(Atti del convegno “I radicali e la nonviolenza: un metodo, una speranza”, Roma 29-30 aprile 1988)

 

Riproduco qui un mio intervento pronunciato nel periodo della trasformazione del partito radicale in partito transnazionale e transpartito riguardante la combattuta scelta del simbolo che secondo molti di noi doveva contenere l’immagine del Mahatma Gandhi. Venivamo da anni che erano stati definiti “di piombo” e avremmo assistito negli anni successivi agli crescere dell’intolleranza e della violenza. Per questo quel simbolo ci appariva essenziale per ribadire e rafforzare la nostra alternativa nonviolenta. Partecipò a quel convegno il mio carissimo amico Bruno Zevi che era stato uno degli oppositori del simbolo. Al termine di quel convegno fu proprio Bruno, con un suo amico, a trovare la soluzione grafica per il simbolo che tuttora caratterizza il Partito Nonviolento transnazionale e transpartito, a cui purtroppo non siamo stati capaci le basi e le adesioni transnazionali e transpartitiche necessarie per radicarlo in Europa e nell’azione internazionale. Ho ragione di ritenere di aver avuto qualche influenza sulla decisione di Bruno con questo intervento, passionale e insieme ragionato, che ripropongo nella sua nuda trascrizione senza alcuna modifica e abbellimento. E pensare che c’è qualcuno oggi che pretende di espellermi da quel partito, di sfrattarmi dalla sua sede e perfino dalla sua storia.

 

Anch’io – nel ringraziarvi per questo Convegno che reputo molto importante – devo scusarmi perché arrivo a questo incontro senza un contributo scritto, e quindi senza una riflessione più approfondita. Purtroppo è una nostra maledizione, questa, che dobbiamo conquistare gli spazi e le occasioni di riflessione alla continua urgenza del “fare”: e tante volte abbiamo la sensazione (e non è solo una sensazione) che “il fare” è… fare anche una serie di piccole cose che poi tutte insieme possono avere un significato, ma ciascuna delle quali certe volte è intollerabilmente insignificante, faticosa e stupida. Scusate questo sfogo, ma quando uno è alle prese con decine di telefonate, decine di sollecitazioni, ha come la sensazione di essere diventato una specie di collo di bottiglia dove arriva tutto, tutto quanto si ferma e si intasa… e il senso di impotenza che se ne ricava diventa veramente forte: e francamente è davvero difficile liberarsi da questa condizione e superarla, bisognerebbe romperlo questo collo di bottiglia… io personalmente in questi giorni non ci riesco, e sento fortemente questa frustrazione.

Questo Convegno è molto importante. Ho saputo dagli appunti che ho letto – non ho potuto partecipare ieri – che Giovanni Negri ha detto che pesa su questo Convegno una sorta di ghetto, in cui aleggia già l’aria del minoritarismo ed il pericolo della sconfitta dei nonviolenti. Credo che questo sia giusto, sia vero. E, per guadagnare un senso, una dimensione giusta a questo Convegno, io credo che il riferimento che dobbiamo fare è un riferimento alla violenza che cresce e all’intolleranza che cresce. Quindi stiamo attenti con questa abitudine di rileggere le parole e di dire che il nonviolento deve essere intollerante… perché tra di noi forse ci capiamo, ma non dobbiamo assolutamente avallare equivoci, in un’epoca in cui torna l’intolleranza, e la sentiamo e la vediamo crescere; la violenza dell’Iran e dell’Irak, sotto forma di guerra, che possiamo rimuovere soltanto perché (lo diceva ieri, in un’intervista molto bella, Marek Halter) è una guerra tra Arabi, tra “diversi”; o quella più vicina, nel Medio Oriente, nei territori occupati, di Israele e dell’OLP. Oppure quella che rimuoviamo invece perché ci è più vicina, appartiene più direttamente alla nostra storia, altrettanto aberrante, altrettanto angosciante, altrettanto allarmante perché ci dice che in realtà non ci siamo affrancati – noi di cultura giudaico-cristiana, noi dell’Europa democratica della Rivoluzione Francese e della Riforma – da questa violenza: il caso irlandese.

E dobbiamo guardarci ancora intorno, a questo rinascente razzismo europeo, a cui Marek Halter – che come intellettuale ebreo lo sente evidentemente molto più sulla propria pelle – ci ha richiamati da anni con S.O.S. racisme… il razzismo che ritorna. E non è soltanto il razzismo di Le Pen, che raccoglie tanti consensi in Francia; e non è il neo razzismo annunciato subito, sull’onda opportunista dei successi di Le Pen, dal neo-segretario missino Fini (che brutto rinnovamento, questo del MSI, se è con queste parole che si annuncia), ma quello latente e profondo che c’è da noi. Non dimentichiamo che abbiamo una legge, una clausola di salvaguardia dalla Convenzione sui rifugiati politici, con la quale l’Italia si affranca dalla possibilità, dal diritto, dal dovere di dare rifugio a chi chiede asilo politico da Paesi del Terzo Mondo, perché si è riservata di concedere asilo politico soltanto ai bianchi dell’Est europeo. Questo è il Paese che qualsiasi politico, uomo di cultura, sacerdote, dotto, intellettuale che incontrate vi dirà essersi “affrancato dal vizio del razzismo”… e il razzismo lo abbiamo invece nelle nostre leggi e nelle pratiche del nostro governo.

E allora attenti anche a porsi dei problemi sempre assoluti di coerenza… ecco, io diffido sempre di quelli che hanno bisogno di imporsi un sistema di coerenze: fortunatamente siamo pieni di contraddizioni; la vita stessa, è contraddizione. La pretesa di… non superare, ma di troncare le contraddizioni, è morte, non è vita: e allora la ricerca di questo sistema si coerenze, di trovare “giustificazioni” alla violenza… sapete come è bella, la giustificazione del violento che “si oppone alla violenza del potere”, sapete che bisogno c’è, di farlo… c’è tutto, che la giustifica.

Il mio problema è di dire che anche quella violenza non è giustificata: e non è giustificata, per quanto possa apparire giusta, perché a sua volta giustifica, legittima la violenza del potere. E allora la forza del nostro Preambolo è proprio in questo, Bruno: che abbiamo affermato in maniera quasi provocatoria questa necessità di opporsi comunque alla violenza; e per opporsi alla violenza dell’avversario bisogna innanzitutto distruggere la propria violenza, negare la propria violenza: questo è l’elemento di forza della nonviolenza, dell’unica nonviolenza che mi interessa, quella politica. Poi, certo, ci sono le non-violenze – nobilissime, di carattere morale o religioso, individuali o collettive – dei vegetariani o dei non-violenti che ritengono si possa essere nonviolenti soltanto se si arriva a stare attenti a non uccidere, camminando, le formiche…; e sono cose che rispetto moltissimo: ma si può stare attenti a non “acciaccare” le formiche, e – a forza di rispettare le formiche – si rinuncia a cercar di capire come disarmare la violenza che ci cresce intorno, e che rischia di distruggere l’umanità e il mondo nel quale viviamo.

Io vi devo dire francamente che considero una grande sconfitta, nostra e del Partito radicale, il non essere riusciti ad avere il simbolo di Gandhi nel momento della rifondazione transnazionale del Partito. Io non so ancora se questo è dovuto soltanto ad un momento di sbandamento, di crisi di identità, nel momento della rifondazione, nel momento in cui si sentiva che si staccavano gli ormeggi da questo “territorio nazionale”, da queste retrovie nazionali, per imboccare una strada senza ritorno, una difficile transizione verso il “non conosciuto”, che è sempre allarmante… e allora ci si attaccava al vecchio simbolo a cui si era costretti a rinunciare (perché sul piano europeo era un simbolo che parlava solo ai socialisti che già lo avevano, è un simbolo socialista…), e si diceva di no a Gandhi perché ci si attaccava alla nostra identità perduta. Se è così, non è grave, siamo in tempo a rimediare a questo errore micidiale che abbiamo commesso: che già ci costa in termini di ritardo, perché per un partito come il nostro la riconoscibilità è essenziale, e la comunicazione delle nostre idee, dei nostri valori, della nostra politica, è fondamentale.

Non vorrei che in maniera latente, invece, operasse una sorta di rifiuto della nonviolenza politica, di questa componente della nostra storicità radicale degli ultimi venticinque anni. Perché, certo, fra le obiezioni che sono state fatte al simbolo di Gandhi, alcune appartengono alla tradizione appunto della nonviolenza integralistica, sia che vengano da nonviolenti, sia che vengano da anti-Gandhiani; rispetto di Gandhi perché Gandhi era la nonviolenza, ma Gandhi era anche questo e quest’altro, era la castità, era i Veda e non il messaggio cristiano, era il suo ambiente storico, politico, eccetera… Ma con questo ragionamento non si tien conto del fatto che la vita degli uomini è fatta di momenti diversi, io ho cambiato idea tante volte! Il Gandhi di oggi sarebbe sicuramente diverso. Il Gandhi che dovesse fare i conti con la storia dell’Asia post-coloniale, sarebbe un Gandhi diverso da quello che ha avuto come interlocutori l’Impero britannico e quei musulmani e quegli indù che lui sperava di unificare nella nuova india. E allora, si tratti degli amici di Bhagwan, i quali dicono che Gandhi era autoritario ed era casto (bah, insomma, questa poi era una scelta libera…), o si tratti dei nonviolenti i quali dicono che per rispetto di Gandhi non si può assumere Gandhi solo per la nonviolenza politica, ma bisogna assumerlo per tutto, dal vegetarianesimo magari alla tela che filava, e quindi al neo-pauperismo che riproponeva una visione anche rivoluzionario-reazionaria… nel senso che c’era un fondamentalismo e tradizionalismo induista che lui pretendeva di ritrovare, sulla scia – del resto – di tanti rivoluzionari che ricercavano le comuni agricole ancora nei primi del novecento, non soltanto in Russia ma anche in Europa: bene, queste obiezioni non mi preoccupano, sono di carattere ideologico e per questo veramente fragili. Di più mi preoccupano invece queste altre obiezioni sulla storia dell’immagine: “bisogna rifiutare la figura umana, quale che essa sia”, come se la figura, l’immagine della figura umana non sia anch’essa un dato di riconoscibilità di un’idea, quando storicamente questa identificazione fra la figura e l’idea è giustificata, e quindi non sia morale utilizzarla e valorizzarla. E non avendolo fatto, in una situazione in cui il Gandhismo deteriore rischia di riproporsi, e rischiano di riproporsi delle letture anti-gandhiane di Gandhi, noi abbiamo in realtà regalato ai nostri avversari – cioè a coloro che poi lo sviliranno, ne faranno uso proprio per stemperarne il carattere rivoluzionario e rinnovatore – abbiamo regalato l’arma dell’immagine di Gandhi… proprio ai possibili avversari nostri, ma anche avversari della vera nonviolenza rivoluzionaria: a coloro appunto che come usano Ernesto Rossi contro i radicali, così come usavano Salvemini contro Rossi, in un gioco che conosciamo benissimo al quale ci siamo prestati. E siccome non sono un paternalista – io voglio tanto bene a Bruno e lui ne vuole tanto a me – dico che Bruno ha avuto la sua parte di responsabilità in tutto questo, nel regolare questa arma che potevamo chiedere alla figura, all’immagine, alla storia di Gandhi, agli avversari nostri e di Gandhi. Più grave ancora la storia dell’immagine come “possibile idolatria”… Se si dice che Gandhi non lo si vuole perché Gandhi teoricamente non lo si accetta, perché non si accetta la nonviolenza o perché si teme che la scelta nonviolenta del Partito radicale possa ledere, in alcuni momenti, certi dati di resistenza violenta in cui per esempio lo Stato di Israele è costretto, allora affrontiamo il dibattito su questo: ma senza mezze misure, e senza schermi.

Perché non c’è dubbio: i momenti sono difficili, le situazioni sono quelle che ho detto, e l’avere questo simbolo o non averlo… fa la differenza. Nel momento in cui ritorna Le Pen, abbiamo visto delle cose agghiaccianti avvenire in Irlanda, da una parte e dall’altra: perché per la prima volta il Regno Unito si è macchiato di delitti paragonabili a quelli dei suoi avversari, mentre fino ad oggi – non ostante la sordità morale nei confronti dei digiuni – bene o male aveva mantenuto un elemento di superiorità politica. Mai io vorrei richiamare un fatto molto importante: quando per la prima volta in una manifestazione antinucleare in Germania due poliziotti sono stati uccisi, il movimento dei Grunen è stato attraversato da un dibattito, si è discusso per la prima volta di nonviolenza e la maggioranza dei Grunen non ha accettato la scelta nonviolenta come scelta ideale, di principio, oltre che come scelta tattica. Perché, certo, sono tutti bravi a fare la manifestazione nonviolenta, oggi, con la riserva mentale

di prendere le bombe o imbracciare il fucile o la pistola dopodomani. Qui, ora, io non ritorno al passato, non riguardo la nostra storia, perché non ne ho il tempo: ma voglio dire che fra tante cose importanti, della nostra scelta nonviolenta, che ci hanno aiutato a capire, ad essere rivoluzionari a nostro modo e a fare cultura e a produrre riforme e a conquistare dati di diritto e di libertà nuovi, oltre a tutto questo la nostra scelta nonviolenta ci ha dato uno strumento fondamentale di dialogo.

Ma voi pensate che cosa avremmo potuto dire alle decine e decine di migliaia di persone, di giovani, di ragazzi, che dopo il sessantotto adottavano – indotti da questa cultura di questo regime di destra e di sinistra – la scelta e i miti della violenza rivoluzionaria, della violenza armata, ed anche del martirio della violenza, perché imbracciavano le armi per uccidere, ma sapendo anche che si poteva essere uccisi, procurando nuovi eroi agli avversari e nuovi martiri su cui fondare la rivoluzione; ma voi pensate che cosa avremmo potuto dire ai compagni delle Brigate Rosse… la forza del nostro dialogo era proprio nella chiarezza teorica, e pratica, della scelta nonviolenta; e quindi anche, è vero, della nostra capacità di vivere la democrazia, non con il cretinismo parlamentare o con “democraticismo”, non con il realismo dell’accettazione del fatto compiuto e del diritto ingiusto, – e questo fa la differenza – con il valore aggiunto del nonviolento nel vivere, nell’attivare, nel promuovere, nel creare, nell’usare (infatti ogni volta che la usavamo ci dicevano che ne “abusavamo”) la democrazia.

Potevamo, allora, parlare (perché ne avevamo legittimità anche rivoluzionaria) ai compagni assassini delle Brigate Rosse… e potevamo essere accettati, sul momento, nella contingenza, dalla stampa che usava tutto questo per dirci che eravamo “contigui” alle Brigate Rosse, o complici delle Brigate Rosse… In realtà era un momento di lotta politica, di scontro politico, che ha avuto – certo! – delle contiguità in cui abbiamo anche commesso errori, in cui abbiamo avuto compagni che hanno corso il rischio di vivere come complicità o come corrività quella “contiguità”… anche al nostro interno; ma in realtà quello che è venuto fuori è un dialogo che io credo fruttuoso, se tanti compagni che vengono da quella esperienza si sono ritrovati (io spero non tatticamente, non opportunisticamente, non momentaneamente) nel Partito radicale della nonviolenza… se qui oggi possono trovare legittimità le diverse componenti che comunque hanno creduto nella violenza – da Franceschini a Bignami, a Vesce. E, quindi in questo carattere della nonviolenza, come l’elemento che è al centro di una dialettica che ha da una parte la contestazione della legge ingiusta, o anche di un ordine ingiusto, e dall’altra il presupposto della preparazione, della fondazione del nuovo ordine, della legge, insomma il momento fondante, la speranza della fondazione di una nuova legalità: Pasolini l’aveva capito quando, parlando agli obiettori, diceva che la disobbedienza in realtà è il presupposto di una nuova obbedienza; si obbedisce o si obietta in nome della propria coscienza alla legge ingiusta che viola, appunto, la propria coscienza, e si creano i presupposti della nuova… e questa è già l’obbedienza alla nuova legge, che si avverte come imperativa nella propria coscienza.

Si parla molto di religiosità, e siamo attaccati molto spesso – noi nonviolenti – con l’accusa di avere delle componenti religiose, di esprimere forme di misticismo deteriore, di ascesi non confessate. Io non rifiuto tutto questo; perché, certo, c’è un elemento di convinzione religiosa, e non ho bisogno di andare tanto lontano per cercare questa religiosità, che è una religiosità anche laica: mi basta ricordare Benedetto Croce. Si può giudicare in molti modi, ma questa affermazione della “religione della libertà” è stata una intuizione profonda. E quanto a Gandhi – perché c’è un aspetto non privato ma personale, e quindi politico, delle proprie scelte, e non si vive la vita di un rivoluzionario se non ci son dietro profonde convinzioni – Gandhi in quelle sue pagine non private, ma personali, in cui parla del rapporto con il cristianesimo, in Sudafrica ma soprattutto in Inghilterra, delle sue amicizie con i cristiani, della lettura del Vangelo, e poi la ri-scoperta dei Veda che aveva letto da piccolo, e la giustificazione che non aveva sentito il bisogno di convertirsi al cristianesimo perché nei Veda ha trovato l’essenziale dell’insegnamento di Gesù… io credo che queste siano cose molto importanti: queste sono personali, e non “private”, perché certamente io non rifiuto questo aspetto fondante religioso, anche nel senso laico della parola, della scelta nonviolenta. Perché comporta comunque, la scelta nonviolenta, un recupero storicistico e laico del diritto naturale che per anni è stato contrapposto al diritto positivo dai giuristi cattolici, reazionari e non solo reazionari: lo ius naturalis, il giusnaturalismo cattolico, che veniva contrapposto – in nome dei valori della tradizione – al diritto positivo. E anche qui io credo che in termini teorici siamo l’unico partito che lo ha capito, e – nel preambolo – ha avuto il coraggio di chiarirlo, quando ha scritto: la Legge è legge “del Partito radicale”; quale legge? Quella dei diritti dell’uomo, le norme fondamentali della Costituzione, che son diventate quindi diritti fondanti, positivi, almeno in termini di affermazione di principio, ma sono legge della nuova umanità, violata ovunque; questo è il dato che ritenevo di dover sottolineare, perché mi sembra molto importante.

Nonviolenza e Diritto, nonviolenza e informazione, e il problema se sia possibile la nonviolenza lì dove c’è un regime dittatoriale… Si osserva che Gandhi ha potuto essere nonviolento in Sud Africa (nel periodo della dominazione britannica, non della reazione Afrikaner) e poi nell’India dell’Impero britannico, perché alla fine l’Impero britannico, – che riconosceva diritti politici dimezzati ai sudditi della Regina indiani per nascita – riconosceva pur sempre anche a loro il diritto civile al processo giusto che era il processo inglese: e quindi questo suddito poteva attivare il diritto processuale inglese, e quando arrivava – avendo violato la legge ingiusta – ad avere un giusto processo, attivava le contraddizioni tra giusto processo e giudice giusto e la legge ingiusta; e le contraddizioni potevano attivare l’informazione in India ma era soprattutto l’informazione nel Regno Unito e nelle contraddizioni morali, politiche e religiose della classe dirigente inglese. Certo tutto questo è vero: e tuttavia noi dobbiamo avere il rigore di non cercare spazi, che non abbiamo, per distinzioni; per quanto essa possa trovare giustificazione, la nonviolenza si giustifica da sola, e rimane il fatto che – per quanto possa essere giustificata nei fatti – essa legittima teoricamente la violenza degli avversari. E’ proprio questo, il motivo per cui va rifiutata.

Il mondo, oggi, è un mondo di comunicazione globale, in cui i problemi del Cile rimbalzano nel resto del mondo e dal mondo tornano ad influenzare il Cile… i problemi di qualsiasi stato possono rimbalzare negli altri e ritornare su quello Stato in termini di rafforzamento o indebolimento della sua situazione. Certo io non ignoro – lo ricordava Pannella – che queste cose vanno viste relativisticamente, e quindi storicamente: Gandhi ha vinto nel conquistare all’India una rivoluzione nonviolenta nei confronti dell’Impero britannico, ed ha perso quando ha tentato di impedire il conflitto religioso fra Indù e Musulmani che lo avevano seguito nello scegliere entrambi, o nello scegliere prevalentemente, l’arma della nonviolenza… anche se c’erano state componenti violente nella rivoluzione indiana. E qui devo dire: stiamo attenti, con questa riesumazione acritica che talvolta si fa: stiamo attenti con alcune semplificazioni di questa cultura orientale, per cui tutto ciò che viene dalla cultura orientale è buono. Quei milioni di morti…; certo noi abbiamo una visione sbagliata del buddhismo, dell’induismo, come se fossero assolutamente tolleranti, e abbiamo anche una visione semplificata e sbagliata di Gandhi; è vero che Gandhi gran parte della propria nonviolenza l’ha imparata nel rapporto con la cultura occidentale, e che in Gandhi ci sono delle componenti attive (perché il nonviolento è attivo, non passivo: il nonviolento non subisce la democrazia, ma “crea” democrazia; non subisce la legge, ma viola la legge e quando l’ha violata non si nasconde, ma chiede che chi la legge presiede lo colpisca e lo punisca per averla violata, sicché questo diventi patrimonio collettivo di conoscenza e di rivolta contro la legge) e io credo che questo non abbia niente a che fare con la passività della cultura orientale. Queste cose bisogna dirle. Così come il ritenere che la cultura orientale abbia in sé elementi di tolleranza maggiori: gli induisti sono stati, nella lotta ai musulmani, molto più feroci dei musulmani. Noi abbiamo la tradizione del “mammaliturchi”; e qui ha ragione Marek Halter che ieri diceva: “come l’ebreo per noi è l’usuraio, l’arabo è sempre il Moro, lo Jago… quando non è violento e sanguinario, è l’infido raggiratore.”

Ho letto Bhagwan, questa “Bibbia di Bhagwan”, Dio ce ne scampi! Io sono un Voltairiano, voglio ribadire che mi batto perché Bhagwan venga in Italia, e mi trovo in questa buffa situazione, che se contesto una idea di Bhagwan mi sembra quasi di dare una mano a quelli che lo confinano… però, questa cosa non mi va giù: lui ha accusato Gandhi di essere un masochista. Certo, ci son sempre le componenti psicologiche individuali, ma il problema è che tipo di espressione diamo, a queste componenti: può anche darsi che Gandhi sia stato masochista, anche se non mi sembra che avesse questa particolare vocazione sempre e comunque, ma bisogna vedere come queste componenti le esprimiamo in maniera positiva anziché negativa. Ho trovato, in questa liquidazione dei digiuni e di Gandhi, qualcosa che mi fa trovare molto importante invece il fatto che in questi giorni il nostro compagno Majid – che abbiamo conosciuto in altri tempi come Andrea Valcarenghi e che è all’anagrafe Andrea Valcarenghi – abbia adottato invece questo strumento di lotta per Baghwan, che è anch’egli un Refuznik, se viene confinato per le proprie idee e non perché ha compiuto dei reati.

Mi avvio alla conclusione perché mi sembra di aver detto un po’ tutto quello che avevo in mente di dire.

Certo ci troviamo in un momento difficile, molto duro: perché è dura, costruire il partito transnazionale.

E qui vorrei dire che il partito transnazionale deve essere qualcosa di più di una generica esigenza morale: se decidiamo di fare il partito transnazionale è perché sentiamo il bisogno di prefigurare stati, leggi, che non siano più nazionali, ma siano transnazionali, e cioè qualcosa che – nel rispetto delle democrazie nazionali – sia però già anche la contestazione della loro insufficienza, la presa d’atto della loro condanna, se non riescono a superare se stesse, della loro sconfitta come democrazie. E qui viene la necessità: non si è transnazionali se non si è anche nonviolenti, se nel momento stesso in cui si avverte l’inadeguatezza delle democrazie nazionali a governare i problemi del nostro tempo, non si prefigura –  quindi non si afferma – la nuova legalità insieme “sovranazionale” (quella degli Stati Uniti d’Europa) e “transnazionale”: cioè gli strumenti di governabilità che possono far deperire la violenza degli individui, che sono il segno purtroppo di un crescere di inciviltà anziché di civiltà.

Riflettevo l’altro giorno, sempre nel tentativo di non demonizzare chi abbiamo davanti, che se pensiamo alle “teste rotonde” o a qualche predicatore delle guerre di religione, se pensiamo alle lotte anche verbali, anche teoriche, anche religiose, fra Lutero ed Erasmo, e fra Lutero e i teologi contro-riformisti della Chiesa di Roma, o a qualche Cardinale dell’inquisizione… forse Khomeini ci appare meno brutto, forse i fondamentalisti islamici ci appaiono meno brutti. Un secolo dopo Cromwell (che pretendeva di risolvere i problemi, anche lui, con la violenza e con la dittatura) si riafferma sul piano della prassi dello sperimentalismo britannico il fatto che fra Whigs e Tories non bisogna ammazzarsi: ma quando prende il potere l’uno, gli altri fanno l’opposizione e aspettano il momento di prendere il potere senza sterminarsi ogni volta, e la democrazia nasce da questo piccolo e pacifico accordo. Un secolo prima della Rivoluzione Francese, la classe dirigente inglese nata dal conflitto fra presbiteriani, minoranze religiose e la Chiesa anglicana, raggiunge questo compromesso molto pratico. E chi dice che fra i neo-sunniti e i neo-sciiti non si verifichi qualche cosa di democratico fra un secolo o due? Intanto c’è un piccolo particolare: che, rispetto ad allora, i tempi non possono essere di secoli e neppure di generazioni. Viviamo in un mondo nel quale gli equilibri vanno riconquistati, un sistema di civiltà va posto, affermando per l’oggi la nonviolenza. La coscienza drammatica del nostro tempo è questa, che il tempo è breve e non può affidarsi ai tempi lunghi della Storia; e credo che questo è l’elemento di forte differenza, che l’apocalisse si ripropone purtroppo in termini storici di possibilità, e non di terrore dell’oscuro, di terrore del non conosciuto.

 

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