Giovanni Paolo II e la modernità

Non credo che si possa condividere del tutto il giudizio espresso da Paolo Mieli sul Corriere della Sera secondo il quale Giovanni Paolo II ha saputo guidare la Chiesa “fin dentro il terzo millennio senza quelle indulgenze postconciliari nei confronti dei tempi nuovi, libero da ogni spirito subalterno alla modernità ed anzi dedito in ogni modo alla riaffermazione e in qualche caso alla riscoperta dei valori originari della Chiesa”. Io propendo a ritenere invece che, pur in quella riaffermazione e in quella riscoperta e certo senza alcuno spirito subalterno, Karol Wojtyla sia stato il protagonista di una consapevole e coraggiosa opera di riconciliazione della Chiesa cattolica con la modernità o almeno con quegli elementi fondanti della modernità che sono stati i diritti dell’uomo e la democrazia, al centro dei quali c’è il riconoscimento del valore dell’individuo, della persona: di ogni individuo, di ogni persona. E’ una convinzione che trae fondamento proprio da quelli che tutti i commentatori riconoscono come i grandi meriti di Wojtyla: la lotta, che ha caratterizzato tutta la sua vita, contro i due totalitarismi nazifascista e comunista (e la sua Polonia è stata vittima di entrambi); il riconoscimento che non ci può essere libertà religiosa senza la libertà come non ci può essere libertà senza libertà religiosa; il coraggio di condannare e chiedere perdono per gli errori e le persecuzioni di cui la Chiesa nell’arco di molti secoli si era resa responsabile o complice; la decisione e insieme l’umiltà con cui ha posto la parola fine a una lunga tradizione teologica di antigiudaismo che era stata il terreno di cultura di ogni forma di antisemitismo e che lo ha portato alla Sinagoga di Roma a chiamare gli ebrei “i nostri fratelli maggiori”; lo sviluppo del dialogo religioso, senza cedimenti ma anche senza soluzioni di continuità rispetto al Concilio, non solo con le altre confessioni cristiane ma anche con gli ebrei, i mussulmani, le altre fedi religiose.

Nessun laico che non sia animato da meschino spirito antireligioso può disconoscere la novità rappresentata da queste scelte. Nessun cattolico, in nome della continuità, può fingere di non vedere la distanza che separa questi atti da quelli di una Chiesa che fino a due generazioni fa era ancora la Chiesa del Sillabo e dell’intransigente condanna del liberalismo, del laicismo, della democrazia, del socialismo: una Chiesa che si manteneva in perenne dissidio con la modernità e sembrava guardare indietro all’autoritarismo e al tradizionalismo dell’Ancien regime.

La gravità del conflitto che rimane aperto sulle grandi questioni etiche del nostro tempo non credo che possa annullare queste novità, o almeno lo spero anche se non sottovaluto affatto il pericolo di vederci risospinti indietro verso l’annullamento di ogni distinzione fra peccato e delitto e fra morale e diritto, verso il disconoscimento

di ogni visione etica e religiosa diversa da quella “ufficiale” della Chiesa e perciò automaticamente demonizzata come irreligiosa e non etica. Si tratta di temi che toccano la vita e la morte di ognuno e sui quali non esistono certezze assolute. La ricerca del senso del limite, che appartiene a ciascuno e a cui la legge deve dare soluzione, non può avvenire annullando la libertà e piegando il diritto.

Dobbiamo invece sperare e operare perchè la testimonianza e l’opera di questo grande Papa, pur nelle sue contraddizioni, possa contribuire ad aprire una pagina nuova nella storia dell’umanità sanando il dissidio fra civiltà moderna e religiosità, salvando la Chiesa e le religioni dal rischio delle intolleranze e dei fondamentalismi e il mondo laico dal rischio di una secolarizzazione solo materialistica e consumistica, priva di senso e di anima.

Cattolici adulti e non.

Quando Repubblica e Il Riformista commentarono come un grande atto di coraggio l’intervista di Prodi nella quale, proclamandosi “cattolico adulto”, comunicava che non avrebbe ubbidito all’appello del Cardinale Ruini e sarebbe andato a votare nel giorno del referendum, mi dissi che forse avevano ragione loro : forse il mio scetticismo sul coraggio del leader dell’Unione era determinato da risentimento per il veto che Prodi aveva personalmente opposto a qualsiasi forma di accordo con la Lista Luca Coscioni e i radicali di Pannella e Bonino. Tanto più che le ragioni del veto erano ribadite proprio nella stessa intervista a Repubblica. Sono passati pochi giorni e in un’altra intervista, questa volta a Famiglia Cristiana, Prodi ha in pratica accusato Repubblica di aver forzato il suo pensiero e le sue parole negando di essersi mai definito “cattolico adulto” e annunciando che mai più tornerà

ad occuparsi di referendum. Di fronte al pronunciamento di Ruini e della gerarchia vaticana, Andreotti ha detto che “si inchina”, Martinazzoli ha detto che ci sono circostanze in cui è più coraggioso “ubbidire”. Se Prodi andrà a votare (ma andrà a votare?) come si considererà: un cattolico non adulto ma disubbidiente come certi minorenni di fronte ai consigli e agli ordini dei genitori?

Sinistra e referendum: una campagna “con le mani legate”

Anche se poi è stata smentita, una delle motivazioni prodiane della esclusione delle liste radicali dall’accordo di centro-sinistra era che il nome di Luca Coscioni a

cui le liste sarebbero state intitolate avrebbe introdotto il tema referendario nella campagna elettorale regionale. Questo avrebbe rischiato di dividere la federazione dell’Ulivo per la presenza all’interno della Margherita di una posizione maggioritaria contraria alle richieste dei referendum o addirittura concorde con l’appello di Ruini a disertare le urne. Miriam Mafai in un bell’articolo su Repubblica ha giustamente fatto rilevare che questa decisione ha lasciato mano libera alla campagna astensionistica del Cardinale Ruini e della Conferenza episcopale la quale ha trovato subito una corrispondenza nelle posizioni del centro-destra e di Forza Italia. Grazie alla scelta di Prodi, le componenti referendarie della Margherita, lo Sdi e i D.S. sono stati invece costretti all’inerzia e al silenzio, se si escludono i tentativi di Lanfranco Turci e del comitato promotore di far sentire la loro voce. Giustamente Liberazione ha parlato di

una “campagna con le mani legate”.

La Chiesa e l’istituto del referendum: dal divorzio alla fecondazione assistita

E’ singolare l’atteggiamento della Chiesa nei confronti del referendum. Fu proprio la Chiesa di Paolo VI a premere sulla DC perché si decidesse a dare finalmente attuazione all’istituto del referendum abrogativo previsto dall’art.75 della Costituzione dopo che una sentenza della Corte Costituzionale aveva spianato la strada alla approvazione da parte del Parlamento della legge Fortuna-Baslini sul divorzio. Era l’anno di grazia 1970. Fino ad allora, come altre parti della Costituzione, questo articolo era rimasto inattuato. L’approvazione della legge istitutiva del referendum avvenne, se non ricordo male, poco prima della approvazione della legge sul divorzio. La Chiesa era infatti sicura di poter rovesciare la decisione del Parlamento appellandosi al popolo e, subito, fu costituito il comitato promotore del referendum abrogativo della legge. Due giuristi e intellettuali cattolici ne furono gli animatori, Gabrio Lombardi e Sergio Cotta. A differenza del Vaticano e della Conferenza episcopale la DC non era affatto sicura dell’esito del referendum e fece di tutto con Andreotti per ricercare con il PCI e con i laici soluzioni di compromesso che evitassero il ricorso alle urne. Il referendum si svolse nel 1974 e si concluse con un risultato che, per uno Stato che manteneva grazie al Concordato del 1929 una forte impronta clericale, rappresentò una vera e propria rivoluzione culturale. La Chiesa non si arrese e tentò di ottenere una rivincita qualche anno dopo con il referendum abrogativo della legge sull’aborto. La sconfitta fu ancora più netta: votò contro l’abrogazione il 70% degli elettori, il dieci per cento in più che per il

divorzio.

Un quarto di secolo dopo la situazione si presenta rovesciata. La Chiesa ha riconquistato la propria capacità di condizionamento sul Parlamento grazie ad una serie di fattori: la scomparsa dei partiti laici, le scelte clerico-moderate o addirittura clerico-fasciste della Casa della Libertà, la pressione trasversale che la Conferenza episcopale può esercitare su entrambi i poli. Ma quando la parte soccombente si appella al Popolo con i referendum per abrogare i limiti che una legge del Parlamento ha posto alle possibilità di fecondazione assistita e alla libertà di ricerca scientifica, la Conferenza episcopale italiana (ma in realtà la Chiesa perché Ruini è vicario del Papa), dando per scontata la sconfitta, decide di eludere il confronto diretto e di puntare sul mancato raggiungimento del quorum del 50% di votanti. In questa maniera anche una minoranza di favorevoli alla legge, sommandosi alla percentuale di astensionismo fisiologico e agli indecisi, può vanificare il risultato del referendum.

Qualcuno ha detto che è un trucco, una scorciatoia, un escamotage. Qualche altro ha detto che l’appello all’astensionismo è legittimo dal momento che la legge fissa il raggiungimento del quorum ( meno legittimo è che a rivolgerlo sia una Chiesa legata alla Repubblica dal Concordato con un atto che ricorda il non expedit dei primi decenni della unità italiana). Nessuno potrà tuttavia negare che si tratta di un atto di debolezza, il rifiuto di un confronto che, proprio in questioni di etica sulle quali pretende di esercitare il proprio magistero, andrebbe invece affrontato a viso aperto e che rischia di tramutarsi in un atto di prevaricazione da parte di una Chiesa che, così facendo, dimostra di considerarsi a priori minoritaria nei confronti di una possibile maggioranza del paese.

Il commiato di Furio Colombo dall’Unità

Furio Colombo ha lasciato la direzione dell’Unità ed è un peccato. Quando la nuova proprietà, d’intesa con i gruppi parlamentari dei D. S., aveva deciso di riportare nelle edicole la testata fondata da Antonio Gramsci, gli aveva attribuito il difficile compito di risollevarne le sorti e di ritrovare un pubblico affezionato e motivato di lettori. Anche chi su alcune questioni ha dissentito e polemizzato fortemente con lui, ha dovuto riconoscergli il merito di averne fatto in questi anni un giornale vivo e di battaglia senza farsi ingabbiare in facili etichettature, spesso spiazzando e costringendo a riflettere la parte più movimentista, girotondina e pacifista del suo pubblico di lettori. La sua Unità ha dato voce a quell’opinione di sinistra (e non solo di sinistra) che considera il berlusconismo un fenomeno che aggrava tutti i vizi della partitocrazia e rischia, per i modelli che propone, per la

spregiudicatezza dei comportamenti, per il disprezzo verso ogni forma di cultura politica e istituzionale, di infliggere un colpo mortale alla speranza di riconquistare in questo paese forme accettabili di legalità democratica. Anche chi non crede alle scorciatoie giudiziarie, anche chi non ha atteso Berlusconi per combattere le degenerazioni partitocratiche della democrazia, dovrebbe riconoscere che una nuova anomalia antidemocratica si è aggiunta ai vecchi vizi della Repubblica. Ma la direzione di Colombo non è riducibile a questo. La “sua” Unità ha anche saputo assumere posizioni non conformiste in momenti difficili in cui sarebbe stato più facile abbandonarsi a derive populiste, settarie ed estremiste. Contrario alla teorie neocon della guerra preventiva e alla discutibile decisione di invadere l’Iraq, capì che non bastava limitarsi ad urlare contro la guerra, ma che bisognava sforzarsi di costruire una politica per la pace e appoggiò l’iniziativa di Pannella per una fuoruscita pacifica dalla dittatura di Saddam, trascinando su queste posizioni dell’Unità la maggioranza dei parlamentari D.S. e del centro-sinistra. Non ha mai consentito che le polemiche contro la politica del governo di Gerusalemme si tramutassero in una condanna unilaterale di Israele sconfinante spesso in forme di vero e proprio antisemitismo e non ha esitato a dare il giusto valore non solo alle più recenti iniziative di Sharon ma già all’annuncio di un ritiro unilaterale dalla striscia di Gaza che comportava l’abbandono di alcuni insediamenti. Infine ha schierato il giornale da subito a favore della raccolta delle firme per i referendum sulla libertà di ricerca e la fecondazione assistita e lo ha successivamente impegnato in una campagna favorevole ad un accordo dell’Unione con la Lista Luca Coscioni.

Con L’Unità di Furio Colombo e con Il Riformista di Antonio Polito i D.S. potevano contare su due giornali che esprimevano posizioni differenti spesso in dissidio tra loro e che forse proprio per questo sono stati brillanti, vivi, stimolanti, utili a un dibattito e ad un confronto di cui la sinistra ha disperatamente bisogno. L’augurio che si può fare ad Antonio Padellaro è quello di saper mantenere al giornale il carattere di una voce autonoma e di saper resistere tanto al richiamo di una soffocante ufficialità quanto alle tentazioni del conformismo di sinistra. Se questo accadesse credo che anche Il Riformista ne soffrirebbe e finirebbe per sentirsi più solo non foss’altro per la mancanza di un importante termine di confronto..

(E’ singolare e forse non casuale la circostanza che la fuoruscita di Colombo avvenga proprio nel momento in cui Bertinotti decide di rinnovare profondamente e di rendere meno “di partito” Liberazione, chiamando a dirigerlo Piero Sansonetti che dell’Unità è stato per due decenni giornalista, editorialista, redattore capo, vicedirettore e, sempre, una delle voci più interessanti del giornale).

Contraddizioni

I cosiddetti movimenti per la vita sono scesi in campo in favore della battaglia condotta dai genitori di Terry Schiavo. I due genitori avevano motivato la loro lunga battaglia giudiziaria contro il marito di Terry dichiarando di affidare le loro speranze non tanto ad una improbabile se non impossibile uscita dal coma dopo quindici anni, quanto alla eventualità di un successo della genetica e della ricerca sulle cellule staminali embrionali che sarebbe potuto intervenire nei prossimi anni a restituire vitalità e coscienza alla loro figliola. Ma la ricerca embrionale è l’altro demone contro cui si battono con accanita intransigenza gli stessi movimenti per la vita.

Non è l’unica contraddizione in questa vicenda. Abbiamo visto in Italia schierarsi in favore della “vita” di Terry quanti, in vista del prossimo referendum sulla fecondazione assistita e sulla libertà di ricerca, hanno introdotto la distinzione fra vita naturale e vita artificiale. Ma ammesso che questa distinzione sia accettabile e non sia da considerare un cavillo, cosa c’è di più artificiale di una vita non cosciente, assicurata solo dal funzionamento di una macchina?

Se il caso di Terry e delle accese lotte familiari intorno al suo capezzale ci insegna qualcosa è che ci troveremo sempre più spesso di fronte a problemi di difficile definizione. Staccare le macchine che la mantenevano in vita non comportava la fine di un accanimento terapeutico: probabilmente era stato in passato proprio l’accanimento terapeutico (ma forse solo la ricerca della cura e della salvezza) a consegnarla al coma profondo. E d’altra parte non era neppure eutanasia perché attendere la fine per fame e per sete non è una dolce morte neppure per una persona in coma profondo.

Sensata mi è parsa alla fine, dopo tante polemiche ed interventi anche politici, la dichiarazione di Laura Bush: “io e George lasceremo un testamento biologico”. Ecco. Non si può pretendere di risolvere questi problemi cancellando la libertà e la responsabilità individuale

Costituzione: tra revisionismo pasticcione e immobilismo

Difficile immaginare una revisione della Costituzione peggiore di quella che il centro-destra, sotto il ricatto della Lega, è riuscita a concepire e ad imporre. La cosiddetta devolution nel modo in cui viene realizzata, i rapporti fra il governo e le due Camere, la composizione del Senato, la divisione delle competenze legislative tra Camera e Senato sono degli autentici obbrobri costituzionali. Il centro-sinistra

avrebbe dunque tutte le carte in regola per proseguire e intensificare la sua opposizione a queste modificazioni e per portarla nel paese in vista del referendum. Peccato che questa opposizione sia condotta all’insegna di un riprovevole immobilismo costituzionale che ha indotto la Federazione dell’Ulivo a rimangiarsi anche quelle ipotesi di riforma che, a cominciare dal premierato, avevano fatto parte del suo programma elettorale.

A sanzionare questo immobilismo è intervenuta da ultimo la proposta di Fassino di elevare ai due terzi il quorum dei voti necessari per modificare la Costituzione in modo che nessuna maggioranza – neppure domani quella eventuale di centro-sinistra – possa avere i voti sufficienti per farlo da sola. Che è come dire che non ci sarà nessuna riforma costituzionale. Ma se ci sarà, o sarà insignificante o avverrà sotto l’egida di un risorgente consociativismo partitocratrico.

Il centro sinistra, i radicali e “il regime”

Già nel vecchio partito radicale di Pannunzio e Piccardi, fui fra coloro che con Ernesto Rossi e Marco Pannella vollero che si parlasse non più e soltanto di opposizione a questo o a quel governo ma di opposizione al regime. Fino ad allora in Italia quella parola era stata usata solo per indicare il fascismo e la dittatura di un solo partito. Sostenemmo allora, con il consenso di Pannunzio e il dissenso di Leo Valiani, Chinchino Compagna, Vittorio De Caprariis, Giovanni Ferrara, che fosse legittimo parlare di “regime” non solo in caso di dichiarato totalitarismo e autoritarismo ma anche in caso di profonda degenerazione del sistema democratico che impedisse – pur con una pluralità di partiti – reali alternative di governo, il diritto all’informazione, il confronto delle idee e delle opinioni. Clericalismo concordatario, corporativismo, monopolio dell’informazione televisiva, partitocrazia, lottizzazione, consociativismo, abitudine di subordinare e stravolgere il funzionamento delle istituzioni e la stessa legalità repubblicana agli interessi di potere delle forze politiche sono state le diverse forme di degenerazione della democrazia in cui “il regime” ai nostri occhi si materializzava. Non mi sono perciò scandalizzato quando anche il centro-sinistra nell’ultima legislatura ha scoperto e denunciato il rischio regime. A differenza di altri radicali non ho mai sottovalutato il pericolo rappresentato da Berlusconi e dal Berlusconismo, che mi sono sempre apparsi come una ulteriore anomalia, una ulteriore forma di degenerazione della democrazia e non solo per il massiccio controllo della comunicazione radiotelevisiva. L’estensione delle discriminazioni che prima avevano colpito soprattutto alcuni soggetti politici minoritari (ma anche la generalità dei cittadini) e che ora si estendeva ad alcune delle

grandi forze politiche del paese non poteva essere guardato con l’atteggiamento di chi dice “l’avevamo detto” o, peggio, “ben vi sta”. Era, è un ulteriore peggioramento della situazione e come tale va denunciato e combattuto.

Proprio per questo, quando si è aperto uno spiraglio di comprensione e di dialogo fra i radicali e il centro-sinistra, ho inutilmente atteso che qualcuno della sinistra raccogliesse in qualche modo la questione quasi pregiudiziale posta da Pannella a proposito del rispetto della legalità nella raccolta delle firme e nelle procedure di presentazione delle liste elettorali. Si è discusso di tutto in quelle riunioni e in quegli incontri ma non si è discusso di questo. Eppure la gravità della situazione era sotto gli occhi di tutti. Quelle norme capestro erano fatte per escludere forze minori che potevano arrecare disturbo ai due poli. Ma quando sotto il capestro di quelle norme avevano rischiato di cadere forze per definizione destinate ad essere incluse, la cosa è stata risolta all’italiana derubricando il reato (un caso palese di falso in atto pubblico) a contravvenzione amministrativa. Non fa scandalo che la destra delle proposte Cirielli, delle leggi ad personam, della depenalizzazione del falso in bilancio ricorra a questi sistemi. Fa scandalo che la sinistra non dimostri una diversa sensibilità su questo tipo di problemi neppure quando è sollecitata a farlo. Eppure era prevedibile che lo scandalo si sarebbe ripetuto e aggravato anche in queste elezioni al momento della presentazione delle liste: ed è purtroppo quanto si è puntualmente verificato al momento della presentazione delle liste di Alternativa Sociale di Alessandra Mussolini,

Due fatti nuovi a sinistra

Nei due congressi dei D.S. e di Rifondazione sono indiscutibilmente avvenuti due fatti nuovi. Fassino ha introdotto il tema della promozione della democrazia e dei diritti umani come risposta di una politica internazionalista della sinistra alla politica neocon di esportazione della democrazia. Bertinotti ha vincolato il partito alla scelta della nonviolenza e non ha avuto timore di dividere su questa scelta il proprio partito. Sono due scelte importanti che non devono essere sottovalutate anche se per ora si tratta solo di affermazioni di principio. Attendiamo ora che si trasformino in teoria e prassi: che diano sostanza alla politica dei due partiti.

(Quaderni Radicali n. 90 – marzo aprile 2005)

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