(Intervento alla Scuola estiva della Associazione Luca Coscioni. Marina di Camerota. 15 settembre 2008)

        

         Qualche anno fa’ fui invitato dalla Associazione Coscioni a una scuola politica estiva, uno di quei seminari estivi cui potevano iscriversi giovani militanti ed anche, in cambio di c.d. “crediti”, studenti universitari interessati ad approfondire alcuni aspetti dell’esperienza politica. Mi fu affidato il compito di parlare dell’esperienza storica del Partito Radicale. Questo testo è una sintesi di un intervento fatto a braccio e riassume quella che è la mia visione della complessiva esperienza radicale.

          E’ mia convinzione che il partito radicale con le sue lotte per i diritti civili sia stato protagonista di una vera e propria rivoluzione culturale e che – con la sua apparentemente velleitaria trasformazione in partito transpartitico e transnazionale – sia stato protagonista di una importante e in alcuni casi vincente lotta politica per l’affermazione dei diritti umani e per la difesa delle minoranze ovunque nel mondo. E scusate se è poco (lo si metta a confronto con i risultati di forze politiche ben più consistenti di quella radicale).

          Ha fallito invece sia l’obiettivo di divenire il riformatore democratico della politica italiana sia l’obiettivo di dare consistenti e durevoli basi alla sua transnazionalità e alla sua transpartiticità. Non meravigli se, in una conferenza, anzi in una “lezione” io abbia insistito sugli aspetti positivi, trascurando invece le contraddizioni ed anche le inevitabili continuità e discontinuità che hanno contraddistinto anche la storia radicale come ogni altra e quella radicale più delle altre per essersi dovuta confrontare sempre con il “carisma” di un leader come Marco Pannella.

Questa sessione è stata dedicata ai temi del liberalismo e del libertarismo. Il tema del mio intervento è invece “Il caso radicale”. Ne parlerò non da storico, non da politologo ma da militante politico e da protagonista, da testimone della storia e delle lotte radicali. Il radicalismo non è una ideologia ma è senza alcun dubbio una componente del pensiero liberale, una componente libertaria del liberalismo.

Nella storia dell’unità d’Italia e del pre-fascismo le maggioranze liberali sono sempre state accompagnate e integrate, a volte avversate, da una componente radicale nella quale non è azzardato rinvenire i precedenti storici  dell’attuale movimento radicale: da Garibaldi a Cavallotti, da Ernesto Nathan – primo sindaco di Roma alla testa di una coalizione di cui fecero parte per la prima volta i socialisti – a Zanardelli, che dette il suo nome a un Codice penale garantista, fino a Nitti e Giovanni Amendola. Durante la ventennale resistenza al fascismo e successivamente durante la lotta di liberazione predecessori diretti del radicalismo si possono legittimamente rintracciare nel movimento “Giustizia e libertà”, nella “Rivoluzione liberale” di Gobetti, nel “Socialismo liberale” di Carlo Rosselli, nel movimento liberalsocialista di Guido Calogero e di Aldo Capitini, articolazioni di un movimento antifascista che poi ebbe nella lotta armata la sua espressione nelle Brigate “Giustizia e libertà”, la più consistente componente partigiana dopo le Brigate comuniste Garibaldi; e nell’immediato dopoguerra nella sinistra liberale prima con Risorgimento Liberale e poi con il settimanale “Il Mondo” diretti da Mario Pannunzio, nelle componenti liberaldemocratiche e liberalsocialiste del Partito d’Azione e anche, per i suoi obiettivi politici, nel Movimento Federalista Europeo di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi. Fu tuttavia una scissione dal PLI della Sinistra liberale che faceva capo al “Mondo” a fornire l’occasione, nel 1955, della fondazione di un Partito che decise di chiamarsi esplicitamente radicale.

Perché radicale e non liberale? Vi fu un ampio dibattito allora fra i fondatori del P.R.: la motivazione che prevalse fu che, nell’Europa continentale, man mano che ci si era allontanati dalle rivoluzioni liberali dei secoli XVIII e XIX, la definizione liberale aveva finito per essere sinonimo di moderato e di conservatore, a volte di reazionario: radicale è invece un modo di concepire il liberalismo più vicino al significato  che, nelle società anglosassoni, ancora conserva la parola “liberal” che indica una politica non solo di conservazione ma tuttora di propulsione e di espansione della libertà nella società e nello Stato. E’ lo stesso motivo che ha indotto i radicali della mia generazione a riappropriarsi delle parole liberale e liberista ma anche della parola libertario: liberalismo e, anche, liberismo ma in una accezione libertaria.

E’ una definizione che abbiamo dovuto contendere sempre agli anarchici rivoluzionari ed oggi dobbiamo contendere anche agli anarchici di destra, mi riferisco in particolare agli anarcocapitalisti. Ciò che distingue il nostro libertarismo è la concezione del diritto che ci contrappone agli uni (il diritto non è una truffa della borghesia per giustificare la propria dittatura o i propri privilegi di classe) e ai secondi (il diritto non è necessariamente un limite alla libertà, uno strumento  di oppressione dello Stato), al contrario, proprio perché fonte e legittimazione del potere esso è e deve essere, in una democrazia funzionante e in uno Stato di diritto, limite e controllo del potere e strumento di deperimento delle forme di oppressione del potere nei confronti dei cittadini. Alla base di questa concezione c’è la convinzione che la libertà non sia uno spazio residuale, ciò che viene lasciato nella disponibilità dei cittadini da una fitta rete di obblighi, proibizioni, divieti, punizioni, ma al contrario un principio ordinatore della società e della convivenza civile, capace di sollecitare e suscitare la responsabilità dell’individuo e di assicurare un efficace e non paternalistico (come accade inevitabilmente nello Stato etico) potere regolatore delle istituzioni e dello Stato. Dividerò il tema che mi è stato affidato in tre sottotitoli che, nell’impossibilità di una compiuta narrazione storica, possono consentire una sintesi per capire cosa è stato, cosa ha prodotto il Partito Radicale e quali rischi corre la politica italiana nel caso di una sua scomparsa:  l’eccezione radicale;  l’antagonista radicale;  l’alternativa radicale.

L’eccezione radicale

 

Il Partito Radicale si è sempre identificato con la politica e non con il potere, almeno nell’accezione che la conquista del potere ha nel nostro sistema, di invadente occupazione delle istituzioni da parte dei partiti a cui si accompagna una incapacità di governo sia delle strutture pubbliche sia dei problemi della società.

I radicali sono stati per propria scelta, salvo rare eccezioni, sempre fuori delle strutture di rappresentanza e di governo  regionali, comunali, provinciali, mai nei consigli di amministrazione di enti e società pubbliche. Hanno avuto proprie rappresentanze autonome in Parlamento dal 1976 al 1994 e, con la Rosa nel Pugno, nei due anni del secondo Governo Prodi.

Dal 1994 al 1996 ebbero cinque eletti in alcuni collegi uninominali del Nord in coalizione con Forza Italia. Nelle ultime elezioni hanno avuto nove parlamentari (sei deputati e tre senatori) eletti nelle liste del Partito Democratico. Per trenta anni hanno avuto una rappresentanza nel Parlamento Europeo. Queste presenze parlamentari, sempre strappate con molta difficoltà a una politica fortemente preclusiva, sono state ottenute in forza dei risultati delle proprie lotte politiche. In soli due casi, con Emma Bonino, è stato consentito ai radicali di avere esperienze dirette di governo: quando fu commissaria dell’Unione Europea alla pesca e ai diritti umani e quando fece parte dal 2006 al 2008 del governo Prodi come ministro agli affari europei e al commercio internazionale. Al di fuori di queste due esperienze, ci è stata anche da molti avversari  riconosciuta la capacità di aver saputo governare anche dall’opposizione. Per i radicali identificarsi con la politica significa innanzi tutto questo: che ideali, valori di riferimento, strategie politiche debbano  tradursi in obiettivi politici, riforme, leggi, diritto. I principi devono avere un seguito nelle azioni e nei comportamenti altrimenti diventano mere proclamazioni o peggio alibi della propria impotenza e incapacità, della propria rassegnazione, del proprio trasformismo.

I campi in cui anche dall’opposizione, e spesso dalla più intransigente delle opposizioni, i radicali hanno esercitato a volte con successo la loro azione di governo sono soprattutto tre : la lotta per i diritti civili, quella  federalista e transnazionale per la promozione della democrazia e dei  diritti umani, le iniziative per la riforma del sistema politico ed elettorale.

       (Per ragioni di spazio non mi è possibile pubblicare integralmente i paragrafi relativi ai contenuti dell’azione politica radicale nell’arco ormai di molti decenni.

       Mi limiterò qui a ricordare per quanto riguarda i diritti civili, che hanno rappresentato una costante della politica radicale. La grande vittoria del divorzio, conseguita in Parlamento nel 1970 dopo di cinque anni di lotta condotta dalla Lid (Lega Italiana  per l’istituzione del Divorzio) insieme al socialista Loris Fortuna  e confermata dal voto popolare nel referendum del 1974, nell’Italia clericale di allora fece crollare un muro e consentì nel giro di poco tempo l’approvazione di importanti riforme civili: dal nuovo diritto di famiglia all’abolizione del delitto d’onore, alla legalizzazione dell’aborto, dall’abolizione dei manicomi al riconoscimento dei diritti dei transessuali, dalla legge attuativa dei referendum popolari al riconoscimento del diritto alla obiezione di coscienza al servizio militare, dalla riforma dei codici e dei tribunali militari alla depenalizzazione del consumo di sostanze stupefacenti.

       Della politica transnazionale (questa parola è stata coniata nel partito radicale molto prima che divenisse di uso comune) ho rievocato la lotta ininterrotta per affermare il progetto spinelliano rivolto a fare dell’Unione Europea un vero soggetto politico federale, e per ottenerne l’apertura e il coinvolgimento verso la Turchia, Israele, altri Stati del mediterraneo al fine di rimuovere le principali cause strutturali di guerra nel conflitto mediorientale e per meglio contrastare i fondamentalismi (non solo quello islamico). Con la lotta della prima metà degli anni 80 contro la fame nel mondo, il Partito Radicale seppe prevedere con largo anticipo il nuovo confronto Nord/Sud che si sarebbe sostituito al confronto Est/Ovest con la caduta del muro di Berlino e i fenomeni della globalizzazione e delle migrazioni intercontinentali, che sfuggono ormai alle possibilità di governo delle sovranità nazionali e chiedono strumenti sovra- e trans-nazionali. Questa capacità di visione del futuro che ha caratterizzato l’azione radicale ha consentito, con la pressione e la lotta politica durata due decenni di “Non c’è pace senza giustizia” e di “Nessuno tocchi Caino”, all’Italia e all’Unione europea di conseguire proprio in questa direzione due importanti successi nel campo dei diritti umani : l’istituzione della Corte penale internazionale per i crimini contro l’umanità e la moratoria della pena di morte, recentemente approvata con netta maggioranza dalla Assemblea dell’ONU.

       Per quanto riguarda i tentativi di riforma istituzionale, per iniziativa dei parlamentari radicali e del deputato d.c. Bartolo Ciccardini a metà degli anni 80 nacque la  Lega per il sistema uninominale di cui fecero parte numerosi parlamentari democristiani e socialisti fra cui Mariotto Segni e che promosse i referendum per l’abolizione del sistema proporzionale, approvata nel referendum del 93 dalla grande maggioranza degli elettori, poi fortemente limitata e in gran parte riassorbita dai partiti. Per necessità di sintesi ricorderò solo i titoli di alcune delle iniziative di riforma tentate per via referendaria: l’abolizione del Concordato, l’abolizione del finanziamento pubblico dei partiti, l’abolizione della quota  proporzionale nei sistemi elettorali della Camera e del Senato che avrebbe attuato pienamente il sistema elettorale uninominale a un turno, l’abolizione del secondo turno nella elezione diretta dei sindaci, l’abolizione della norma che impediva la responsabilità civile dei magistrati, il passaggio nelle elezioni del CSM dal sistema proporzionale al sistema uninominale, la separazione delle carriere dei pubblici ministeri da quelle dei magistrati giudicanti).  Di questa politica riformatrice fanno parte integrante le lotte per la liberalizzazione dell’economia e per la trasformazione del welfare e quelle ambientaliste. NdA)

L’antagonista radicale

 

Ho parlato fin qui dei contenuti e delle iniziative riformatrici che hanno fatto del Partito Radicale un forza di alternativa alle principali forze politiche del paese, di destra e di sinistra. Questa alternativa tuttavia si riscontra innanzitutto nel modo di concepire la organizzazione politica e nei mezzi prescelti per la sua azione politica.

A differenza degli altri partiti italiani che hanno una impostazione ideologica e una organizzazione verticale, centralistica e disciplinare, il Partito Radicale ha una teoria della prassi laica e sperimentale e una organizzazione politica di tipo federale, aperta alla società civile, permeabile alle altre forze politiche: un partito di servizio fondato sulla libertà di associazione, su forme di democrazia diretta e sulle “doppie tessere”. Lo statuto del 1967, approvato al Congresso di Bologna quando eravamo poche centinaia di persone, più che un regolamento dei propri rapporti interni, fu concepito come una carta teorica alternativa sia al centralismo democratico del PCI sia al modello di partito fondato sulle correnti. Il consiglio federativo doveva essere, sull’esempio del partito laburista inglese, solo in parte espressione del congresso annuale convocato a data fissa perché in esso dovevano essere presenti con  poteri  non consultivi ma deliberativi i rappresentanti dei partiti regionali e dei movimenti federati. Anche se il Partito non riuscì mai a conseguire le dimensioni materiali che avrebbero potuto consentire la piena attuazione di quel progetto statutario, la sua organizzazione si è sempre ispirata a questi criteri. Negli anni ’70 al Partito Radicale facevano capo Lega degli obiettori di coscienza, Lega italiana per il divorzio, Lega per l’abolizione del Concordato, Movimento di Liberazione della Donna, CISA (Centro italiano per la sterilizzazione e l’aborto), FUORI, movimento nonviolento.

Così come di quella che Pannella chiama “Galassia radicale”, anche se in una sistema statutario meno definito e assai più elastico rispetto allo statuto del 1967, fanno parte oggi accanto al Partito Radicale nonviolento, il movimento Radicali Italiani, l’Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca, Nessuno tocchi Caino, Non c’è pace senza giustizia, l’associazione esperantista: un tipo di organizzazione che, oggi come ieri, in maniera elastica ed estremamente duttile si adatta agli sviluppi delle lotte politiche e si apre a chiunque abbia la capacità e la forza di proporre e promuovere nuovi obiettivi di riforma liberale e antiproibizionista.

Per spiegare cosa intendo per partito federale, aperto alla società civile e per partito di servizio che può essere occupato dagli altri, mi spiegherò con alcuni esempi.

Luca Coscioni era  un ricercatore, un professore universitario, uno sportivo, aveva fatto una lista civica a Orvieto, era simpatizzante radicale ma non era un militante. Colpito da un grave malattia degenerativa (la SLA), giunge al movimento Radicali Italiani, si candida al comitato nazionale e viene eletto sulla forza di una proposta antiproibizionista: rimuovere gli ostacoli alla ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali. In pochi mesi, con lo slogan “dal corpo dei malati al cuore della politica”, nasce l’Associazione Luca Coscioni per la ricerca scientifica, dove confluiscono malati che rivendicano il loro diritto alla speranza, alla vita, a una assistenza che garantisca loro autonomia e libertà di espressione e di comunicazione, e con loro ricercatori e scienziati, bioeticisti laici. Nel giro di pochi mesi, in carrozzella, con la madre e con la moglie Maria Antonietta, Luca è divenuto un leader radicale, il leader di una lotta liberale, democratica e non violenta. Lo stesso è accaduto qualche tempo dopo con Piergiorgio Welby. Molti anni prima il Partito Radicale, con la Lega Italiana per il Divorzio (LID), era stato occupato da migliaia di fuori legge del matrimonio, di vedove bianche, figli illegittimi, famiglie di fatto. Era il partito di Pannella e dei radicali ma era anche il partito di Loris Fortuna, di Antonio Baslini, dei tanti di altri partiti nei quali, ieri come oggi, questi temi, questi obiettivi, sono preclusi o impediti perché hanno poco a che fare con il potere o sono di ostacolo ai compromessi di potere.

L’altra caratteristica che ha connotato l’azione politica radicale è stata la scelta della nonviolenza, determinata dall’incontro con Aldo Capitini in Italia e con il pensiero e la storia politica di Gandhi. Alla base di questa scelta il rifiuto del principio secondo il quale il fine giustifica i mezzi e la convinzione che il cambiamento ottenuto con la violenza non possa che generare una società e uno Stato, un potere anch’essi violenti.

La nonviolenza non è però un mero rifiuto della violenza, un ritrarsi nei confronti della violenza, è un mezzo di lotta che richiede a chi lo adotta di mettere in gioco la propria persona e la propria vita. Il nonviolento si rivolge al potere non per imporre il proprio punto di vista ma per chiedere il rispetto della legge, dalla quale esso trae la propria legittimità, quando essa sia violata o non rispettata. Satyagraha (Ricerca della verità), rispetto della parola data, adempimento degli obblighi previsti dalla legge sono il contenuto delle richieste che vengono sostenute con i digiuni e gli scioperi della fame e che possono giungere alle forme estreme dello sciopero della sete o della sospensione delle cure. Fra gli esempi recenti citerò solo quello dello sciopero della fame e della sete di Marco Pannella per ottenere la cessazione di uno scandaloso inadempimento da parte del Parlamento durato oltre un anno nell’elezione di un giudice costituzionale.

Un’ arma della nonviolenza è anche quella della disubbidienza civile contro la legge ingiusta: il nonviolento non si nasconde nel violare la legge ma sfida il potere ad applicare nei suoi confronti le pene previste per quella violazione, anche affrontando il carcere e il processo. Molte delle vittorie dei diritti civili sono state ottenute grazie alla disubbidienza civile. Adele Faccio, Emma Bonino, io stesso abbiamo affrontato il carcere per aver violato la legge sull’aborto, Roberto Cicciomessere per obiezione di coscienza al servizio militare, Marco Pannella ed Angiolo Bandinelli per la depenalizzazione del consumo di sostanze stupefacenti. Ma la disubbidienza è stata praticata anche quando era pressoché certa la possibilità dell’insuccesso: lo stesso Pannella. Sergio Stanzani, Rita Bernardini, numerosi altri dirigenti e militanti radicali hanno affrontato il carcere, i processi e la perdita dell’elettorato passivo nelle elezioni regionali e locali per antiproibizionismo. Non è  certo casuale che in un recente consiglio generale transnazionale del Partito Radicale Nonviolento, nel delineare le possibili soluzioni federaliste e democratiche di una azione rivolta a creare le condizioni strutturali di una politica di pace, siano stati scelti come ideali punti di riferimento Gandhi e Martin Luther King, Kant e Popper.

L’alternativa radicale

        

         In tutta la loro esistenza i radicali si sono battuti per una alternativa a quello che hanno sempre definito un regime, cioè un sistema sostanzialmente non democratico, certamente illiberale, non laico quando non addirittura clericale, in cui le norme dalla Costituzione repubblicana e le istituzioni dello Stato sono costantemente piegate agli interessi dei partiti.

Questa situazione ha prodotto una cronica illegalità che si è diffusa in ogni parte del paese e ad ogni livello della vita pubblica (e che non risparmia la magistratura da cui dovrebbe dipendere il controllo della legalità), un enorme debito pubblico che schiaccia l’economia, una costante incapacità di governare i problemi e di realizzare le riforme.

.        Per due volte, a metà degli anni settanta dopo il referendum del divorzio, e a metà degli anni 90, dopo tangentopoli, i radicali sono stati ad un passo dal determinare un profondo cambiamento democratico e liberale dell’ordinamento politico. In entrambi i casi, e con modalità assai diverse, la partitocrazia e la Corte Costituzionale, che ne è in gran parte espressione, sono riusciti ad impedire che quei cambiamenti, che riscontravano non solo nei sondaggi ma nel voto dei referendum il consenso della maggioranza del paese, giungessero a compimento.

Non meraviglia che nei momenti di loro maggiore crisi i partiti di potere (ieri la DC e il PCI, oggi la coalizione berlusconiana e il partito democratico) abbiano sempre preferito precludere la strada alla opposizione democratica e nonviolenta radicale per favorire il successo di falsi antagonisti (dalla Lega a Di Pietro), portatori di politiche populiste speculari a quelle che pretendono di combattere.

I radicali si trovano perciò in una situazione per più versi paradossale. Nati con l’intenzione dichiarata di potersi dissolvere presto in una diversa e più vasta organizzazione politica democratica, liberale, laica e socialista, sono ormai il più antico partito italiano in una situazione in cui tutti gli altri partiti, quando non sono scomparsi, sono stati costretti a cambiare veste e nome perché quelli precedenti non sono più utilizzabili o addirittura pronunciabili. E pur essendo ancora oggi espressione della cultura e degli orientamenti prevalenti della società italiana, come tutti i sondaggi ogni volta rivelano e confermano (sull’aborto come sull’eutanasia, sul testamento biologico come sui nuovi diritti civili ma anche sulla riforma dello Stato e sul sistema uninominale), si trovano a dover fare i conti con il sistematico tentativo di espulsione e di cancellazione dalla vita politica.

Pagano il prezzo di non essere mai stati coinvolti negli scandali di regime. Pagano il prezzo di aver determinato fondamentali riforme laiche che hanno sconfitto per almeno un trentennio il clericalismo italiano e le classi dirigenti che anche da sinistra lo avevano accettato e subito. Pagano il prezzo di rappresentare e quasi incarnare una idea e un modo diversi di concepire la politica.

E tuttavia, nonostante appaia assolutamente impari, sono costretti a raccogliere la sfida di dover assicurare, di fronte alla crisi che il mondo intero attraversa e che rischia di travolgere il nostro paese, oggi più che mai, anche in termini di governo, l’unica alternativa possibile di legalità e di giustizia, di riforma istituzionale e politica, economica e sociale, di libertà e di reale democrazia.

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