Esportatori immaginari di democrazia

Erano davvero inimmaginabili e imprevedibili dall’amministrazione americana e dalle alte gerarchie militari le torture che sono state praticate in Iraq? Spiace dirlo ma è davvero difficile poterlo credere. Era stata infatti la stessa amministrazione americana a deportare i prigionieri presi in Afghanistan nella prigione di Guantanamo, base militare USA in territorio cubano, lontana dalle corti di giustizia e dalla fastidiosa interferenza dei mezzi di informazione eppure, con quelle gabbie e la visione dei prigionieri esibita attraverso le sbarre, fornita di una impressionante e ammonitrice forza di diffusione mediatica. Nessuno davvero era in grado di immaginare che Guantanamo sarebbe divenuto nell’immaginario collettivo insieme un messaggio e un modello? Un messaggio per i terroristi (Non pensate di essere trattati con i guanti, questo è quel che vi aspetta) ma anche purtroppo un modello per gli operatori della sicurezza, per i membri dei servizi, per le guardie delle polizie private cui vengono affidati i lavori sporchi, per i gestori delle prigioni.

Sono lontani i tempi in cui l’ America che abbiamo amato e accolto come liberatrice si presentava con l’immagine severa, bonaria e giusta di Spencer Tracy che interpretava nel film dedicato al Processo di Norimberga la parte di un giudice della provincia americana non democratico, non liberal, anzi avversario di Roosevelt e di Truman, repubblicano, moderato, finanche conservatore cui era toccato in sorte di presiedere quella Corte. Alla fine quel giudice si sottraeva alla pressione della realpolitik, cui soggiaceva anche un pubblico ministero assai più radicale di lui (Richard Widmark) e infliggeva pene severe ai complici anche indiretti di crimini tanto infami. Recentemente invece il Trattato per l’instaurazione di un tribunale permanente per i crimini contro l’umanità, che riprendeva l’idea di Norimberga e la sottraeva al pericolo di essere una giustizia ad uso dei vincitori, è stato firmato da un gran numero di Stati e certo dalla stragrande maggioranza dei paesi democratici ma non dal governo degli Stati Uniti. Si tratta di un tribunale che non ha competenze esclusive, ma solo complementari. Eppure il Governo di Washington non l’ha firmato e ratificato e si rifiuta di riconoscerne l’autorità. Le giustificazioni addotte avevano in alcuni casi qualche fondamento ma il rifiuto di discuterne insieme ai rappresentanti degli altri governi e di ricercare delle soluzioni accettabili autorizza il sospetto che una parte della classe dirigente nord americana si consideri a volte davvero investita di una funzione imperiale affrancata dal diritto. Una convinzione che probabilmente non è maturata solo nelle menti dei no global e degli avversari degli USA ma anche in quelle dei militari responsabili delle torture.

Il modello Guantanamo e la distrazione dei democratici

In questa terribile contabilità dell’orrore, si è detto giustamente che non sono legittime confusioni: il terrore, esattamente come lo erano i lager e il genocidio per i nazisti e i gulag per il comunismo, è caratteristica congenita ed essenziale di Al Quaeda e del nemico che ci minaccia e che dobbiamo affrontare e sconfiggere mentre le torture di Baghdad non sono la regola ma l’eccezione, la deviazione che una volta scoperta viene interrotta, rimossa, perseguita e punita. Lì l’orrore è fisiologia del terrorismo, qui è patologia da estirpare e colpire (almeno speriamo). Si è insistito molto su questa caratteristica delle democrazie, che hanno in sé gli anticorpi (i principi del diritto, la libertà d’informazione, le corti giudiziarie) per correggere e respingere da sé questi errori e queste deviazioni. Giustissimo ma, perché questo si verifichi, le democrazie hanno bisogno di democratici cioè di cittadini che, credendo nei valori del loro sistema politico, assumano su di sé il rischio di rifiutare la complicità e il silenzio, di rompere l’inerzia, di denunciare ciò che accade consentendo così ai famosi anticorpi di entrare in funzione. Forse se questo fosse avvenuto prima, se non si fosse assistito con superficiale distrazione all’affermarsi del modello Guantanamo, se non si fossero lasciati soli i pochi che lo denunciavano e da subito ne avevano avvertito la pericolosità, le abiezioni di Baghdad sarebbero state risparmiate a noi tutti ma soprattutto ai torturati e, anche, ai torturatori.

Il partito degli sfasciacarrozze

La democrazia è un sistema politico, un insieme di regole e di procedure, di garanzie e di diritti. E’ contro questo sistema di regole e di procedure, di garanzie e di diritti che il terrorismo ha scatenato la sua guerra. Essa è rivolta contro i nostri paesi ma è innanzitutto rivolta contro quelle parti delle classi dirigenti e delle opinioni pubbliche dei paesi mussulmani che sono tentate dalla democrazia e dal sistema di libertà e di benessere che essa ha prodotto quando ha potuto dispiegare le proprie potenzialità. Ma se si dimentica tutto questo, se la Democrazia con la D maiuscola diventa il Bene che si deve battere contro il Male, se diventa la civiltà buona (superiore) con i suoi costumi, il suo capitalismo, il suo sistema di vita, la sua (le sue) religioni contro altre civiltà reputate inferiori o diverse o incompatibili, allora ci si mette su una strada inclinata in cui noi stessi, prima ancora dei nostri nemici, rischiamo di mettere in crisi i nostri valori. Non ne ha colpa il prof. Huntington che ci ha fornito solo alcune lenti, alcune chiavi di lettura per capire dove andava il mondo dopo la caduta del muro di Berlino. Le sue tesi si possono discutere, alcune sue contraddizioni sono evidenti ( e l’India con i suoi cinquanta anni di democrazia?

E l’Indonesia? e la Turchia? e il Sud Africa? e i tentativi ricorrenti di democrazia in altri paesi africani e asiatici?). Ma tutto sommato gli si dovrebbe esser grati per aver tentato di avvertirci per tempo dei rischi che correvamo. E’ stata invece perniciosa l’ideologia dei neocon con la loro pretesa di “esportare la democrazia” con la forza delle armi: per la influenza che ha avuto nell’amministrazione americana dopo l’11 settembre, per aver indirizzato tutti gli sforzi della guerra al terrorismo nell’occupazione dell’Iraq ma soprattutto per aver messo in moto un processo che ha determinato la crisi di un sistema di rapporti e di alleanze senza assicurare alcuna alternativa. Sulla scia di questi battistrada un partito transnazionale e trasversale degli sfasciacarrozze si è scatenato con grande furia demolitrice. L’ONU? Un baraccone inutile e impotente. Al più utile per dare una copertura di legittimità a decisioni già prese altrove. L’Europa? Un cavaliere inesistente, la patria del nulla. Al più si doveva parlare di “nuova Europa” e “vecchia Europa”. Evviva l’unilateralismo americano capace di rompere gli indugi e di sottrarsi alle lungaggini e alle difficoltà della politica e della diplomazia ed evviva la guerra esportatrice di democrazia. Partito trasversale perché da posizioni apparentemente opposte si arrivava allo stesso risultato. Abbasso l’imperialismo americano, evviva la pace senza se e senza ma. Ma quale ONU, ma quale Europa, ritiriamoci e basta.

Oggi i pericoli che si sono determinati sono sotto gli occhi di tutti. Non solo oggi la guerra è più che mai in atto in Iraq, ma da una eventuale sconfitta terrorismo e fondamentalismo islamici rischiano di uscire enormemente rafforzati. Ci si sarebbe attesi una qualche riflessione critica sugli errori commessi, un qualche accenno di umiltà. Invece nulla. Abbiamo letto perfino l’invocazione di una Jihad giudaico cristiana. In contrasto con queste farneticazioni si comincia invece a prendere in considerazione perfino l’idea di accettare una teocrazia di tipo iraniano e si parla di sempre più spesso di via d’uscita, di disimpegno e di ritiro. Di ritiro, solo di ritiro parlano i pacifisti. E il Popolo iracheno? E i pericoli di guerra civile? E la possibilità che la crisi irachena provochi la crisi anche del precario equilibrio afghano? Chi se ne frega.

Scalfari e i cocci dell’Iraq

“Tutti a Baghdad”. Non è il momento di ritirare quelli che già ci sono. Al contrario devono arrivare in Iraq gli altri, tutti gli altri che si sono rifiutati di andarci: l’ONU, che pure ha pagato il suo tributo di sangue, la Francia, la Germania, la Russia, stati musulmani. Bello, bellissimo. Ma come? Ci sono state delle rotture che non è facile riparare e superare. Scalfari ha fornito una ricetta che è anche un invito. Chi rompe paga e i cocci sono i suoi. Purtroppo i cocci sono di tutti, tutti pagheremo

e a pagare più di tutti sarà il popolo iracheno.

Si era partiti con l’intenzione di creare, abbattuto Saddam, un’isola di democrazia capace di riflettersi e diffondersi nell’intero medio oriente. Vediamo invece risorgere più forte che mai il realismo politico, indifferente ai valori e ai diritti e perciò alla ricerca di una soluzione qualunque che garantisca almeno qualche forma di stabilità. E se neppure questo sarà possibile avanza lo spettro di una guerra civile che fornirà ai terroristi una base mille volte più importante di quella di cui potevano disporre prima della guerra.

(Quaderni Radicali n.85, maggio-giugno 2004)

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