Riformismo. L’occasione mancata degli anni ‘80

Una metafora delle difficoltà dell’attuale centro-sinistra?

Gli anni ’80 sembrano ormai consegnati alla memoria collettiva come gli anni rampanti degli arricchimenti facili, della crescita incontrollata dell’indebitamento pubblico, della diffusa corruzione politica, della cronica incapacità dei governi di uscire dalla crisi economica, politica e istituzionale ereditata dalla seconda metà degli anni ’70 e dalla politica di unità nazionale. Visti con l’ottica e nella prospettiva degli avvenimenti successivi essi appaiono infatti connotati da una serie di eventi, di atti politici, di mutamenti destinati inevitabilmente a precipitare all’inizio del decennio successivo nella crisi del sistema politico e di potere come si era articolato fino ad allora. Ma gli anni ottanta non sono stati solo questo, non sono stati soltanto gli anni preparatori della esplosione della protesta leghista, di tangentopoli e di mani pulite, della disintegrazione della DC, del PSI e dei partiti laici, della discesa in campo di Berlusconi. Anche se poi gli avvenimenti hanno preso un’altra direzione sarebbe sbagliato dimenticare che, almeno fino al 1987, essi sono stati caratterizzati anche, oltre che dalla sconfitta del terrorismo e dalla definitiva fuoruscita dall’inflazione a due cifre che aveva piegato e devastato l’economia italiana, da alcuni esperimenti politico-istituzionali e da alcuni significativi e promettenti tentativi di riforma e di risanamento. Forse è opportuno interrogarsi sulle cause che hanno impedito a quei tentativi, in parte riusciti e accolti positivamente dal paese, di divenire fattori di rinnovamento e di riforma generale della società e dello Stato, sul perché si incepparono strada facendo e si trasformarono, come direbbe Michele Salvati, in altrettante occasioni mancate. Se lo si fa con onestà intellettuale forse si scoprono proprio lì, in quanto accadde in quegli anni, i motivi dell’attuale debolezza della sinistra e, all’interno della sinistra, della sua componente riformista.

Non credo d’altra parte di essere influenzato in questo giudizio dal fatto di essere stato attivamente partecipe in quegli anni, come militante e parlamentare radicale, del dialogo con le componenti riformiste della maggioranza ma anche del PCI e di avere di conseguenza molto investito sulla speranza e sulla possibilità di successo di quei tentativi, subendo poi il contraccolpo della disillusione dopo il loro abbandono e fallimento.

Le “occasioni” ci furono e furono consistenti e importanti. La più importante, resa possibile dalla presidenza della Repubblica di Sandro Pertini, fu la rottura del monopolio democristiano nella direzione dei governi del paese con le designazioni

prima di Spadolini nell’ottava legislatura e poi di Craxi nella nona alla presidenza del Consiglio dei ministri (ma già Pertini, subito dopo la sua elezione, aveva voluto affermare questo principio di alternanza laica affidando un incarico, poi non andato a buon fine, ad Ugo La Malfa). I due presidenti laici avevano il vantaggio rispetto ai presidenti democristiani di non essere soggetti direttamente ai mutevoli equilibri interni del partito di maggioranza relativa e di non doverne subire i contraccolpi che si tramutavano in frequenti crisi di governo. Se avevano capacità di resistenza potevano governare con maggiore continuità ed efficacia. Le priorità dei due governi Spadolini furono da una parte la lotta al terrorismo e, dall’altra, la lotta all’inflazione, cresciuta enormemente negli anni dell’unità nazionale. Il “divorzio” dalla Banca d’Italia, voluto da Spadolini e dal ministro del Tesoro Andreatta, mise al riparo il Governatore dalle richieste di emissione di nuova carta moneta e costrinse lo Stato a ricorrere al mercato obbligazionario per finanziare il proprio disavanzo. Fu una riforma di fondamentale importanza che impose un invalicabile vincolo esterno alle richieste del partito della spesa, premessa necessaria anche se non sufficiente di qualsiasi politica di risanamento economico.

Il governo Craxi continuò la politica di risanamento economico con la riforma della scala mobile che, con i suoi automatismi, era stata una delle principali cause dell’inflazione. La riforma fu poi confermata da una consistente maggioranza nel successivo referendum indetto dal PCI di Berlinguer e da una CGIL ancora guidata da un Lama assai riluttante. Un referendum che Craxi, imponendosi alla sua maggioranza, volle affrontare a viso aperto – con il convinto sostegno di Carniti e della CISL e con la sponda esterna di Pannella e dei radicali – battendosi contro la richiesta di abrogazione e bloccando la strada ad ogni ipotesi di compromesso. Il provvedimento e la successiva ratifica referendaria furono decisivi per riportare l’inflazione in limiti fisiologici. Ma l’effetto politico fu perfino più importante di quello economico e finanziario: si affermava il diritto della maggioranza a governare rompendo la prassi delle trattative consociative con l’opposizione e concertative con i sindacati. Nella stessa direzione si mosse una prima riforma dei regolamenti parlamentari che dopo molto tempo rompeva la gabbia unanimistica cui era costretta la programmazione dei lavori delle due Camere e che attribuiva all’opposizione, a qualsiasi opposizione, un enorme potere di contrattazione che sconfinava nel potere di veto. Dai difensori dello status quo fu coniato il termine decisionismo, usato in senso dispregiativo come se decidere e scegliere non debbano essere il fine di ogni processo democratico.

Nella politica internazionale ci fu, anche grazie al ministro degli esteri Andreotti, un importante protagonismo del governo italiano: dalla scelta di dispiegare i missili dell’ultima generazione come risposta ai missili schierati da Andropov lungo

la vecchia cortina di ferro alla fermezza dimostrata nell’episodio di Sigonella (la fedeltà alle alleanze non poteva e non doveva comportare rinunce alla autonomia nazionale), dall’attenzione dedicata ai diritti umani (trattati di Helsinki, appoggio a Solidarnosc e al dissenso sovietico) al ruolo giocato dall’Italia nella preparazione del Trattato di Maastricht in contrapposizione quasi speculare alle minacce di veto della Signora Thatcher, al dialogo con le proposte radicali per un intervento straordinario dell’Italia, della Comunità europea e delle organizzazioni internazionali contro la fame, la denutrizione e il sottosviluppo.

Naturalmente non furono tutte rose e fiori nella politica di governo. Non lo furono per il paese. E non lo furono per noi radicali. Le baronie statali e parastatali dell’impresa pubblica furono lasciate indisturbate a drenare immense quote delle risorse pubbliche. Era del tutto evidente che la corruzione non incontrava alcuna azione di contrasto neppure da parte della magistratura mentre la politica delle lottizzazioni prima limitate alla cariche pubbliche e di sottogoverno si era estesa, in forma consociativa, al sistema sanitario nazionale e alla ripartizione degli appalti delle opere pubbliche in ogni parte del territorio del paese. La politica proibizionista continuava a contrapporre i radicali al governo, anche se non aveva ancora subito gli inasprimenti che più avanti nel tempo lo stesso Craxi avrebbe impresso alle leggi sulle tossicodipendenze. Nei rapporti con la Chiesa un governo presieduto da una personalità laica e socialista riuscì a portare a conclusione una discutibile revisione del Concordato mai riuscita a nessun presidente del Consiglio democristiano e, alla luce dei problemi odierni e dei rapporti con una numerosa comunità musulmana, si può comprendere quanto fossero fondate, perfino profetiche le opposizioni radicali sia al principio del finanziamento pubblico con la formula dell’ otto per mille, che in ossequio alla costituzione veniva esteso alle altre confessioni religiose, sia al mantenimento dell’insegnamento catechistico della religione cattolica nelle scuole. Il problema delle televisioni, sviluppatesi fino ad allora in maniera selvaggia, fu risolto da una legge – la Mammì – che si limitava a recepire e ratificare il duopolio RAI-Fininvest, spianando la strada al prepotere mediatico di Berlusconi.

Tuttavia in quegli anni tutto sembrava rimettersi in movimento e gli immobili e vischiosi equilibri politici italiani, scossi profondamente, venivano sfidati dalle richieste di cambiamento provenienti dal paese e dai nuovi protagonisti della scena politica e sociale. I referendum sull’immunità parlamentare e sulla responsabilità civile dei magistrati, promossi da radicali, socialisti e liberali, mettevano in discussione privilegi e chiusure corporative sia della classe politica sia dell’ordine giudiziario. Ecologia e ambientalismo facevano il loro ingresso nella politica non solo con le prime prove elettorali dei verdi ma con l’instaurazione del ministero dell’ambiente e con l’approvazione di nuove leggi da parte del Parlamento. Il

referendum sul nucleare, promosso dai radicali e da Democrazia proletaria ma sostenuto dai socialisti e dai verdi, pose la parola fine a programmi giunti fuori tempo massimo, tanto ambiziosi quanto costosi e inconcludenti (vedo che oggi la questione viene riproposta ma non mi sembra che siano sopravvenute novità sui due problemi che fecero allora ritenere quella scelta rischiosa e non conveniente: la tecnologia della sicurezza e l’accumulo esponenziale dei rifiuti nucleari). Il caso Tortora e la riforma del codice di procedura penale lasciavano sperare, se accompagnati da adeguati investimenti strutturali, che si potesse affermare una efficace riforma della giustizia e una politica di contrasto della criminalità mafiosa non affidata soltanto al giustizialismo e all’uso spregiudicato del pentitismo.

Da tutto questo poteva nascere una riforma della politica? E dall’esperienza dei governi presieduti da Spadolini e da Craxi poteva nascere un soggetto o almeno una alleanza riformista, capace di trattare da pari a pari con la DC e con il PCI e di rompere l’equilibrio consociativo e partitocratrico che entrambi avevano creato, garantendosi l’un l’altro il monopolio del governo e quello dell’opposizione? Noi radicali tentammo due strade. Da una parte, dopo il fallimento della inutili commissioni bicamerali sulle riforme istituzionali, cominciammo a pensare a una riforma della legge elettorale, cogliendo una esigenza che era nell’aria e tentando di dare sbocco politico a una dibattito che era ormai maturo; dall’altra perseguimmo la strada del dialogo con il PSI, i partiti laici, una parte dei verdi per convincerli ad uscire da una condizione di minorità e acquisire un proprio protagonismo riformatore. Nacque la Lega per l’uninominale all’interno della quale furono elaborati i referendum elettorali che giunsero al voto nei primi anni novanta. Quei ueiQQ referendum elettorali sono legati al nome di Segni, ma l’iniziativa fu di Pannella e dei radicali e di un altro outsider democristiano, Bartolo Ciccardini. Non è un caso che nel comitato promotore di quella Lega comparissero molti deputati e senatori socialisti e liberali, anche comunisti e che il programma iniziale prevedesse l’uninominale secco ad un turno e non il doppio turno per il quale propendeva Mariotto Segni. Fra molte difficoltà i referendum, anche nelle mutate situazioni politiche degli anni successivi, hanno fatto strada e sono stati votati da vaste maggioranze. E’ la prova che si trattava di strumenti e proposte che davano risposta a problemi reali profondamente sentiti dall’opinione pubblica e da una parte della stessa classe dirigente dei partiti. Tuttavia le operazioni referendarie e di ingegneria costituzionale erano destinate a fallire o a produrre risultati assai diversi da quelli sperati e immaginati nell’assenza di un progetto e di un soggetto politico riformatore. Ed allora come oggi a sinistra siamo alle prese con lo stesso problema.

Nel !987 le speranze che si erano accese negli anni precedenti si spensero presto. Craxi si ripiegò su sé stesso. Da leader aggregante e riformatore, tornò ad

essere Ghino di Tacco, ad agire in solitudine. Spadolini accettò di fare il presidente del Senato e lasciò che la guida del PRI fosse assunta da Giorgio La Malfa. La politica economica fu abbandonata al partito della spesa e dell’indebitamento pubblico, che presto raggiunse e superò il 100% del PIL. La scelta proibizionista accelerò la rottura con i radicali. Il segretario del PSI rifiutò di assumere responsabilità di governo, si limitò dall’esterno a logorare la presidenza di De Mita e considerò un grande successo il ritorno alla presidenza del Consiglio di Giulio Andreotti in attesa che tornasse il suo turno. E di fronte all’opportunità rappresentata dai cambiamenti intervenuti nel PCI e dalla svolta di Occhetto l’unica proposta, nell’assenza di qualsiasi iniziativa politica, fu quella che apparve come meramente propagandistica dell’Unità socialista. Il PCI rispose aderendo all’Internazionale socialista ma assumendo il nome di partito democratico di sinistra. Eppure nell’ 87 la Lega per la prima volta aveva eletto alcuni parlamentari, il senatur era arrivato a Palazzo Madama. Alle regionali del 1990 il grande successo ottenuto in Lombardia dimostrò che quella iniziale protesta poteva divenire una valanga ma la classe politica proseguì indisturbata nei propri giochi di potere senza quasi rendersene conto. Lo stesso Craxi non colse i segnali che venivano dalla sua regione. Ma forse Bettino aveva segnato il suo destino già qualche tempo prima, nel 1986, quando per mantenere ancora per qualche mese la presidenza del Consiglio accettò di votare il candidato di De Mita al Quirinale, rinunciando a contrapporre Spadolini a Cossiga. Quando non si fa la politica (non la si concepisce, non la si crea), la politica si vendica.

Se queste sono state le responsabilità, le carenze, i fallimenti di coloro che si dichiaravano e si erano candidati ad essere riformisti, le responsabilità del PCI non sono state minori. Dopo la politica di unità nazionale Enrico Berlinguer visse come un incubo e una ossessione la possibilità che si verificasse anche in Italia un fenomeno mitterrandiano, di profondo mutamento dei rapporti di forza fra socialisti e riformisti da una parte e PCI dall’altra. Morì nella campagna elettorale europea del 1984 con (e forse sotto lo stress causato da) questa ossessione. La proclamata politica di alternativa democratica non fermò ma accentuò, al di fuori di ogni trasparente responsabilità di governo, le pratiche consociative e partitocratriche. Il PCI non era assolutamente in grado di proporsi al paese come il protagonista di una politica di alternativa e si acconciò a sostenere, cavalcando la questione morale e la politica della fermezza contro il terrorismo, un surrogato di alternativa rappresentato dal “governo degli onesti”, sostenuto all’inizio degli anni ottanta da Scalfari e da Repubblica ma anche, e non a caso, da Gelli e dagli organi di informazione controllati dalla P2. Visentini doveva essere il candidato di questa strana operazione che se fosse andata in porto sarebbe stata assai richiosa per il paese e per lo stesso

PCI. Pertini scelse invece Spadolini. Seguì negli anni successivi una politica fatta solo di contrasto e di inimicizia nei confronti di Craxi e di opposizione intransigente, anche un po’ ottusa, a qualsiasi iniziativa del suo governo. L’effetto fu di costringere il PCI per lungo tempo in un ruolo che finiva per essere di difesa e di conservazione dello status quo.

Si ricomincia a ragionare politicamente con la segreteria Natta, ma solo con Occhetto si prendono di petto i problemi politici nodali della funzione di una opposizione democratica capace di candidarsi al governo del paese.

Ma qui siamo già alla svolta di Bologna, siamo già a dopo la caduta del muro di Berlino e alla vigilia della crisi della prima repubblica. E’ un altro capitolo. E’ la storia di un’altra occasione mancata, quando si promosse una costituente democratica che provocò scissioni e nessuna aggregazione, quando ci si illuse che fosse sufficiente cavalcare l’ondata di indignazione dell’opinione pubblica provocata dai processi di tangentopoli senza minimamente preoccuparsi di riempire il vuoto che nella vita politica italiana si era creato per via giudiziaria e solo per via giudiziaria. Sappiamo come è andata a finire e chi, purtroppo, ha riempito quel vuoto.

Non vorrei che questa rilettura degli anni 80 si rivelasse un paradigma di interpretazione, quasi una metafora di ciò che sta accadendo oggi nella sinistra e nel centrosinistra.

(Quaderni Radicali n.89 – gennaio febbraio 2005)

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