(Articolo scritto per Mondo Operaio. Marzo 2003)

 

          Nel presentare il mio articolo sull’antimilitarismo radicale degli anni 60 e 70 ho già parlato dell’iniziativa “Iraq libero” che avrebbe potuto costituire una costruttiva alternativa alla guerra e alla occupazione dell’Iraq: un intervento che ha diviso il mondo occidentale, delegittimato l’ONU , prodotto e moltiplicato le crisi e le guerre in Medio Oriente e rafforzato i terroristi e i fondamentalisti. Convinto sostenitore dell’iniziativa di Marco Pannella, ne scrissi in questo articolo del 2003  pubblicato dalla rivista socialista “Mondo Operaio”.

 

 

La non invidiabile condizione di osservatore esterno della politica mi sottrae al dovere, proprio di ogni protagonista della vita pubblica, di dover compiere scelte nel desolante panorama politico italiano nei confronti di un problema così grave, complesso e drammatico come la nuova crisi del golfo persico. C’è in gioco naturalmente il problema della pace e della guerra. C’è in gioco il problema di Saddam, della sua dittatura in Irak e del suo ruolo destabilizzante nell’equilibrio internazionale. C’è in gioco soprattutto il rischio di una crisi irreversibile di quel tanto di regole e istituzioni sopranazionali che dal secondo dopoguerra ad oggi fra mille difficoltà e contraddizioni si era riusciti a realizzare : in primo luogo Unione Europea e Nazioni Unite.

Di fronte a tutto questo l’Italia è scomparsa, cedendo il campo ai veri protagonisti del confronto in Europa: da una parte Chirac e Schroeder, dall’altra Blair e Aznar, perfino la Grecia presidente di turno del Consiglio Europeo. Da noi Governo e opposizione sono ugualmente inesistenti, oggetto e non soggetto dei rapporti internazionali che si stanno costruendo e delle scelte che si stanno preparando. Il governo aveva dato l’impressione di voler guidare lo schieramento filoamericano, contrapponendosi alle scelte franco-tedesche, salvo poi a fare rapidamente marcia indietro e scegliere una linea ondeggiante tesa a non scontentare nessuno fra Bush e il Papa, fra Blair e Annan, fra Aznar e Putin. Ci ritroviamo un presidente del consiglio, ansioso di legittimazione e di successi internazionali, che si affida a una diplomazia fatta di rapporti personali e di pacche sulle spalle e un ministro degli esteri che, dietro gli atteggiamenti da grand commis, non riesce a nascondere la sua vera natura di burocrate scelto per non fare ombra al suo premier. Sul versante opposto la politica della cosiddetta pace “senza se e senza ma” si è tradotta puramente e semplicemente in una rinuncia alla politica che non può essere fatta solo di no ma proprio di se e di ma. Proprio chi pone la pace al centro della sue preoccupazioni dovrebbe sentire il dovere di ricercare e promuovere tutte le alternative possibili alla guerra. Con tranquilla incoscienza stiamo assistendo al declassamento dell’Italia a potenza secondaria e periferica, priva di proposta e di iniziativa e quindi priva di peso e di autorità. Le responsabilità del governo in questo declassamento sono naturalmente primarie ma il concorso del centro sinistra, per la sua parte, rende il quadro devastante.

La sorte riservata alla proposta Pannella è una spia sufficientemente indicativa di questa incapacità di pensare, costruire, tentare una politica. A capo di una forza politica che a volte aveva dato l’impressione di essersi spinta fin troppo in avanti nel subire o nel sostenere acriticamente la politica americana, Pannella si è reso conto che alla fine di questa vicenda tutti rischiano di uscire sconfitti ( gli stessi USA inchiodati al loro ruolo imperiale) in mezzo alle macerie non solo delle città irachene ma anche del diritto, delle istituzioni e delle alleanze internazionali. Per questo ha provato a immaginare una iniziativa che si fondasse su due semplici obiettivi: una forte pressione internazionale per ottenere, come alternativa alla guerra, l’esilio di Saddam in cambio della garanzia della vita e della incolumità; dall’altra la previsione di una amministrazione provvisoria dell’Iraq, delimitata nel tempo e affidata alla Nazioni Unite, per accompagnare il processo di costruzione di nuove istituzioni democratiche irachene. Una proposta quindi che si fa carico di indicare una iniziativa e cercare uno sbocco politico e una possibile soluzione alternativa alla guerra per il qui e ora ma anche di prevedere e cominciare a costruire il dopo: compito tanto più urgente se si pensa agli esiti che ebbe la prima guerra del golfo del 1991 fatta per motivi sacrosanti (impedire che uno Stato potesse cancellare dalla sera alla mattina un altro Stato) e conclusasi con il mantenimento al potere di Saddam, per un verso, e con la restituzione del Kuwait al suo regime medievalpetrolifero, per l’altro. Questo è purtroppo tutto ciò che riesce a produrre una realpolitik basata sugli interessi solo geopolitici, sul mantenimento dello status quo e su una mediocre Ragion di Stato.

Nonostante l’ampio arco di adesioni raccolte in Parlamento nel centro destra e nel centro sinistra da parte di oltre duecento parlamentari che istintivamente ne hanno compreso l’importanza, nell’assenza di ogni serio dibattito sui mezzi di informazione, con la sola eccezione di Boselli i leaders dei due schieramenti e i loro consiglieri l’hanno accolta con sciatta sufficienza. Il ministro degli esteri Frattini e Giorgio La Malfa hanno tentato di silurarla nel dibattito in Parlamento, (riuscendoci solo in parte) forse proprio perché non allineata ai disegni neppure di Bush o del dipartimento di stato ma del Pentagono. Berlusconi ha pensato bene di affidare le pressioni per l’esilio ai suoi contatti personali con Gheddafi. Sul fronte opposto sono tutti prigionieri di Cofferati. Indicativa la dichiarazione di D’Alema, che si è detto disposto a firmare se in calce alla proposta Pannella ci fosse anche la firma di Saddam: una dichiarazione che la dice tutta sulla concezione che certi leader hanno della azione politica. Come se davvero l’unica alternativa alla guerra possa essere  il problematico disarmo di Saddam (in una situazione in cui può bastare poco, pochissimo per  rendere devastanti le azioni dei terroristi e ciò che è insufficiente  per un conflitto convenzionale può divenire micidiale in una guerra condotta con le armi del terrore). Come se davvero   non ci sia alcuna differenza fra un dopo Saddam (anche dopo una guerra) gestito solo dagli Stati Uniti o gestito da una amministrazione fiduciaria delle Nazioni Unite. Come se dovessimo dare per scontato che gli equilibri geopolitici del medio oriente (e in Iraq i diritti della popolazione curda , la convivenza degli sciti e dei sunniti, per dirne solo alcuni) possano essere affrontati e risolti solo spianando il terreno al costituirsi di nuove dittature. Nessuno è stato sfiorato dal pensiero che una proposta di questa natura poteva spiazzare e tentare di superare all’interno dell’Unione Europea lo stallo creatosi fra posizione franco-tedesca e posizione filo americana e  rappresentare un elemento di forza nei rapporti con gli altri attori della politica internazionale, in primo luogo i paesi arabi (ma anche gli stati dell’America latina, assai preoccupati per il nuovo ruolo imperiale degli Stati Uniti) e che, crescendo, poteva divenire uno strumento di pressione assai forte non solo su Saddam ma anche sull’opinione pubblica irachena, oltre che una forte sponda per i possibili oppositori di Saddam interni al regime.

E’ desolante apprendere (dagli stessi giornali colpevoli di averla ignorata e di non averle fornito alcuna chance di divenire termine di confronto e di scelta politica) che quella stessa ipotesi di esilio, liquidata in Italia perché irrealistica, è stata invece con molto realismo discussa e presa in considerazione nella Lega Araba,  è stata fatta propria dagli emirati e dagli altri stati del golfo, è praticamente contenuta nell’iniziativa del presidente iraniano Kathami, e su di essa sta lavorando, non solo nei suoi rapporti con gli stati arabi, il primo ministro spagnolo Aznar.

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