L’illusione di Darhrendorf

Dahrendorf era ottimista: vedrete, aveva detto in una intervista al Messaggero, Bush, forte della vittoria ottenuta, modificherà profondamente la propria politica nei confronti dell’Europa e dell’ONU anche circondandosi di uomini diversi da quelli che hanno ricoperto importanti incarichi di governo nel suo primo mandato. Un primo segnale di questo cambiamento era stato, secondo Dahrendorf, l’annunciato allontanamento di Ashcroft dal ministero della giustizia. Infatti: lo ha sostituito Gonzales, un ispano-americano che è stato l’ispiratore della scelta di Guantanamo e il teorizzatore della limitazione dei diritti civili nella conduzione della lotta al terrorismo. E non si sapeva ancora della sostituzione di Colin Powell con Condoleeza Rice.

La Capria e il “caso Buttiglione”

“Non si fa”, ha risposto Raffaele La Capria a Marco Pannella a proposito delle domande rivolte a Buttiglione dalla commissione del Parlamento Europeo. Non si fa perché si sapeva in anticipo quali risposte avrebbe dato il commissario designato dall’Italia a quelle domande e dunque si voleva trasformare l’esame in un processo alle opinioni. Io voglio molto bene a Raffaele La Capria. Lo considero un maestro forse proprio perché non si è mai atteggiato a maestro. Ma perché “non si fa”? Esistono le opinioni e la libertà di opinione. Ma esistono anche i processi politici attraverso i quali le opinioni si trasformano in scelte e un parlamento è o dovrebbe essere il luogo per eccellenza deputato a compiere quelle scelte. Nei singoli Stati, nell’Unione Europea, perfino all’ONU si sta discutendo di ricerca sulle cellule staminali e di regolamentazione delle coppie di fatto (anche omosessuali) e se ne sta discutendo per giungere a decisioni che pregiudicheranno in un senso o nell’altro il futuro della ricerca e la regolamentazione delle relazioni interpersonali. Le opinioni del commissario Buttiglione non erano dunque ininfluenti in vista di queste scelte. Siamo infatti al crocevia in cui le opinioni, tutte sacrosante e tutte libere, si trasformano in scelta. Non esiste altro sistema, o miglior sistema, per determinare queste scelte che quello democratico. Sulla ricerca sulle cellule staminali e sulla regolamentazione della fecondazione assistita Londra e Washington hanno assunto decisioni opposte. Nella California di Schwarzenegger un referendum proposto dal

governatore ha sancito la legittimità di finanziamenti pubblici statali sulla ricerca delle staminali in contrasto con la legge di Bush che ha bloccato i finanziamenti federali. In Italia la questione è talmente aperta che sono pendenti cinque referendum popolari. Sulla regolamentazione delle coppie di fatto (anche omosessuali) Zapatero, l’odiato Zapatero ha annunciato un decisione favorevole del suo governo e della sua maggioranza. Molti referendum tenuti in diversi Stati americani si sono opposti al matrimonio fra omosessuali e anche a una più ragionevole regolamentazione delle coppie di fatto. Molti Stati europei ne stanno discutendo. Le opinioni su questi temi si confrontano e si scontrano. Buttiglione avrebbe dovuto ricoprire l’incarico di commissario alla giustizia e alle libertà civili. Le opinioni della maggioranza dei parlamentari si sono scontrate con la sua sulla libertà di ricerca e sulle discriminazioni sessuali. Si potrebbe osservare che le opinioni della maggioranza dei parlamentari, se prevalessero, instaurerebbero solo delle facoltà e nessun obbligo mentre quelle del mancato commissario sancirebbero dei divieti validi per tutti. Ma non è questo il punto. Il punto è: era davvero in gioco la sua (sacrosanta) libertà di opinione? No, era in gioco solo la valutazione della opportunità della nomina di un commissario che avrebbe potuto pregiudicare, a favore delle sue opinioni e contro le opinioni della maggioranza del Parlamento, le scelte che si stanno discutendo de jure condendo. E allora perché non si fa, perché non si sarebbe dovuto fare?

Da don Benedetto a Quagliariello

Il famoso “non possiamo non dirci cristiani” non è più sufficiente. Secondo molti liberali (abbiamo registrato da ultimo l’opinione anche del prof. Quagliariello) ormai l’espressione di Don Benedetto va sostituita da un più semplice e diretto “dobbiamo dirci cristiani”. Si sostiene, per giustificare questa affermazione, che democrazia, liberalismo, separazione fra stato e chiesa e fra religione e politica sono nati e si sono sviluppati all’interno del mondo cristiano. Il che è vero (anche se Amarthya Sen non si stanca di ricordarci che forme di democrazia si sono affermate anche fuori di esso, in Asia e in Africa). E’ pure vero che molti dei valori della moderna società democratica possono apparire come il naturale sviluppo di principi che sono contenuti nella legge mosaica e nel vangelo. Ciò che non è lecito è confondere il post hoc con il propter hoc e dimenticare il costo che l’Europa ha pagato per affermare i valori della libertà al conflitto durato secoli con il clericalismo e il temporalismo. Ciò che non è lecito è condannare l’intolleranza religiosa dei mussulmani e cancellare dalla memoria l’intolleranza religiosa di cui i cristiani si

sono macchiati per secoli non solo nei confronti di altre religioni (gli islamici, gli

ebrei) ma anche nelle lotte fra le diverse confessioni cristiane e perfino nei confronti dei rispettivi eretici.

Religiosità laica e ateismo devoto

Il confronto di Marco Pannella con Giuliano Ferrara (processo alla strega cattolica o alla strega laica) era un confronto difficile. Per diverse ragioni: per quella che lui stesso chiama la propria tendenza alla logorrea e che doveva misurarsi con l’essenzialità e abilità retorica e dialettica del secondo, ma soprattutto perché si svolgeva sul terreno insidioso della libertà di opinione che gli si rimproverava di aver violato. Pannella ha saputo superarlo da una parte con una difesa essenziale, puntuale, perfino sbrigativa sul fatto che gli era stato contestato e dall’altra facendo appello alle sue semisecolari convinzioni, che dimostra di avere almeno lui ancora ben salde nonostante la deriva dell’ultimo decennio. In un discorso ondivago e in alcuni punti perfino sgangherato ha saputo contrapporre e far risaltare la sua (e se è consentito nostra) religiosità laica rispetto all’ateismo devoto – per dirla col Riformista – dell’improvvisato e improbabile defensor fidei che aveva di fronte. Religiosità laica proprio nel senso di quella “religione della libertà” invocata nella Storia d’Europa da Don Benedetto negli anni oscuri della dittatura e della guerra. Quella stessa religiosità laica che ci ha fatto sentire vicini alle tante esperienze e voci di un cattolicesimo dissenziente che è stato tante volte oscurato e messo a tacere. Ha parlato insomma del diritto d’opinione di altri cattolici: tanto per citare qualche nome il diritto d’opinione di Bonaiuti e di Murri, perfino di Mounier e di Maritain ancora sconosciuti nell’Italia degli anni cinquanta, perfino di Sturzo (vedete un po’) costretto all’esilio dall’Italia concordataria. Queste sono state a lungo le vere “streghe” cattoliche. Altro che Buttiglione.

Neocon

Chi va con i neocon corre il rischio di finire (con i) teocon.

Quale Occidente

Provo ormai un grande fastidio ogni volta che sento parlare di Occidente,

civiltà occidentale, mondo occidentale, crisi dell’Occidente. Ma quale Occidente? Occidente è democrazia, ma è stato anche colonialismo e imperialismo. Occidente è libertà e liberalismo ma è stato anche totalitarismo, fascismo, nazismo, comunismo. Occidente è uno spazio geografico, non è necessariamente un luogo dello spirito, uno spazio etico, non necessariamente e sempre la patria dei miei valori. All’inizio degli anni cinquanta scendemmo in piazza democratici e comunisti (insomma antifascisti) per consentire all’antifascista, socialdemocratico, laico e libertario Umberto Calosso di tenere all’Università di Roma alcune lezioni su Vittorio Alfieri. Calosso era stato una delle voci di Radio Londra (e che voce), condannato a morte in contumacia dal regime fascista. Agli occhi dei giovani neofascisti era un traditore e dovemmo scontrarci duramente con loro perché potesse tenere le sue lezioni. Oltre a menarci, qualche volta riuscivamo perfino a discutere. Al giovane Anderson, uno dei leader del Fuan, che mi parlava di patriottismo, di difesa della patria rispondevo che la mia patria era un insieme dei valori e un insieme di libertà – la mia libertà e anche la sua – e non solo un territorio, una lingua, alcune tradizioni, una cultura. L’Italia di Mussolini non era la mia patria e neppure quella di Calosso. Sono parole che potrei ripetere anche oggi ai neoreazionari (liberali, per carità liberali, liberalissimi) che ci ossessionano con la tesi della ”morte della patria” a causa della guerra civile: per coloro che la pensavano come me la patria non è morta (caso mai è cominciata a risorgere) l’8 settembre, era morta molto prima con l’assassinio di Matteotti e con le leggi speciali. E valgono anche per l’abuso che si fa, a proposito e a sproposito, senza distinzioni, della parola Occidente.

Nostalgia del politicamente scorretto

Non avevamo bisogno di leggere “La Macchia Umana” del grande Philip Roth o “La versione di Barney” di Mordechai Richter per renderci conto dei guai causati dagli eccessi del “politicamente corretto”. Ci siamo battuti contro questi eccessi, per esempio contro le quote rosa. Ma nella polemica di destra c’è una grande nostalgia del politicamente scorretto. E allora al Foglio di Ferrara che lo definisce “pontefice laico del politicamente corretto” preferiamo Stefano Rodotà.

Iraq: a Falluja tutti terroristi?

A Falluja per riconquistare la città e piegarne la resistenza (scusate, ma non

trovo un sinonimo che possa andare bene anche a Panebianco), i marines e i soldati del governo Allawi hanno fatto 1200 morti. Se davvero fossero tutti e solo terroristi sarebbe la prova che la guerra in Iraq non ha sconfitto ma fomentato e moltiplicato il terrorismo. Se invece non sono tutti terroristi, allora chiamateli come volete – resistenti con la r minuscola, ribelli, insorgenti, insorti – ma dovete riconoscere che si tratta di una fazione armata del popolo sunnita, magari orfana del dittatore e protettore Saddam, che reagisce e resiste con le armi al pericolo di essere schiacciata ed emarginata dalla maggioranza sciita dopo che per due secoli ininterrottamente – dall’occupazione inglese fino a Saddam – la comunità internazionale aveva accettato che fosse proprio questa minoranza a emarginare e schiacciare il popolo sciita. In questo caso non sarete bigotti come sostiene Umberto Eco nel rifiutarvi di dare loro questo riconoscimento (in altri tempi forse ugualmente brutali ma certo più cavallereschi si sarebbe parlato di concedere “l’onore delle armi”), ma ipocriti sì. Il caso Iraq e il problematico equilibrio fra sciiti, sunniti e curdi è assai più complesso di quanto le semplificazioni neocon avevano immaginato. Il terrorismo dei fondamentalisti ne è solo una componente e una ulteriore complicazione che la strategia della “guerra leggera” – preoccupata più di vincere rapidamente la guerra che di governare la pace – non aveva previsto o aveva gravemente sottovalutato.

Carta europea e radici cristiane

Qualcuno potrebbe pensare, tratto in inganno dagli innumerevoli lamenti sul mancato riferimento alle “radici cristiane dell’Europa”, che la nuova carta costituzionale disegni un’ Unione non solo secolarizzata ma addirittura scristianizzata e perfino atea. Nella carta viene invece fatto riferimento alle tradizioni religiose e umanistiche dell’Europa. E allora perché tanto clamore? Non si possono tranquillamente riconoscere in questa definizione credenti e non credenti, cristiani ed ebrei (anche se per secoli la religione ebraica è stata rinchiusa nei ghetti), cattolici e protestanti?

Jihad cristiana?

I protagonisti e i sollecitatori di “guerre culturali” ci spronano a contrapporre una Jihad cristiana alla Jihad fondamentalista islamica. Per ora, nonostante gli appelli di Al Quaeda contro i crociati, l’unica guerra santa che conosciamo è quella rivolta

contro la società democratica e laicizzata, contro i diritti dell’uomo, contro la libertà di opinione e soprattutto contro la libertà della donna. Salman Rushdie deve ancora guardarsi dalla fatwa lanciata da Komeini per i suoi versi satanici, Theo Van Gogh è stato ucciso per un documentario in cui denunciava la condizione femminile delle donne mussulmane non nel deserto d’Arabia ma nei quartieri di Amsterdam. Lo scontro esiste ed ha per oggetto innanzitutto i diritti degli uomini e delle donne di fede mussulmana. E come ci si presenta a questo scontro, come si pretende di affrontarlo e di vincerlo? Con i dibattiti sulla pornografia, sul mercato del sesso come ha fatto Gad Lerner nel suo Infedele? Con la negazione della stessa possibilità per i cittadini di visioni eticamente diverse da quelle della Chiesa e con la limitazione della loro libertà? Con una sorta di sharia occidentale fondata se non sulla legge divina su un preteso e invocato diritto naturale? Se così fosse lo scontro sarebbe già perso e non varrebbe neppure la pena di affrontarlo. Avrebbero ragione quegli Imam che da una vicina città araba pronosticavano all’Infedele la sconfitta di una società che avrebbe perso la sua virtù e conoscerebbe solo corruzione e decadenza.

Caso Silone: invidia generazionale e tentativi postumi di parricidio

Piero Craveri recensisce sul domenicale del Sole XXIV Ore del 14 novembre l’ultima fatica di Mauro Canali “Le spie del regime”. Canali è lo stesso ricercatore che, basandosi su alcuni documenti dell’Ovra e su una loro discussa e discutibile interpretazione, aveva già arruolato l’antifascista Silone fra le spie del fascismo. Ora, a quanto riferisce Craveri, si dedica a Pietro Nenni e a Max Salvadori per alcuni loro presunti ambigui rapporti con la polizia segreta del regime. Ciò che mi ha colpito e rallegrato è tuttavia la considerazione finale di Craveri.: “nel caso Silone, Galli della Loggia ed altri intervennero a favore di Canali sulla prima pagina del Corriere della Sera quasi fosse in gioco la libertà di pensiero. E probabilmente non ci sarebbe un caso Canali perché di libri se ne scrivono tanti e quelli di Canali sono anche utili per la mole di materiali che assemblano, se non fosse per un malinteso clima di revisionismo, che nulla ha a che fare con gli studi storici. Sul giornale di Giuliano Ferrara, borbonici e clericali sono sempre più in auge. Galli della Loggia corre in soccorso di Petrarca, vilipeso dalla cultura risorgimentale. Paolo Mieli e Pigì Battista, di cui peraltro non si possono non apprezzare le doti di equilibrio, mostrano di essere sempre in attesa, con acribia notarile, di nuove rivelazioni. Nell’insieme pare di assistere a dei rituali di parricidio”. Finalmente contro questo tipo di malinteso revisionismo e contro questi rituali sentiamo levarsi una voce che viene dallo stesso ambiente intellettuale e giornalistico. Nessun limite, dunque, alla libertà

di ricerca e di pensiero e nessun tabù nei confronti dei padri purchè non si dimentichi che essi hanno dovuto vivere in tempi di ferro e di fuoco in cui a volte l’ambiguità era nelle cose, negli avvenimenti attraverso cui doveva passare una vita coraggiosamente scelta, piena di difficoltà e di pericoli. Per questo la ricostruzione storica non dovrebbe essere guidata da criteri di sommarietà, superficialità, dilettantismo e neppure, come acutamente suggerisce Craveri, da una sorta di invidia generazionale: di una generazione che, per sua fortuna, non ha dovuto vivere tempi così pericolosi ma anche gloriosi. Si possono restituire le loro ragioni a coloro che alla fine (ma solo

alla fine) risultarono sconfitti, clericali e borbonici per il Risorgimento, fascisti per la seconda guerra mondiale e la Resistenza, senza sentirsi in dovere di sporcare coloro che, per fortuna dell’Italia, prevalsero.

(Quaderni Radicali n.88 – novembre dicembre 2004)

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