La rosa e le spine

Queste note e noterelle di Gianfranco Spadaccia sono anche la biografia di un radicale “atipico”, perchè nel comunicare i suoi pensieri non usa il gesto ma soprattutto il ragionamento piano, privo di rampogne, volto a convincere il suo “avversario”. Questo non significa che negli scritti non si ritrovi una polemica tagliente e a volte un’indignazione sentita, uno stile “radicale” ma c’è, soprattutto, un argomentare pacato. La difficoltà nel presentare questi scritti non sta, quindi, nella difficoltà di leggerli e di interpretarli come capita spesso, ma solo nello scegliere alcuni temi, tra i tanti che sono affrontati con articoli, saggi o brevi corsivi. Eppure c’è un filo che lega il tutto: l’europeismo, il riformismo, il laicismo, il garantismo.

Sull’Europa, Spadaccia continua ad ispirarsi al Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni. E osserva che, chi fa riferimento a quel documento, “non può confondere le proprie critiche con quelle degli avversari dell’Unione Europea o con quelle degli euroscettici”. Questo richiamo è quanto mai puntuale se pensiamo ai comportamenti del governo Berlusconi, il quale tese a contrapporre l’atlantismo all’europeismo, il rapporto privilegiato con gli Usa alla integrazione europea. Spadaccia, come tutti i radicali, guarda con grande interesse al modello della democrazia Usa, come “forza propulsiva e di creazione della democrazia in tutto il mondo”, ma non crede né nella sua esportazione armata né “negli Stati Uniti d’Europa e d’America”, come ha proposto Marco Pannella con la nota vocazione a provocare e a stimolare polemiche.

In un saggio del luglio 2004, Spadaccia ricostruisce l’itinerario politico di Spinelli e fra tante cose ricorda che dopo il suo impegno come Commissario europeo, designato nel 1970 dal governo di

centro-sinistra, accettò nel 1979 la candidatura, come indipendente, nelle liste del Pci per la elezione al Parlamento europeo. Proprio il partito da cui era uscito a Ventotene. Spadaccia ricorda le polemiche su questa scelta che alcuni considerarono come “una legittimazione democratica ed europeista del Pci di Berlinguer”. Questa nota mi offre l’occasione di ricordare ad alcuni smemorati, non certo a Spadaccia, che Spinelli nell’accettare la candidatura nelle liste del suo vecchio partito, fra l’altro scrisse: “Il Pci ha saputo superare il suo passato, sceverando il vivo della propria azione reale dal morto della sua ideologia e scoprendo, non da un giorno all’altro ma con un complesso, faticoso e lungo riesame dei suoi impegni ideologici e della sua azione, da una parte che la sua battaglia politica non può essere che nella e per la democrazia, dall’altra che questa non può svilupparsi che nel quadro e nella prospettiva dell’unità democratica dell’Europa occidentale”. Pagine belle quelle scritte da Spadaccia sull’Europa, e anche attuali e condivisibili.

L’indiscutibile amicizia che lega un radicale come Spadaccia agli Usa gli consente di muovere critiche severe agli “esportatori immaginari di democrazia”, anche perchè nel corso di questa impresa si sono verificati episodi che hanno coinvolto gli Usa in atti di tortura minacciando la credibilità della democrazia americana. “Infatti – scrive l’autore – è stata l’amministrazione americana a deportare i prigionieri presi in Afghanistan nella prigione di Guantanamo, base militare Usa in territorio cubano, lontana dalle corti di giustizia e dalla fastidiosa interferenza dei mezzi d’informazione”. E sono lontani gli anni in cui “l’America era amata per il suo garantismo e la giustizia lontana della realpolitik”. Tuttavia l’esponente radicale mette anche in evidenza come la tortura sia “congenita ed essenziale ad Al Qaeda … mentre le torture di Baghdad non sono la regola ma l’eccezione, la deviazione…”. Insomma, la reazione legittima all’attacco del fondamentalismo islamico ha preso una direzione – l’unilatelarismo, l’esportazione della democrazia con la guerra, Guantamano, ecc. – inaccettabile. La nota su “I terroristi di Falluja” è da questo punto di vista esemplare.

Il tema della laicità incrocia quello del referendum, la milizia radicale, i rapporti con Pannella, con i dissensi e i consensi che

attraversano l’opera di Marco. E anche la nascita della Rosa nel Pugno. In queste note si possono leggere con gusto le polemiche con il clericalismo di Buttiglione e il trasformismo dei Pera e dei Quagliariello. Ma vanno ricordate anche quelle con Giuliano Ferrara e la presa di distanza dal direttore del Foglio sui temi “eticamente sensibili” di Pigi Battista e Massimo Teodori. Insomma, nelle note “laiche” c’è tutta la qualità della milizia radicale di Spadaccia. E non è un caso che egli stesso si qualifichi come liberalsocialista.

A questo proposito vorrei soffermarmi sull’impegno di Spadaccia nel sostenere “l’accordo tra socialisti e radicali che farebbe bene all’Ulivo e alla politica italiana” (nota dell’agosto 2005). L’autore dice che “l’allargamento del confronto tra i socialisti ai radicali di Pannella e Bonino potrebbe forse (il corsivo è di Spadaccia) aprire una prospettiva nuova a questo dibattito verso un orizzonte decisamente per tutti più proficuo e ambizioso”. E scrive: “Chi è stato per tutta la vita radicale, si è sempre considerato liberalsocialista e ha condiviso, anche negli ultimi anni di dissenso politico generale molte delle battaglie condotte dalla pattuglia pannelliana, non può che augurarselo”. L’augurio si è concretizzato nella formazione della Rosa nel Pugno e nelle lista alle elezioni politiche, cui hanno aderito i parlamentari Ds Salvatore Buglio e Lanfranco Turci, e intellettuali della sinistra storica come Luciano Cafagna e Biagio De Giovanni (collocati, questi ultimi, in posti per fare testimonianza e non per essere eletti).

Nel suo scritto Spadaccia ripercorre la storia dei rapporti tra socialisti e radicali, ricordando anche episodi significativi ai fini del ragionamento che vuole fare. A un certo punto (p. 59) l’autore scrive: “I processi unitari non possono essere improvvisati e inventati, per essere seri devono maturare con gradualità e con giusto grado di flessibilità. Sarebbe sbagliato e impossibile accelerare troppo”.

È questa la ragione per cui mentre scrivo queste righe è esplosa una dura polemica tra socialisti e radicali sul ruolo della Rosa nel Pugno, sulle cause del magro risultato elettorale e sulle sue prospettive? Forse. Certo è che, a mio avviso, nella società sono maturate esigenze, sollecitate da processi di modernizzazione, a cui nelle democrazie europee – penso in particolare ai partiti socialisti – si danno risposte adeguate, in Italia no. In questo paese, anzi, è stata votata una legge,

con il concorso della Margherita, sulla procreazione medicalmente assistita, che è una vergogna. E il referendum chiesto dalla sinistra ha avuto l’esito che sappiamo.

Una forza che sappia coniugare la tradizione socialista e quella radicale, in una sintesi politica e culturale alta in grado di stimolare tutto il centro-sinistra a fare i conti con i problemi “eticamente sensibili” in un contesto più ampio di riforme sociali e istituzionali, corrisponde a esigenze reali. Infatti l’aspettativa sull’iniziativa che diede vita alla Rosa nel Pugno fu notevole.

Perchè dunque l’insuccesso e, oggi, la crisi di quel tentativo? Non è certo questa la sede per affrontare compiutamente il tema. Ma esso va affrontato senza referenzialità: né per i leader socialisti né per quelli radicali. Il tema, infatti, incrocia anche il dibattito aperto sul Partito democratico. E il fatto che non ci sia una forza liberalsocialista viva e attiva che vi partecipi con una sua identità e una sua prospettiva è un grave danno.

Comunque questo libro ha il merito di tenere accesa una fiammella

Emanuele Macaluso

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