(Articolo di Quaderni Radicali. n.104 dicembre 2009)      

 

Questo articolo fu scritto dopo il difficile rapporto con il PD di Veltroni, subito dopo la breve segreteria di Franceschini e l’elezione di Bersani. Parla dello stretto nesso che collega intimamente la nostra scelta del metodo nonviolento alla lotta per i diritti umani e per i diritti civili. E dello scandalo di un Partito democratico che ha tenuto chiuse le proprie porte alla prima e ai secondi.

 

In più di una occasione Indro Montanelli, pure spesso non tenero con i radicali, ci riconobbe  il merito di aver trattenuto sul terreno della lotta democratica una parte considerevole della generazione che negli anni 70 avrebbe altrimenti corso il rischio di ingrossare le fila del terrorismo di destra e di sinistra. Nel formulare questo riconoscimento certamente pensava soprattutto all’efficacia delle nostre lotte per i diritti civili e all’intransigenza di una opposizione al regime, condotta – a differenza delle diverse componenti della sinistra extraparlamentare – non contro ma in nome della democrazia costituzionale, dei suoi principi, delle sue norme, delle sue procedure, tanto spesso violate e piegate agli interessi del potere. E tuttavia quell’argine democratico non avrebbe tenuto senza la scelta rigorosa della nonviolenza, senza la convinzione gandhiana che la violenza anche quando possa apparire giusta (sia il liberalismo che le religioni considerano legittimo il tirannicidio), è sempre in realtà sbagliata perché giustifica la violenza del potere.

Giuseppe Rippa mi ha fornito la trascrizione di un mio intervento, pronunciato nel 1988 in un convegno del Partito Radicale dedicato alla nonviolenza e che avevo del tutto dimenticato. In quella circostanza, ricordando le accuse che ci erano state rivolte di contiguità con le Bierre (ma in realtà chi ce le rivolgeva intendeva complicità), sostenevo che avevamo potuto correre quel  rischio proprio per la forza di demarcazione e di contrapposizione che ci veniva data dalla scelta nonviolenta. Fu grazie ad essa che potemmo confrontarci con quelli che provocatoriamente chiamammo “compagni assassini” nel corso degli anni. Dallo scontro con la politica della fermezza durante il caso Moro all’iniziativa messa in atto per la salvezza del giudice D’Urso fino alla scelta di Adelaide Aglietta di accettare la designazione a giudice popolare nel processo di Torino nel quale erano imputati i fondatori delle B.R.  E grazie ad essa potemmo contrapporre – con i digiuni, con la disubbidienza civile, con i diritti civili, con i referendum, con l’intransigenza dell’opposizione parlamentare – alla scelta omicida e suicida della violenza e della disperazione, una alternativa di vita e di speranza democratica. Fu una politica che dette i suoi frutti. Gli effetti ritardati dell’omicidio Calabresi hanno fatto dimenticare che lo scioglimento di Lotta Continua, avvenuto nel ’76 comportò il ripudio della violenza rivoluzionaria da parte dei dirigenti e dei militanti di quello che era allora il più importante gruppo extraparlamentare. E alla stessa maniera si è voluto dimenticare l’influenza che la nostra nonviolenza ha esercitato nel determinare, in carcere  e fuori dal carcere, le dissociazioni dal partito armato da  parte di molti che ne avevano fatto parte e che non intendevano accettare i vantaggi e la pratica del pentitismo. Forse era anche a questo che pensava Indro Montanelli nel formulare quel giudizio.

Non sto cedendo a un attacco di nostalgia ormai senile e neppure ad una tentazione autocelebrativa. Quei temi conservano purtroppo intatta una straordinaria attualità. E non solo perché le tragedie che presentivamo possibili e l’impotenza della politica ad affrontarle si sono poi verificate in dimensioni assai più gravi del previsto. Ma soprattutto perché l’onestà e la generosità intellettuale di cui dette prova con quel giudizio come in tanti altri casi Indro Montanelli non è molto diffusa  Ed è come se gli anni non fossero passati e, sui rapporti fra la sinistra italiana e i nonviolenti del Partito Radicale, gravi ancora il peso di quelle ormai antiche contrapposizioni, di quelle condanne, di quegli ostracismi. Eppure ne è passata di acqua sotto i ponti. Sono cambiati non solo i nomi e le composizioni dei partiti, ma le strategie, le politiche istituzionali, la politica delle alleanze. Recentemente Piero Fassino ha detto, a proposito delle vicende degli anni 70 e della politica della fermezza, che “forse loro sul caso Moro avevano sbagliato”. Ma se loro avevano sbagliato, “forse” avevamo avuto ragione noi – con Sciascia, con Craxi, con Adriano Sofri – a sostenere che qualcosa poteva essere tentato per salvare la vita di Aldo Moro come i fatti conosciuti a posteriori hanno dimostrato. Ma l’onestà intellettuale è come il coraggio di Don Abbondio, chi non ce l’ha non se la può dare.

Rutelli recentemente, a coloro che all’interno del PD gli rimproverano di aver mutato quattro partiti e di essere pronto a farne un quinto, ha risposto che gli altri hanno cambiato quattro volte nome nella convinzione però di appartenere sempre allo stesso partito. E’ cambiato tutto ma non è cambiata la cultura. Postcomunisti e postdemocristiani sono disposti a includere liberali, repubblicani, liberalsocialisti, socialisti purché si rassegnino ad essere nel PD comparse ininfluenti. Quanto ai radicali, forse perché questo non sarebbe possibile, è prevista solo l’esclusione. Si è fatto di peggio, li si è obbligati nelle ultime elezioni politiche ad accettare un umiliante accordo capestro e, alle elezioni europee, d’accordo con Berlusconi, si alzato il quorum per espellerli dopo trenta anni dal Parlamento Europeo. Alla vigilia delle elezioni regionali i nuovi dirigenti propongono e prospettano alleanze: con tutti a destra e a sinistra, UdC, Italia dei Valori, Sinistra e Libertà perfino con Rifondazione e il PdCI. I radicali non vengono mai nominati. Forse perché il costo che bisogna pagare alla alleanza con i radicali è un costo politico, non è un costo pagabile in termini di lottizzazione e di potere.

Durante la campagna elettorale delle primarie, il nuovo segretario del PD ha detto che i radicali non sono biodegradabili. Si tratta di un complimento se questo giudizio viene riferito alle nostre idee, ai nostri principi, agli obiettivi delle nostre lotte (ed anche all’organizzazione politica necessaria per sostenerli ed affermarli). Si tratta invece di una falsità e di un pregiudizio se  si pensa che questa non biodegradabilità comporti necessariamente una non rinunciabilità alla propria autonomia politica ed elettorale.

Al contrario proprio nell’anno in cui pronunciai quel discorso sulla nonviolenza, trasformammo il vecchio partito radicale della Rosa nel Pugno, quella delle lotte laiche e per i diritti civili degli anni 70 e 80, nel Partito Radicale Nonviolento Transnazionale e Transpartito, una connotazione che presupponeva, proprio per effetto degli due ultimi aggettivi, la rinuncia a un tipo di organizzazione solo nazionale e alla propria presentazione alle elezioni in un singolo paese. Esplicitamente quella scelta avrebbe richiesto anche la confluenza dei radicali impegnati nelle istituzioni italiane in una forza politica più ampia. Il simbolo mitterrandiano della Rosa nel Pugno fu sostituito dalla raffigurazione di Gandhi. I gruppi parlamentari lasciarono la denominazione di gruppi radicali per assumere alla Camera quella di Gruppo federalista europeo e al Senato quello di Gruppo federalista europeo ecologista.  Volevamo costruire una organizzazione transnazionale che ponesse al centro della propria politica la promozione della democrazia e l’affermazione dei diritti umani e che fendesse trasversalmente le internazionali esistenti e i diversi partiti di destra e di sinistra.

Il 1988 era un anno cruciale. Un anno dopo sarebbe crollato il muro di Berlino. Da tempo noi avevamo aperto sedi in Russia, in Polonia, in Cecoslovacchia, in Jugoslavia. Raccogliemmo migliaia di adesioni di refusnik, di perseguitati dai regimi comunisti ma anche di esponenti dei partiti comunisti che intendevano portare alle sue logiche conseguenze la svolta operata da Gorbaciov. Prima del crollo del muro, scegliemmo di tenere il nostro primo congresso transnazionale a Budapest. Come sempre precedevamo gli avvenimenti e cercavamo di prevederli e di governarli. Inutilmente ci battemmo per ottenere che l’UE si aprisse con tempestività e generosità ai popoli di una Jugoslavia democratizzata proprio per evitare l’esplosione delle guerre civili balcaniche in un agghiacciante ritorno al passato, alla  intolleranza etnica e religiosa e allo scontro fra nazionalità europee. Fu anche l’anno dell’elezione di Achille Occhetto alla segreteria del PCI e l’inizio di un confronto sulle riforme istituzionali ed elettorali di cui il paese aveva bisogno per tentare di rompere la situazione di immobilismo a cui sembrava condannata la politica italiana. Con la Bolognina, con il progetto di una Costituente democratica sperammo davvero nella formazione di un nuova forza politica aperta anche ai radicali oltre che a laici e ambientalisti e interessata alle iniziative politiche transnazionali e transpartitiche del Partito Radicale della Nonviolenza e dei diritti umani.

Sappiamo come è finita quella breve stagione di incontro e di dialogo: il dopo Bolognina, le scissioni, i cambiamenti di nome, l’ubriacatura determinata da Tangentopoli, la dissipazione del patrimonio referendario con il mediocre e frettoloso compromesso sul Mattarellum e infine nel 1994 la costituzione di quella che doveva essere considerata, come la definì lo stesso Occhetto, una gioiosa e invincibile armata, con le porte chiuse ai garantisti di Marco Pannella e spalancate ai giustizialisti di Leoluca Orlando. Tutto si concluse con la prima non prevista ma clamorosa e in qualche modo annunciata vittoria di Silvio Berlusconi e della sua improvvisata coalizione.

Per venti anni il Partito Radicale nonviolento ha tenuto fede alla sua scelta transnazionale e transpartitica senza avere ancoraggi all’interno delle istituzioni italiane. La forza storica dei radicali in Italia, tenuta fuori della porta di quello che di volta in volta veniva presentato come il grande partito unificatore del centro-sinistra, si è espressa attraverso formazioni elettorali che non si richiamavano esplicitamente al Partito Radicale se non attraverso i nomi dei suoi leader: verdi arcobaleno, liste antiproibizioniste, lista Pannella, lista Bonino, Rosa nel Pugno, liste Bonino-Pannella. Per tre legislature i radicali non hanno avuto rappresentanza elettive a  Montecitorio e a Palazzo Madama.

Nonostante la sua fragilità il Partito Radicale è stato davvero protagonista di una politica rivolta ad affermare i diritti umani come diritti della persona universalmente validi. Le sue campagne hanno prodotto alcuni significativi risultati: prima l’istituzione del tribunale per i crimini contro l’umanità commessi nelle guerre civili di Bosnia e del Ruanda e, poi, l’istituzione della Corte penale internazionale dell’Aia, a cui è seguita l’importante vittoria ottenuta con la moratoria della pena di morte deliberata dalla grande maggioranza dell’ Assemblea delle Nazioni Unite. Per la sua intransigente difesa dei diritti delle minoranze religiose, etniche e linguistiche alcune potenze (la Russia, la Cina ed altri stati dittatoriali) hanno tentato senza successo di espellerlo dal Palazzo di vetro dove è presente ed opera  come Organizzazione Non Governativa riconosciuta dall’ ONU.

Oggi un patrimonio di dialogo e di politica di governo condotta sempre dall’opposizione e comunque in condizioni spesso di estrema minoranza, lontana dalle responsabilità del potere (se si esclude l’esperienza di Emma Bonino alla Commissione europea e poi quella di ministro nel Governo Prodi) rischia di essere disperso. Il Partito Radicale nonviolento rischia di scomparire se non trova altri interlocutori e sostenitori politici in Italia e fuori d’Italia. Il P.D. ha tentato di cancellare, con l’elevazione del quorum, la presenza elettorale dei radicali. Non c’è riuscito, ha conseguito però il bel risultato di eliminare a Bruxelles un centro di iniziativa e di promozione politica di cui molte parti dello schieramento politico si erano utilmente avvalse oltre che di un Forum permanente a disposizione delle minoranze non rappresentate di ogni parte del mondo.

Non parlo volutamente  della situazione italiana, dove si pretende di sconfiggere la destra solo con l’antiberlusconismo (compito praticamente delegato a Repubblica e ai magistrati) senza una idea alternativa di riforme istituzionali, di riforme economiche e sociali, di moralizzazione della vita pubblica a cominciare da quella dello stesso PD dal momento che la questione morale ha da tempo ormai investito i suoi amministratori. Ma trovo francamente disperante che sul destino dell’Unità europea, sulla costruzione della pace che passa innanzitutto oggi attraverso la diffusione dell’informazione e della conoscenza, sulla promozione dei diritti umani e della democrazia un dialogo fra radicali e P.D. sia stato sempre impossibile se si esclude il breve periodo del secondo Governo Prodi (ed infatti proprio in quel periodo l’Italia e l’UE ottennero il successo all’ONU della moratoria internazionale sulla  pena di morte). Ci siamo quasi sempre dovuti confrontare non con il realismo della geopolitica ma con i piccoli calcoli di una realpolitik priva di visione di governo degli immensi problemi dell’umanità e priva d qualsiasi idea di futuro. Il P.D. di Bersani continuerà su questa strada? Mi auguro di no e che le mie speranze non debbano rivelarsi presto delle illusioni. La concretezza di Bersani e il suo empirismo emiliano, conosciuti e apprezzati nel periodo del suo impegno liberalizzatore, dovrebbero facilitare il dialogo con i radicali e rendere possibili sinergie positive. Occorre avere infatti i piedi ben piantati in terra, come noi abbiamo, per poter guardare lontano e mirare in alto. Non so tuttavia se ne avrà la capacità e il coraggio.

Per ora un vecchio anticomunista è costretto ad ammettere che erano meglio il vecchio PCI di Berlinguer e il suo eurocomunismo, che non si preoccupavano di cancellare la presenza radicale a Bruxelles ma, al contrario, si impegnavano ad assicurare, con la sua elezione al Parlamento europeo nelle liste comuniste, la voce e le idee federaliste di Altiero Spinelli.

 

Annunci