Chi, nonostante la lontananza del tempo, continua ad ispirarsi al Manifesto di Ventotene, non può confondere le proprie critiche con quelle degli avversari dell’Unione Europea e con quelle degli euroscettici. Le nostre critiche sono possibili perché, anche se in modo insoddisfacente, il processo di integrazione si è realizzato e non ha smesso di andare avanti, perché la moneta unica ha consolidato il processo di unificazione economica e commerciale e costretto gli Stati membri a un certo grado di interdipendenza, perché l’allargamento ai paesi dell’est sancisce la riunificazione politica di gran parte del continente. Siamo insoddisfatti di questa Europa perché chiediamo più Europa non meno Europa o niente Europa.

Il manifesto di Altiero Spinelli fu scritto con la convinta e appassionata partecipazione di Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni nel confino fascista di Ventotene quando continuava ad infuriare la guerra ed era ancora lontana la vittoria delle forze armate alleate. Esso si ispirò alla lettura del Federalist e ad un vecchio articolo di Luigi Einaudi , rimasto nella memoria di Ernesto Rossi, che agli albori degli anni 30 aveva prospettato l’idea della formazione di una federazione degli stati europei. L’ardimento illuministico della proposta ne fece negli anni successivi il documento costitutivo del federalismo europeo a cui si ispirarono all’inizio degli anni cinquanta gli statisti (De Gasperi, Adenauer, Schumann, Spaak) e i governi democratici che più si impegnarono per la costruzione di istituzioni europee sopranazionali.

A confrontare le linee ispiratrici di quel documento con la realtà attuale dell’Europa, dopo l’allargamento ai paesi dell’Est e la recente approvazione di una Carta che solo nel preambolo richiama qualcuna di quelle idee e per il resto disegna un avvenire incerto e istituzioni macchinose e paralizzanti, è fin troppo facile giungere alla conclusione desolante che il processo di integrazione, se è mai esistito, è ormai giunto al suo definitivo fallimento: l’Unione degli Stati europei non esiste, l’Europa è un vecchio gigante economico malato di conservatorismo e incapace di innovazione, una espressione geografica – come si diceva all’inizio dell’ottocento dell’Italia – incapace di divenire una realtà politica e di far pesare la propria forza nelle crisi e nell’evoluzione di rapporti internazionali. Ma è davvero così? E’ davvero solo così?

Altrettanto e assai più desolante apparve quel confronto ad Ernesto Rossi e ad Altiero Spinelli quando, un giorno del 1953, appresero che il Parlamento francese

aveva bocciato il trattato per la Comunità Europea di Difesa (CED) stipulato dai governi di sei paesi (Francia, Repubblica Federale Tedesca, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo). Per alcuni anni avevano investito tutte le loro speranze su quell’ambizioso progetto di dare subito alla Comunità una connotazione federale e politica intorno alla messa in comune delle forze armate e della difesa dalle minacce che venivano dai Paesi del blocco sovietico. Se la CED fosse stata approvata, il Patto Atlantico sarebbe stato imperniato sull’alleanza fra due soggetti forti, gli Stati Uniti d’America e la nascente Comunità degli Stati europei . Caduta la CED, rimaneva la NATO a cui gli Stati d’Europa avrebbero aderito in ordine sparso, in tutto dipendenti per la loro difesa dagli USA. Per i due leaders del Movimento federalista europeo il colpo fu tremendo: era il fallimento dei loro sogni, dei loro impegni, del loro obiettivo, a favore del quale avevano tentato di organizzare un forte movimento d’opinione, esercitando una azione di raccordo e una intelligente e paziente pressione di lobbying sulle cancellerie. Per anni l’anticlericale Ernesto Rossi aveva salito le scale del Quirinale e del Viminale per accedere agli studi di Luigi Einaudi e di Alcide De Gasperi. Ora giunse alla conclusione che non c’era nulla da fare. Occorreva rassegnarsi ad un ritorno alle tradizionali politiche degli Stati nazionali. La federazione, che al confino di Ventotene avevano immaginato e ideato, non poteva certo nascere da modesti e marginali accordi economici sopranazionali, quale era la Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA). Da quel momento lasciò ogni impegno federalista per dedicarsi all’attività pubblicistica e politica dalle colonne del Mondo di Pannunzio e poi nel Partito Radicale. Ancora qualche tempo dopo, al momento dell’entrata in vigore dei Trattati di Roma, affermava che il Mercato Comune (MEC) era poco più che un’area di libero scambio e che le prime istituzioni sopranazionali (Commissione esecutiva, Consiglio dei ministri degli Stati membri, Parlamento europeo eletto dai parlamenti nazionali) non avevano e non potevano avere nulla di federale.

Non meno grave fu la delusione di Altiero Spinelli, che tuttavia non si rassegnò, non sciolse il movimento federalista (MFE): se la strada diplomatica al federalismo era fallita, pensò che bisognasse tentarne un’altra. Ispirandosi all’esempio e all’insegnamento di Mazzini, tentò di contrapporre un’Europa dei popoli all’Europa dei governi. Il MFE sarebbe dovuto divenire, nelle sue intenzioni, qualcosa di simile a ciò che era stata per Giuseppe Mazzini la Giovane Italia, senza tuttavia il ricorso ai metodi carbonari e cospirativi. Il tentativo non ebbe alcun successo. Negli altri paesi il federalismo era assai più tiepido di quanto fosse in Italia e il MFE rimaneva legato ai partiti e ai governi che in qualche maniera continuavano a lavorare alla creazione e al consolidamento di istituzioni sopranazionali e ad un processo sia pur graduale di integrazione europea. Inoltre l’idea di integrazione e di

unità europea era assai più diffusa e condivisa fra le classi dirigenti che nelle opinioni pubbliche. Negli anni ’60 Spinelli prese atto delle difficoltà e modificò profondamente, senza rinunciare alle sue idee, le proprie scelte esistenziali riuscendo a trovare i finanziamenti per fondare l’IAI (Istituto Affari Internazionali) che conquistò presto un notevole prestigio e lasciando la direzione del movimento a sua moglie Ursula Hirshmann con cui ha sempre condiviso ogni idea ed impegno. Più tardi negli anni ’70 rientrò nella politica, prima accettando la designazione a commissario europeo da parte di un governo di centro-sinistra, più tardi accettando di candidarsi come indipendente di sinistra nelle liste del PCI. Quest’ultima scelta sorprese e scontentò molti, in particolare Ugo La Malfa e i repubblicani, ma anche socialisti e radicali. Ma come? Proprio lui che durante il confino era uscito dal PCI, subendone la scomunica e l’isolamento, proprio lui che contro il falso internazionalismo del Cominform aveva immaginato e ideato, con il federalismo europeo, una forma di internazionalismo democratico, accettava ora di fornire una sorta di legittimità democratica ed europeista al PCI di Berlinguer? Per chi conosceva Altiero la domanda era priva di senso. La sua priorità era riprendere, a partire dai trattati e dalle istituzioni europee esistenti, la strada verso la Federazione e, di fronte ad essa, le altre considerazioni passavano in secondo piano. Fece con il PCI quello che nell’immediato dopoguerra aveva fatto – lui laico e azionista – con i governi e i partiti democristiani, proponendosi di farne, nonostante le ambiguità filosovietiche ancora esistenti, una forza favorevole alla ripresa del processo di costruzione di una Federazione europea. Fu una scelta di opportunità che si rivelò tutt’altro che sbagliata. Da una parte Berlinguer voleva dare consistenza anche programmatica all’eurocomunismo che da tempo andava teorizzando per marcare in maniera più netta l’autonomia del PCI dai partiti comunisti del blocco sovietico. Dal canto suo Spinelli acquistava una tribuna autorevole e una possibilità di influenza sul governo proprio negli anni in cui il PCI entrava nella maggioranza di unità nazionale.

Furono gli anni dell’accordo per l’elezione diretta del Parlamento Europeo, dell’ingresso nella CEE di Spagna e Portogallo, recentemente tornati alla democrazia, dell’avvio del dibattito sulla moneta unica. Spinelli ritenne che l’elezione diretta del Parlamento europeo e la definizione di un trattato per la moneta unica potessero fornire l’occasione per una salto di qualità nel processo di integrazione europea e di costruzione di istituzioni comunitarie. Bisognava tentare di trasmettere al nuovo Parlamento la capacità e l’ambizione di trasformarsi in una sorta di Assemblea costituente. Bisognava convincere i governi che, se davvero volevano adottare la moneta unica, allora dovevano anche assicurare il governo comunitario dell’economia. Nel 1979, alla prima elezione diretta, si fece eleggere a Bruxelles nel P.E. Fondò il Cocodrile, un club federalista di cui chiamò a far parte parlamentari

che condividevano le stesse idee. Riuscì a farsi designare relatore della commissione per gli affari istituzionali a cui spettava il compito di presentare al Parlamento proposte di riforma delle istituzioni comunitarie che il Parlamento avrebbe poi dovuto sottoporre al Consiglio Europeo dei capi di Stato e di governo al momento della approvazione del trattato sulle condizioni e i tempi della instaurazione della moneta unica. Furono anni di attività febbrile. Lui, eletto nelle liste del PCI, salì di nuovo – insieme a Pannella – le scale della presidenza del consiglio dove sedeva il socialista Craxi e quelle della Farnesina per parlare con il ministro degli esteri Andreotti. Craxi non era un fervente europeista ma comprese forse l’importanza del disegno e certamente capì che gli si offriva l’occasione di assegnare all’Italia un ruolo di punta nel negoziato per il Trattato di Maastricht. Il governo italiano si spese a favore della moneta unica, ma anche di un aumento delle competenze e dei poteri della Commissione esecutiva, dell’attribuzione al Parlamento Europeo della pienezza dei poteri di indirizzo e di controllo e di una maggiore compartecipazione ai poteri legislativi del Consiglio Europeo, dell’introduzione del voto a maggioranza nelle deliberazioni dei capi di Stato e di governo.

Altiero Spinelli aveva in mente, attraverso riforme graduali ma significative la trasformazione delle istituzioni in organismi federali in cui ai poteri esecutivi e di governo della Commissione, avrebbero fatto riscontro i poteri legislativi di indirizzo e di controllo da una parte del P.E., alla stregua di una camera bassa, e dall’altra del Consiglio Europeo dei capi di Stato e di governo a cui in questo disegno sarebbe spettato assolvere le funzioni di una specie di senato federale. Sappiamo come andò. Il trattato di Maastricht rinviò in pratica al nuovo millennio l’entrata in vigore della moneta unica, ma per il resto il governo della signora Thatcher riuscì a impedire qualsiasi significativa modificazione istituzionale. La sovranità rimase saldamente nelle mani del Consiglio Europeo e quindi nelle mani degli stati nazionali che con il regime dell’unanimità conservavano il diritto di veto su qualsiasi deliberazione. E il Governo di Londra al momento dell’accordo dilazionò di altri sei mesi l’entrata in vigore del trattato riservandosi di far valere il diritto di veto. Analoga riserva fu fatta valere dal governo Craxi ma per motivazioni opposte e cioè per la mancata individuazione di poteri sovranazionali che accompagnassero e governassero l’unificazione monetaria. L’unica novità positiva fu il passaggio del progetto di moneta unica e, per aggirare il veto della signora Thatcher, la sperimentazione per la prima volta di un‘Europa a due velocità: alcuni Stati potevano non aderire alla moneta unica, pur continuando a far parte dell’Unione Europea.

Qualche tempo dopo Altiero Spinelli morì con l’angoscia di non aver visto realizzato il suo progetto e senza la sicurezza che dopo di lui ci fossero altri disposti a riprenderlo con altrettanta tenacia e lungimiranza.

Maastricht fu dunque almeno in parte un’occasione mancata. L’Unione Europea aveva rinunciato a dotarsi degli strumenti che le avrebbero consentito di diventare un soggetto politico capace di far fronte ai compiti e alle responsabilità che le imponeva una situazione internazionale profondamente mutata. Nei vent’anni successivi i paesi dell’Unione si sono presentati in ordine sparso di fronte alle nuove crisi e ai nuovi equilibri internazionali: dalla caduta del muro di Berlino con l’affacciarsi alla democrazia e all’economia di mercato dei paesi dell’ex blocco comunista alla crisi balcanica, dalla crisi del Golfo a quella mediorientale, dalla concorrenza di un’aggressivo capitalismo asiatico (con una Cina protagonista in un singolare liberismo senza libertà) al fallimento di tutti i grandi obiettivi delle Nazioni Unite (sviluppo, alfabetizzazione., lotta alla fame e alla denutrizione, estensione della democrazia e dei diritti umani, interventi per l’equilibrio ecologico del pianeta) fino all’esplosione del fondamentalismo e del terrorismo islamista e alla seconda guerra del golfo che l’ha profondamente divisa.

Dal punto di vista dei rapporti interni all’Unione e del funzionamento delle sue istituzioni, essi furono ulteriormente irrigiditi dal trattato successivo a quello di Maastricht. La ripresa del processo costituente fu così rimandata al momento più difficile: quello dell’allargamento dell’Unione ai paesi dell’Est. Era, questo, un debito morale, contratto prima ancora della caduta del muro di Berlino nei lunghi decenni della dominazione sovietica, un debito a cui era impensabile sottrarsi ma che rendeva assai più problematico il tentativo di dare maggiore solidità all’UE. Perché l’Europa a 25 avrebbe dovuto realizzare quello che non era riuscito all’Europa a 12? Come è già avvenuto fino ad oggi dobbiamo mettere nel conto che sulle grandi e costose scelte politiche l’Europa continuerà ad essere divisa e le divisioni continueranno a produrre una paralisi decisionale che le impedirà di diventare un soggetto politico capace di far pesare sulla scena internazionale tutto il peso della sua forza economica e della sua potenza politica.

Tutto questo è indiscutibile ma non può indurre a liquidare come negativo l’importante processo di integrazione che, sotto la minaccia sovietica, si è messo in moto nel dopoguerra e che da allora non si è mai arrestato. Chi, nonostante la lontananza nel tempo, continua ad ispirarsi al Manifesto di Ventotene non può confondere le proprie critiche con quelle degli avversari dell’Unione Europea o degli euroscettici. Queste critiche sono possibili proprio perché il processo di integrazione si è realizzato anche se in modi insoddisfacenti, e non ha smesso di andare avanti, proprio perché la moneta unica ha reso più stabile l’unificazione economica e tra loro più interdipendenti gli Stati membri, proprio perché l’allargamento ai paesi dell’est ha coronato la riunificazione politica di gran parte del continente. Continuo a pensare che abbiano avuto torto Ernesto Rossi a deporre le armi del federalismo dopo il

fallimento della CED e Altiero Spinelli che, pur senza deporre quelle armi, sottovalutò a lungo sia il Mercato Comune sia la nascita della CEE e che abbia avuto ragione Altiero quando invece, negli anni ’70, tornò ad investire le proprie convinzioni federaliste sul processo di integrazione europea. Credo che a questo ultimo Spinelli bisogna ancora ispirarsi. Siamo insoddisfatti di questa Europa perchè chiediamo più Europa non perché vogliamo meno Europa o niente Europa.

Ancora alcune considerazioni.

L’importanza del manifesto di Ventotene è consistita nel prendere atto del fallimento dell’irenica utopia wilsoniana della società delle nazioni e nel rifuggire da un impossibile e inattuale federalismo mondiale per puntare invece sull’obiettivo che poteva apparire assai più difficile di unire proprio quelle nazioni del continente europeo che per secoli si erano combattute in atroci guerre. Fuori dell’Europa si guarda a questo per noi insoddisfacente processo di integrazione come a un modello possibile da seguire. Il giorno in cui gli stati dell’America latina, gli stati democratici dell’Asia e dell’Africa mostreranno lo stesso coraggio che negli anni 50 dimostrarono alcuni paesi europei che si erano fino ad allora combattuti, forse sarà avvenuto qualcosa di davvero importante, forse decisivo nella governabilità del pianeta, dei suoi problemi, delle sue crisi. Il federalismo mondiale sarebbe più vicino e non più lontano. Come è noto io ho grande stima e fiducia politica in Marco Pannella. Spero dunque che la sua proposta di “Stati Uniti d’Europa e d’America” sia una positiva provocazione rivolta all’Europa ma anche agli Stati Uniti a diventare nuovamente forze di propulsione e di creazione della democrazia in tutto il mondo e non rappresenti invece una fuga dall’Europa, dalle difficoltà dell’Europa, dalla vischiosità dei suoi problemi. Spero perciò che questa proposta diventi una sfida rivolta alla prima e ai secondi perché rivolgano la loro attenzione e i loro sforzi all’organizzazione mondiale della e delle democrazie. Ma democrazia è l’India, democrazia è il Sud Africa, democrazie sono oggi quasi tutti i paesi dell’America latina per fermarci ad alcuni esempi incontrovertibili. Non nascerà mai una organizzazione mondiale della e delle democrazie se intanto non si sarà riusciti a coinvolgere questi stati democratici. E per coinvolgerli è necessario allontanare in loro il sospetto che questo ambizioso progetto nasconda disegni egemonici o peggio imperiali non importa se americani o europei o euroamericani, comunque occidentocentrici. E’ difficile cancellare dalla memoria dell’India i lunghi decenni in cui gli USA hanno ignorato la democratica India privilegiando per ragioni di politica di potenza i rapporti con i militari golpisti del Pakistan, dalla memoria del Sud Africa la lunga indifferenza per l’Apartheid, dalla memoria dell’America Latina il massacro che per tre decenni è stato fatto delle proprie democrazie in nome della lotta al comunismo e al castrismo. I popoli hanno memorie da elefanti.

La costituzione europea abusa di questa definizione. Qualcuno ha scritto giustamente che ricorda più un regolamento di condominio che una costituzione. E tuttavia intorno ad essa si svolgerà nei prossimi mesi una accanita battaglia per ottenerne la ratifica. Alcuni Stati non ratificheranno. Blair è costretto ad indire un referendum ed è probabile che lo perda. Lo stesso può accadere in qualche stato scandinavo e in Polonia. Aznar si augura che qualcosa del genere accada in Spagna e tenterà di prendersi una rivincita contro Zapatero proprio su questo terreno. Cosa succederà in quel caso? Si tornerà alle regole dei trattati precedenti che riconoscono a ciascuno stato il diritto di veto? Si vota in base a quelle regole e quindi, dal punto di vista formale, ogni mancata ratifica costituisce esercizio di un diritto di veto. Ma potrebbe accadere che gli Stati che avranno ratificato intendano andare avanti ugualmente. E’ più facile infatti che l’Europa proceda al suo consolidamento per impulso interno che per la sollecitazione di pericoli esterni. Non fu sufficiente la paura del pericolo sovietico per far varare la CED, bloccata dalla convergente opposizione di nazionalisti e comunisti. Qualche decennio dopo l’opposizione britannica alla moneta unica non è invece riuscita a bloccare la sua istituzione. E la moneta unica costituisce un eccellente esempio di quella “Europa a due velocità” o, se si preferisce, di “cooperazione rafforzata”, preconizzata da alcuni convinti europeisti a cominciare da Delors e osteggiata da tutti gli euroscettici.

Sarebbe altamente auspicabile un confronto di questa natura. Da esso potrebbe nascere per linee interne un salto di qualità nella costruzione dell’UE.

(Quaderni Radicali,n. 86 – luglio agosto 2004)

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