della Comunità Europea, altrimenti soggette in ogni altro campo e soprattutto in quello militare alla dipendenza dalla leadership americana. Non che venisse sottovalutato da questa impostazione il confronto con l’URSS e il Patto di Varsavia, semplicemente pensavamo che questa politica si sarebbe rivelata assai più efficace di quella perseguita combinando in diversa misura la corsa agli armamenti e una defatigante politica diplomatica.

Il blocco comunista sarebbe stato messo in maggiore difficoltà affiancando alla costante rivendicazione della democrazia e dei diritti umani per i popoli dell’ Est europeo una grande iniziativa di cooperazione internazionale offerta ai paesi in via di sviluppo. Del resto su questa stessa doppia linea (cooperazione internazionale e diritti umani) si muoveva in quegli anni anche il presidente americano Jimmy Carter, che aveva dato il proprio nome a un rapporto per convincere gli Stati Uniti e il mondo intero a riprendere una politica di intervento attivo a favore dello sviluppo economico del sud del mondo e non aveva esitato a interrompere le forniture agricole all’URSS dopo l’intervento armato in Polonia. Il segretario radicale di allora Giuseppe Rippa, in occasione di una visita di Stato del presidente Carter, si presentò al ricevimento offerto in suo onore al Quirinale, al quale era stato invitato, con scritta in fronte la cifra 1% , la famosa percentuale del PIL che nessun paese sviluppato, né dell’Ovest né dell’Est, aveva mai versato.

 

Gli schieramenti. I favorevoli, i contrari. In Italia ottenemmo all’interno della maggioranza di governo attenzione e a volte sostegno da una parte della DC (Fanfani e i fanfaniani, i dorotei con l’eccezione di Emilio Colombo, Giulio Andreotti), dal PSI e non dal PRI ma personalmente da Spadolini: attenzione e sostegno che si manifestarono più volte in Parlamento ma non ebbero mai la forza di divenire politica di governo. Diffidenza e aperta ostilità invece incontrammo nella sinistra democristiana e nel PCI, cioè nelle due forze politiche che avevano acquisito maggiore influenza nella gestione consociativa della cosiddetta politica di cooperazione allo sviluppo.

All’interno del governo e della maggioranza di centro sinistra, la nostra bestia nera fu Beniamino Andreatta prima come presidente della Commissione Bilancio e poi come ministro del Tesoro: sostenitore ante litteram di una politica economica internazionale rigorosamente liberista, era infatti contrario ad ogni politica di aiuto che non passasse attraverso la Banca Mondiale.

L’ostilità del PCI non era tanto determinata dalla personale opposizione di Enrico Berlinguer, che ci mostrò in più di una occasione qualche segno di interesse né da precise scelte politiche della direzione, quanto del controllo che della politica di cooperazione continuarono sempre a mantenere gli addetti ai lavori della sezione esteri del partito e delle commissioni esteri dei due rami del Parlamento, impegnati a indirizzare gli aiuti, anche attraverso l’utilizzazione delle cooperative rosse verso paesi ad  orientamento “socialista”. Questo atteggiamento di contrarietà fu una mediocre caratteristica di tutti gli “addetti ai lavori” di qualsiasi connotazione politica, impegnati a difendere l’orticello della gestione dei modestissimi stanziamenti della cooperazione allo sviluppo e il monopolio dei rapporti con i paesi beneficiari.

Nel mondo giornalistico e intellettuale italiano le nostre proposte incontrarono una forte dose d’indifferenza e a volte un’aperta ostilità. Ricordo lo scetticismo di Indro Montanelli e il cinismo di Enzo Biagi con le sue ricorrenti battute sui nostri digiuni. Ma anche nell’area più vicina a quella radicale non mancarono prese di distanza esplicite e aperti attacchi: citerò l’opposizione di Luigi De Marchi, con cui avevamo combattuto importanti battaglie per la liberalizzazione degli anticoncezionali e per una diversa e più libera concezione della sessualità (per lui la questione del sottosviluppo e dello sterminio per fame si risolveva soltanto con una politica di rigoroso controllo delle nascite e con una riduzione delle bocche da sfamare) e di Ernesto Galli Della Loggia che vi vedeva invece un pericoloso scivolamento verso il terzomondismo catto-comunista.

All’interno stesso del nostro partito c’era chi vedeva in questa battaglia un cambiamento della natura stessa del Partito Radicale così come si era venuta configurando con le lotte sui diritti civili. Una posizione esplicita in Franco De Cataldo che nel 1982/83 abbandonerà il partito per confluire nel PSI, meno esplicita in altri che tuttavia mantennero sempre un certo distacco e una certa diffidenza verso questo impegno.

Ottenemmo invece un aperto incoraggiamento dalle gerarchie ecclesiastiche, dalla segreteria di Stato, dalla Charitas e da altre organizzazioni del volontariato come “Mani tese”, impegnate sul campo. Numerosi furono i contatti con il pro-segretario di stato Mons. Silvestrini, con il presidente della Conferenza episcopale, il Card. Poletti, con il presidente dell’organizzazione che coordinava le iniziative delle Charitas italiane soprattutto nei confronti del terzo mondo, che era l’allora Mons. Ruini e con numerosi vescovi (ricordo in particolare quello con il Vescovo di Udine Mons. Battisti e con il pro-vicario di Roma, Mons. Riva). Il primo contatto con l’allora Mons. Silvestrini avvenne per i buoni uffici dell’Ambasciatore Bottai che nel 1980 era rappresentante italiano presso la Santa Sede.

Sul piano comunitario i voti del Parlamento europeo rimasero inascoltati per il disinteresse o addirittura l’ostilità delle potenze ex coloniali, soprattutto Gran Bretagna e Francia, interessate a proseguire la loro tradizionale politica di influenza sulle ex colonie e niente affatto disposte a veder crescere in questo campo una politica autonoma della Comunità Europea. Rimase perciò sostanzialmente inascoltato dagli organismi esecutivi della Comunità e dal Consiglio dei Capi di Stato e di governo il manifesto-appello dei Premi Nobel, il cui testo tuttora attualissimo fu scritto da Marco Pannella e sottoscritto da oltre cento personalità insignite dell’alta onorificenza scientifica culturale e umanitaria svedese.  Giovanni Paolo II, incurante degli attacchi del movimento della vita, volle riceverlo personalmente in una solenne udienza pubblica dalle mani di Marco Pannella e di Emma Bonino: un fatto inusuale nei rapporti fra la Chiesa (almeno quella italiana) e i radicali, ma che in qualche modo era stato anticipato dall’attenzione che il Papa aveva rivolta durante un messaggio pasquale a una marcia indetta dal Partito Radicale  che si era conclusa a San Pietro.

Aperto ed assai importante, a confronto con il disimpegno comunitario, fu invece il sostegno che ottenemmo dall’Organizzazione delle Nazioni Unite e dalle sue  agenzie preposte  allo sviluppo (PNUD, UNICEF, IFAD) con l’unica eccezione della FAO. Quello della cooperazione allo sviluppo era infatti divenuto uno dei compiti più importanti dell’ONU che nel campo della politica di sicurezza e di mantenimento della pace era invece spesso paralizzata dai veti incrociati delle grandi potenze. Anche questa funzione rischiava di essere messa in crisi dalla mancanza di mezzi finanziari e dal disimpegno delle potenze più industrializzate. Per questo il segretario generale e le più impegnate agenzie dell’ONU videro nella nostra azione politica e nelle nostre proposte di impegno straordinario una importante e possibile inversione di tendenza.

Le nostre iniziative andavano in effetti controcorrente e, anche se non producevano quell’intervento straordinario per il quale erano intraprese, provocavano tuttavia ogni anno, nei bilanci dello Stato italiano, aumenti degli stanziamenti destinati all’intervento ordinario. E poiché si trattava di cifre tutt’altro che irrilevanti (alla fine si arrivò a una previsione di spesa di duemila miliardi di lire l’anno), l’ingresso dell’Italia sulla scena della cooperazione allo sviluppo in importanti aree geografiche produsse di riflesso un arresto del disimpegno delle altre potenze industrializzate nel finanziamento degli strumenti della cooperazione multilaterale. Avevamo sul piano interno sufficiente influenza per ottenere almeno che gli aiuti italiani fossero in misura consistente indirizzati alla cooperazione multilaterale attraverso le agenzie dell’ONU, piuttosto che all’aiuto bilaterale gestito direttamente dalla nostra amministrazione.

Nello scenario occidentale si era intanto verificato un cambiamento assai rilevante destinato ad avere profonde influenze sugli equilibri mondiali. Nelle elezioni nordamericane il presidente Carter non era stato rieletto ed era cominciata l’era Reagan. Fu subito chiaro che alla doppia linea di Carter nei confronti dell’URSS (diritti umani all’est e cooperazione allo sviluppo nel sud del mondo) se ne sarebbe sostituita un’altra (ripresa della corsa agli armamenti e blocco di qualsiasi aiuto a titolo gratuito ai paesi del terzo mondo).

Gli esiti. La legge Piccoli.  Ad  un certo punto, dopo le elezioni del 1983, sembrò profilarsi una svolta. Uno dei leader democristiani, Flaminio Piccoli, accettò di essere primo firmatario di una proposta di legge che prevedeva stanziamenti, strutture e obiettivi di un intervento straordinario nei termini che da noi per oltre quattro anni erano stati indicati e richiesti. Alla firma di Piccoli si aggiunsero quelle di un gran numero di parlamentari della DC, del PSI, di altri settori dello schieramento politico. Inoltre Bettino Craxi, a cui il Presidente Pertini, aveva affidato l’incarico di formare il nuovo governo di centro sinistra, già al momento del suo discorso programmatico dimostrò significative aperture nei confronti delle nostre proposte.

Fino ad allora eravamo sempre stati diffidenti di fronte all’ipotesi della proposta di un progetto di legge di iniziativa parlamentare. Conoscitori di tutti i segreti dei regolamenti e delle abitudini della vita parlamentare, sapevamo che nel lungo iter tra l’esame in commissione, il voto in assemblea, la doppia lettura da parte dell’altro ramo del Parlamento, ogni progetto di legge entrava con certe caratteristiche e rischiava di uscirne completamente stravolto. Il problema era dunque di volontà politica. Se questa ci fosse davvero stata, se si fosse manifestata da parte del governo e di un significativo schieramento parlamentare favorevole, allora sarebbe stato sufficiente anche un decreto legge di pochi articoli su cui porre la fiducia. Poi sarebbe stato lo stesso Governo a scegliere e definire gli strumenti di attuazione. Il mutamento delle condizioni politiche, i nostri rapporti con il Governo Craxi, la disponibilità di una parte consistente della maggioranza ci indussero però ad accettare la strada “realistica” del progetto di legge. Probabilmente fu una scelta obbligata, dovuta alla necessità di dare uno sbocco politico a una battaglia durata cinque anni.

Tentammo anche di sostenere il cammino della legge con una azione di lobbying, coinvolgendo grandi aziende che potevano essere interessate alla sua approvazione  e all’aumento dell’impegno italiano nella cooperazione internazionale. Quando ci presentammo – soprattutto fra i manager delle grandi aziende di stato – più di uno pensò che fossimo andati a battere cassa. Uno di essi ci chiese esplicitamente di quanto avevamo bisogno. Rimasero sorpresi nell’apprendere che non chiedevamo una lira alle aziende che potevano avere in prospettiva interessi di  partecipazione all’intervento straordinario o anche solo alla intensificazione, per questa via, della cooperazione internazionale. Avevamo infatti deciso che avremmo accettato sovvenzioni per la nostra campagna (poi come sempre adeguatamente pubblicizzate) solo dagli imprenditori del made in Italy, i cui prodotti non erano certo destinati ai poveri del terzo mondo e che potevano attendersi da questi finanziamenti, per altro modesti, solo un ritorno d’immagine.

Coinvolgemmo anche i vertici delle Forze Armate, con il consenso di Spadolini, allora ministro della Difesa e con la disponibilità dei capi di stato maggiore, per discutere se e come potessero essere utilizzati gli strumenti logistici (trasporti, comunicazioni, strutture mediche e ospedali da campo, infrastrutture di emergenza) nelle aree di intervento. Dal nostro punto di vista di sostenitori della conversione delle spese militari in spese civili, anche questo eventuale impegno delle Forze Armate, per il quale ottenemmo attenzione e partecipazione dagli stati maggiori delle tre Armi, appariva come un significativo mutamento di destinazione della loro utilizzazione in tempo di pace rispetto alle loro funzioni strettamente militari.

Tuttavia, nonostante l’iniziale propensione favorevole del Governo Craxi e di gran parte della D.C., la proposta di legge Piccoli, durante l’iter parlamentare nelle commissioni e nelle due Assemblee di Montecitorio e di Palazzo Madama, subì un forte ridimensionamento non quantitativo ma qualitativo. L’ambito dell’intervento straordinario fu ridimensionato. Il commissario straordinario fu sostituito da un sottosegretario ad hoc del ministero degli esteri: l’unica concessione fu che avrebbe ricevuto le competenze direttamente dalla legge e non dalle deleghe del ministro, il che gli avrebbe garantito un notevole grado di autonomia.

Quando si trattò di scegliere il sottosegretario, il nome di Pannella che dell’iniziativa era stato l’ideatore e soprattutto l’animatore non fu neppure preso in considerazione. E quando si fece il nome di Loris Fortuna, la pressione polemica dei clericali fu tale da indurre Craxi a rinunciare. Non si poteva affidare al padre del divorzio e al primo presentatore della legge sull’aborto la direzione di un così importante impegno in difesa della vita. Alla fine la scelta cadde su un altro socialista, Francesco Forte. Loris Fortuna fu risarcito qualche tempo dopo con la nomina a ministro per la protezione civile, il massimo incarico governativo che il popolare leader laico e socialista riuscì ad ottenere dal suo paese e dal suo partito.

 

Fu una vittoria, una sconfitta, una mezza vittoria? Dal punto di vista degli obiettivi quantitativi che avevamo assegnato all’intervento straordinario (tre milioni di vite umane), è difficile dire se furono raggiunti. Certamente l’obbligo che la legge stabiliva per il sottosegretario di avvalersi della collaborazione delle agenzie dell’ONU, portò al raggiungimento di significativi risultati. Basti pensare alle vaccinazioni di massa che, per contrastare alcune delle più infestanti malattie soprattutto infantili, l’Unicef grazie a quegli stanziamenti fu in grado di effettuare in vaste aree del continente africano o agli aiuti alimentari nelle aree colpite dalla siccità e dalla fame. Ma l’impatto complessivo che l’intervento straordinario avrebbe dovuto avere in termini di  trascinamento sull’Unione Europea e sul resto del mondo occidentale non ci fu. Come non ci fu alcun segno di significativa aggressione del degrado economico in nessuna della maggiori aree del sottosviluppo con la mobilitazione degli strumenti di intervento  che avevamo concepito (dall’intervento delle forze armate alla partecipazione di imprese pubbliche e private italiane).

L’impressione fu che tutto venisse presto riassorbito nell’ordinaria amministrazione e che il sottosegretario Forte finisse per indirizzare la parte dei fondi che era nella sua discrezionale disponibilità, a favore di paesi come la Somalia o la Tunisia che i socialisti consideravano “amici”, con logica dunque non molto diversa da quella che spingeva i comunisti a indirizzare i fondi della cooperazione a favore di paesi cosiddetti socialisti (come l’Angola e il Mozambico).

Resta la capacità anticipatrice nel comprendere la centralità della questione NORD/SUD: basta pensare ai problemi posti ormai da molti anni dall’immigrazione.

Resta l’esigenza da noi sempre avvertita con drammaticità di non lasciare marcire i problemi e di affrontarli e governarli a livello sopra- e inter- nazionale.

Quella nostra battaglia per il diritto alla vita e per la vita del diritto accelerò la trasformazione del Partito Radicale da partito dei diritti civili a partito dei diritti umani e creò le prime basi teoriche del partito transnazionale.  

 

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