Referendum in Francia e in Italia: due belle mazzate

Inutile girarci intorno. Per chi si è battuto l’intera vita per un’Italia laica e tollerante capace di favorire anche il rinnovamento religioso della Chiesa e per un’Europa Unita capace di superare non soltanto le proprie antiche divisioni ma di assolvere un ruolo positivo e autonomo nella politica mondiale, i due referendum di Francia e d’Italia rappresentano una bella mazzata. Bisognerà assorbire il colpo e poi tentare di rialzarsi. Intanto il No alla costituente europea che viene dalle viscere dal popolo francese e che rischia di scatenare una reazione a catena e la schiacciante vittoria dell’astensionismo clericale, neocon e teocon, determinata dall’indifferenza, dal conformismo, dalla sfiducia nella politica e dalla caduta di partecipazione del popolo italiano ci costringono a fare i conti con alcune verità amare che avevamo intuito ma sottovalutato. Entrambi i voti sono rivelatori di una crisi profonda non solo degli equilibri politici come si erano determinati in Europa e nel mondo nella seconda metà del secolo scorso ma della stessa civiltà europea e probabilmente occidentale. Come in tutte le crisi bisogna guardarsi sia dai conservatori sia dagli opportunisti ma soprattutto dagli avventuristi che compaiono sempre in queste circostanze e che vi trovano il teatro ideale delle loro ambizioni. Non siamo ancora, in Europa, al 1914. Siamo forse al 1910, quando Vienna era ancora la capitale della cultura europea, quando Parigi era ancora la capitale della terza Repubblica che aveva saputo sconfiggere la peste del caso Dreyfus, quando forse da Vienna. Parigi, Berlino e Londra sarebbe stato ancora possibile arrestare con la politica la logica delle cose che portò poi all’ “inutile strage”. Non siamo ancora, in Italia, al 1925 e neppure al 1921, siamo ancora forse al 1919 quando una politica più coraggiosa e una monarchia meno imbelle avrebbe potuto fermare sul nascere la valanga fascista. I paragoni storici sono sempre semplicistici e impropri. La storia non si ripete mai nelle stesse forme e negli stessi modi. Ma la crisi c’è e si vede. E’ crisi europea, nessuno si faccia illusioni è anche crisi occidentale, ed in Italia – anello debole dell’Europa e del mondo occidentale – è insieme crisi istituzionale e politica, crisi economica e crisi di valori.

Francia: il voto della paura e della nostalgia

La Carta costituzionale che ha avuto il no della maggioranza dell’elettorato di Francia – pur contenendo alcuni modesti passi avanti e pur risolvendo alcune

questioni (voto ponderato, aumento delle materie per le quali non sarebbe stata più necessaria l’unanimità) – era largamente insoddisfacente, anzi decisamente brutta agli occhi almeno di un convinto sostenitore dell’Unità europea. Il no referendario francese, rafforzato e aggravato da quello olandese, apre tuttavia una crisi assai grave per l’Unione, la rende più incerta e debole e rende più problematiche e difficili le soluzioni alternative. In questo momento occorre tenere i nervi a posto, riflettere attentamente ai problemi che il responso popolare di due paesi fondatori ha portato in evidenza, comprendere i diversi scenari che si prospettano a seconda delle strade che i paesi membri decideranno di seguire. Può darsi che abbiano ragione coloro che dicono che non tutto il male viene per nuocere e che perfino da questo voto può venire una scossa salutare alla mediocrità della politica europea. Può darsi, anche se le prime reazioni sembrano spingere pericolosamente indietro verso una completa ripresa di potere e di sovranità degli stati nazionali. Ci venga però risparmiata – in nome di un preteso federalismo tanto a parole massimalista quanto nei fatti fuori della realtà – la fandonia di presentare il no di Francia e di Olanda come un voto di bocciatura della carta europea per le sue modeste ambizioni istituzionali e per il suo modesto tasso di democraticità. Queste fandonie vanno a braccetto con l’irresponsabile demagogia con la quale Fabius sosteneva che il no alla carta non era un voto per chiedere meno Europa ma, al contrario, per chiedere più Europa e più democrazia. Per capire come stanno le cose basta guardare a ciò che si è scatenato in Italia dopo quel voto.

Il punto di partenza di ogni dibattito, di ogni analisi, di ogni riflessione deve essere l’onesto riconoscimento che nella vittoria dei due NO francese e olandese ha giocato un ruolo preponderante la paura, anzi l’incontrarsi di molte paure: la paura dell’allargamento ad est, per altro ormai avvenuto e certamente non revocabile, che si è materializzata nella figura del famoso idraulico polacco; la paura del futuro possibile ingresso della Turchia per paesi che stanno facendo i conti con la difficile convivenza con una popolazione di fede mussulmana di problematica integrazione; la paura della concorrenza cinese e asiatica, delle crescenti liberalizzazioni, della conseguente perdita dei benefici del Welfare, della drastica riduzione del protezionismo di cui ha goduto l’agricoltura dell’Europa dei 15 e in particolare quella francese, insomma la paura della globalizzazione guardata come una minacciosa invadenza e identificata con l’Europa allargata che, al contrario, della globalizzazione rappresenta a tutt’oggi, con tutti i suoi limiti, l’unico tentativo di governo politico e istituzionale transnazionale e sopranazionale.

A queste paure bisogna dare una risposta politica e non retorica perché corrispondono a problemi reali, ma sapendo ciò che è davvero in gioco. Perché possono anche aver ragione quanti dicono che non è stato un voto necessariamente

antieuropeo ma solo nel senso che è stato il voto della nostalgia di un’Europa a 15, anzi per francesi e olandesi –entrambi stati fondatori- addirittura di un’Europa a 6, chiusa in se stessa, difesa da alti dazi, gelosa dei suoi privilegi e del suo protezionismo, irresponsabile e indifferente rispetto a ciò che accade fuori dei suoi confini..

Italia: fuga dall’Europa, direzione Argentina

Incoraggiato dal No francese e olandese, l’euroscetticismo italiano del centro-destra, fino ad allora costretto in un limbo di reticenza e di ambiguità, si è immediatamente trasformato in aperto e vociante antieuropeismo. Ci si riferisce solo al centro-destra perché Bertinotti, sostenitore del No alla Carta, come Fabius parla in nome di un preteso europeismo di sinistra ed è con il suo partito abbastanza isolato all’interno dell’Unione. Su questi temi infatti il centro-sinistra, che ha avuto il merito di aver portato l’Italia nella moneta unica, ha sempre rifiutato il ricorso a qualsiasi forma di demagogia populista a cui, con l’eccezione del partito di Casini e Follini, si è invece ripetutamente e incontinentemente abbandonato lo schieramento governativo nel ricorrente tentativo di scaricare sull’Euro e sull’Unione europea le proprie responsabilità. La Lega come sempre fa da provocatrice e da battistrada ma dietro c’è Tremonti con i suoi attacchi alla burocrazia di Bruxelles e, dietro ancora, si intravede sempre più chiaramente la regia di Berlusconi deciso a giocarsi proprio su questo terreno le proprie chances elettorali.

L’Italia aumenta il deficit e la commissione da il via alla procedura di infrazione? E’ una manovra politica suggerita da Prodi che continuerebbe a mantenere il controllo degli euroburocrati. L’Italia è in recessione? E’ colpa dei vincoli di Maastricht che impediscono una politica di sviluppo. L’industria italiana ha perso competitività? E’ colpa dell’euro che ha sottratto all’Italia quella straordinaria risorsa rappresentata dalla possibilità di ricorrere alla continue svalutazioni della lira. La bilancia commerciale è in preoccupante passivo? E’ colpa della concorrenza asiatica. E dunque aumento del deficit, gonfiamento illimitato dell’indebitamento che è pari a una volta e mezzo l’intero PIL,. allentamento dei vincoli della commissione e della Banca centrale, ritorno al protezionismo e all’innalzamento dei dazi doganali, magari ritorno alla liretta e alle sue svalutazioni. .

Non sono solo provocazioni. E’ l’allucinazione cui spinge da una parte l’economia drogata dalla finanza creativa (ora lo dice anche Siniscalco) e dall’altra la demagogia populistica da cui si attendono facili ritorni elettorali. Calderoli si è lasciato sfuggire che vorrebbe una lira ancorata al dollaro. Proprio così. Poi glielo

devono aver spiegato che la cosiddetta “dollarizzazione” era già stata sperimentata dall’Argentina, sappiamo con quali risultati, ed ha fatto un piccolo passo indietro. Ma quella è la direzione dove ci porterebbero se li si lasciasse fare.

Naturalmente nessuno si preoccupa di dire che la vera ragione della crisi è nella mancanza di riforme di struttura, quelle riforme del Welfare che sia i governi di Prodi, D’Alema e Amato, sia il governo Berlusconi hanno sempre rinviato. Nessuno dice che è stata irresponsabile una politica di riduzione delle imposte, tanto costosa per il bilancio dello Stato quanto insignificante per la grande maggioranza delle famiglie e dei cittadini, in una situazione in cui mancano risorse e investimenti per la ricerca e per la tecnologia (e da dove altrimenti il nostro sistema industriale, caratterizzato dal nanismo delle imprese e da industrie a bassa intensità di capitali e scarsa capacità di produrre valore aggiunto, potrebbe e dovrebbe guadagnare un recupero di competitività?). Nessuno dice infine che la riforma scolastica ispirandosi, per certi versi anche giustamente, alle esigenze di una scolarità di massa, ha abbassato il livello qualitativo delle nostre scuole senza minimamente preoccuparsi di ampliare i centri di eccellenza e di favorirne l’accesso ai meritevoli e alle intelligenze anche delle classi meno agiate o povere. Il confronto non solo con gli altri paesi industrializzati ma con alcuni paesi in via di sviluppo è decisamente sconfortante.

Europa, America, Euramerica ?

I neocon italiani, in gran parte nel frattempo divenuti anche teocon, non stanno nella pelle per la vittoria del No francese. L’odiata coppia Chirac-Schroeder è stata punita, il primo con la sconfitta al referendum, il secondo in un Land decisivo. Pensano forse che se si sfascia la “vecchia europa”, secondo la spregiativa definizione del falco Rumsfeld, gli Stati Uniti d’America ne possano trarre vantaggio stringendo più solide alleanze con la “nuova europa”, paesi dell’est più Gran Bretagna e finchè dura Italia. Le formulette van bene per una polemica politica e per qualche articolo di giornale. Dunque, non si facciano eccessive illusioni. Se entra in crisi l’Unione europea la crisi non travolgerà solo la vecchia europa. Entrerà in crisi l’unico altro grande polo democratico del mondo. C’è chi ritiene che gli USA con la guerra in Iraq abbiano dimostrato di poter fare da soli e di non aver bisogno dell’Europa. Nell’immediato, gli USA sono riusciti ad allontanare dal proprio territorio l’epicentro del conflitto con il fondamentalismo e il terrorismo islamico, spostandolo in Iraq e nel medio oriente e avvicinandolo all’Europa. Ma alla lunga si ritroverebbero più soli non solo di fronte al terrorismo islamico ma di fronte alla crescita economica (e militare) della Cina e dell’Asia e alle responsabilità che

l’equilibrio politico mondiale assegna alla loro egemonia imperiale. Ma davvero c’è qualcuno che pensa che la politica di esportazione della democrazia si avvantaggerebbe dalla crisi dell’unico modello di aggregazione democratica sovranazionale che si è creato nel mondo in sessanta anni? Certo gli Stati europei disgregati e divisi sarebbero più deboli a cospetto del governo di Washington, ma l’antiamericanismo ammantato di antimperialismo delle loro opinioni pubbliche diventerebbe assai più acceso e virulento di quanto non sia oggi , una volta che fosse caduto il facile capro espiatorio dell’UE su cui scaricare le proprie immediate frustrazioni, e coinvolgerebbe ben presto anche i paesi dell’europa dell’est. Solo uno strabismo schizofrenico può far vedere nel voto francese una bocciatura della politica franco-tedesca sull’Iraq. Con buona pace delle loro speranze, velleità e illusioni, la crisi dell’Europa sarà un fattore di crisi dell’intero occidente, cioè del mondo democratico.

Referendum: chi delegittima chi

Il prof. Gaetano Quagliariello ha rimproverato a Fini di non essersi comportato da gentiluomo perché un gentiluomo – come sosteneva Gladstone – fra la propria coscienza e il proprio partito sceglie sempre il proprio partito. Fin qui, non potendo contestare al presidente di AN il diritto di dire come la pensa e di esercitare la propria libertà di coscienza, restiamo al limite fra la battuta di spirito e il paradosso. No, per Quagliariello , Fini non è un gentiluomo per un’altra ragione: perché, sostenendo che l’appello all’astensione era diseducativo, avrebbe delegittimato l’astensionismo referendario in favore del quale si era così generosamente speso il presidente del Senato Pera, di cui il nostro è autorevole consigliere. Ma Fini e tutti i sostenitori del sì, anche volendo, non potevano delegittimare un bel nulla dal momento che il quorum è previsto dalla legge. E’ stato invece proprio l’astensionismo militante a delegittimare radicalmente sia l’istituto del referendum sia i sostenitori della tesi contraria alla loro, con i quali ci si è rifiutati di confrontarsi ad armi pari con la partecipazione al voto e sui quali si è fatta cadere l’ignobile accusa di essere portatori solo di disvalori e di essere negatori della sacralità della vita.

Ineffabile Pera

Il presidente del Senato ha superato sé stesso formulando una nuova teoria sui rapporti fra Stato e Chiesa: la separazione a frontiera variabile. I rapporti fra Stato e

Chiesa entrano dunque nella storia d’Italia in una nuova fase. Dopo il “libera Chiesa in libero Stato” di cavourriana memoria, dopo l’introduzione dei patti lateranensi nella Costituzione che tuttavia disegnava “uno Stato e una Chiesa, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani”, dovremmo rassegnarci ad avere una Libera Chiesa, assolutamente indipendente e sovrana nel proprio ordine con diritto di sconfinamento nella sovranità dello Stato in questioni di religione e di etica. Separazione a frontiera variabile e dunque Stato a sovranità limitata?

La parabola di Rutelli

Rutelli , mio antico compagno del partito radicale che ho sostenuto e votato come sindaco di Roma e come candidato premier del centro-sinistra, è certamente molto bravo e tutti dicono che è uscito rafforzato, nel confronto con Prodi e i prodiani all’interno della Margherita e in quello con i DS all’interno della Fed, per la sua scelta astensionistica nel referendum sulla fecondazione assistita. E’ stato un calcolo neppure troppo azzardato e rischioso. Gli è andata bene ed ora si accinge a raccoglierne gli interessi. Intendiamoci la politica è anche scelta di opportunità. Nulla dunque di riprovevole nel saper calcolare salvo che quando i calcoli di opportunità prescindono dalle convinzioni scadono nell’opportunismo e quando le convinzioni mutano troppo radicalmente e rapidamente, a seconda delle compagnie e delle convenienze politiche , scadono nel trasformismo. Questo non è probabilmente il caso di Rutelli ma il cambiamento è stato così drastico da giustificare questi giudizi che gettano un’ombra sull’immagine di uomo nuovo della politica italiana a cui Francesco sembra tanto tenere.

Pannella, i radicali e la sconfitta referendaria

Con Pannella e i miei amici radicali ho avuto negli ultimi dieci anni molti dissensi e, nei pochi consensi, ho condiviso qualche rara vittoria, qualche bella battaglia, e alcune gravi sconfitte per lo più referendarie. Conoscendo bene Marco so che non servirà a nulla ma proverò ugualmente a rivolgergli due raccomandazioni.

La prima: penso che dovrebbe guardarsi, nell’amarezza della sconfitta, dall’attribuire al “regime” tutta e sola la responsabilità dell’astensionismo. Il regime c’è. Uno Stato che in tutte le sue manifestazioni (dal giorno della fissazione della data all’uso vergognoso del servizio pubblico radiotelevisivo) mette in atto tutti gli

espedienti per scoraggiare l’informazione, il dibattito, la partecipazione, si comporta come il più subdolo dei regimi. C’è questo ma non c’è solo questo, c’è molto altro. C’è una mutazione nella società italiana e soprattutto nelle generazioni più giovani che non può essere sottovalutata e in cui confluiscono in maniera solo apparentemente contraddittoria, in realtà devastante, il superficiale ossequio al messaggio mediatico della Chiesa e la meccanica adesione ai modelli e ai comportamenti indotti dalla cultura di massa e dalle televisioni. Accanto a questo c’è una caduta nell’indifferenza, c’è la lontananza e la sfiducia dalla e nella politica, un rifugiarsi nel proprio particolare, un rifiuto di lasciarsi coinvolgere, una diffusa caduta della partecipazione.

Se fosse solo una questione di regime e di informazione, questo potrebbe spiegare le percentuali astensionistiche del mezzogiorno e dei piccoli centri, non spiega l’andamento nelle grandi città dove l’informazione e la campagna referendaria c’è stata. Poi – è inutile negarlo – c’è stata la penetrazione, in larghi strati della popolazione, degli appelli del Papa e della Cei e quella della campagna terroristica sulla selezione genetica, sulla manipolazione degli embrioni, su una ricerca scientifica produttrice di Frankenstein: una campagna a cui non si in è parte potuto ma nella parte in cui si poteva non si è saputo rispondere adeguatamente e con altrettanta efficacia. Potevamo ritenere di essere una potenziale maggioranza che la CEI si preoccupava di neutralizzare con il ricorso all’appello astensionistico. Dobbiamo prendere atto che, nella migliore delle ipotesi, ci siamo ritrovati minoranza, una minoranza che si è dovuta contare a fronte di un’altra minoranza che invece ha sfuggito il confronto e può ora tentare di annettersi la grande maggioranza degli astensionisti indecisi, indifferenti e semplicemente assenti. Non importa, la battaglia andava combattuta ed anche le sconfitte possono servire. Ma per organizzare la resistenza contro una ripresa del potere clericale sulla Repubblica non è utile tentare di sminuirla o di ignorarne le cause.

La seconda: sarebbe ingeneroso e sbagliato riversare sui D.S., abbandonandosi ad un vecchio e logoro riflesso condizionato, una parte della responsabilità della sconfitta per le indecisioni iniziali, per le resistenze di una parte della loro classe dirigente, per il defilamento dei suoi sindaci e dei suoi amministratori. I DS non sono il vecchio PCI, nel bene e nel male, ma da loro è venuto il contributo decisivo alla raccolta delle firme, L’Unità di Furio Colombo e di Antonio Padellaro vi si è impegnata senza riserve e lo stesso ha fatto il segretario Fassino che ci ha messo la sua faccia, la quasi totalità del suo tempo e le sue notevoli capacità di persuasione. Ai DS appartengono inoltre Lanfranco Turci e Barbara Pollastrini, che hanno avuto un ruolo assai importante nel comitato promotore, e lì dove l’organizzazione politica è tuttora presente e viva e non si è ridotta a una sovrastruttura del potere

amministrativo la mobilitazione di base c’è stata. I DS sono stati alleati in questa battaglia. Gli avversari sono stati altrove.

Fassino e i DS fra Prodi e la Margherita, fra Rutelli e Bertinotti

Il No della Margherita alla lista unica mette in crisi la proposta riformista dell’Ulivo, la cosiddetta FED. Questa strategia politica, che del resto non aveva mai condiviso, è stata bloccata da Rutelli che sembra preferirle l’idea di un Ulivo non convergente ma al suo interno concorrenziale fra la Margherita e i DS, un Ulivo a due

gambe, che metta la Margherita nella condizione di intercettare i voti in uscita dalla Casa della Libertà e l’effetto di un possibile sfaldamento di Forza Italia, soprattutto nel mezzogiorno, nelle isole e nel centro del paese. Dal suo punto di vista i risultati delle regionali nelle regioni dove i DS, sbagliando, hanno accettato le liste separate, sembrano confortare la sua previsione: qui la crescita della Margherita è stata impressionate mentre in molti casi i DS sono diventati un partito minore. Valgano per tutti gli esempi della Campania dove le due liste di De Mita e di Mastella, separate, hanno totalizzato il 26 per cento dei voti e i DS di Bassolino sono il secondo partito o della Sicilia dove in grandi città i DS totalizzano risultati a una sola cifra. Rutelli sembra ispirarsi a Mitterrand quando rovesciò i termini e i rapporti di forza dell’alleanza di sinistra, ridimensionando il PCF e assegnando a lungo e stabilmente al partito socialista il ruolo di forza preminente. Tuttavia le differenze sono evidenti. Tralasciando quelle politiche e ideologiche (i partiti non sono solo dei contenitori) ce n’è una che è difficile ignorare. Fuori dell’Ulivo, dove la separazione e la concorrenza interna sono fattori di indebolimento politico complessivo anche se non necessariamente elettorale, le gambe con Rifondazione diventano tre e intorno a queste tre gambe –a parte le decisioni che prenderanno i prodiani – c’è l’affollarsi di molti cespugli (SDI, verdi, comunisti italiani, Italia dei valori, Repubblicani europei) costretti senza la lista dell’Ulivo a presentarsi tutti divisi con un enorme rischio di dispersione dei voti : questo spiega la indignata polemica di Boselli che sull’Ulivo aveva investito tutta la strategia del suo partito.

A questo punto tutti si chiedono che cosa farà Prodi e cosa faranno i prodiani (e qualcosa dovranno pur fare). Ci si deve chiedere invece che cosa faranno i DS. Fassino e l’intero partito conservano del vecchio partito comunista il mito dell’unità: l’unità nella politica delle alleanze prima di ogni altra considerazione pagando prezzi anche consistenti agli alleati in termini di potere ed anche elettorali (si pensi in passato alla sopravvalutazione delle componenti socialiste nelle cooperative, nelle giunte rosse, nel sindacato o alla profusione di collegi sicuri a personalità non

comuniste nella sinistra indipendente). Questo riflesso è comprensibile ma prima se ne libereranno meglio sarà per loro e per la sinistra. Il PCI , che rappresentava il 30 per cento, non c’è più da tempo e il partito riformista probabilmente non ci sarà. Ci sono invece i DS, stretti da una doppia concorrenza nell’Ulivo da parte di Rutelli e della Margherita e, nell’Unione, da parte di Bertinotti e di Rifondazione. Ai DS tutti, da Prodi a Bertinotti, da Rutelli a Mastella ai cespugli, chiederanno di pagare il prezzo maggiore dell’unità in termine di collegi, di candidature, di rappresentanza e di potere. Se, come sembra, passa la strategia della concorrenzialità alla concorrenza si deve rispondere con la concorrenza. E’ un problema di politica ma ormai anche di identità. Prodi ha la fabbrica del programma, Rutelli fa il convegno con Monti per affrontare il tema del declino della economia italiana. E i DS? Si limitano a mediare? Prodi e Bertinotti propongono ricorrentemente le primarie. Si smetta di averne paura. Le si affronti e le si affronti davvero, come disse D’Alema, ovunque in tutti i collegi, per la scelta dei governatori, dei sindaci, dei deputati e dei senatori. Sembrava una minaccia e invece può essere la strada da seguire davvero. Le si affronti con attenzione a quanto accade nella società, con spirito di apertura nei confronti degli alleati, ma le si affronti e le si scelga come miglior criterio di selezione della classe politica e come strumento per riorganizzare una presenza articolata ed efficace, in questo davvero socialdemocratica, sul territorio anche a rischio di sconvolgere le abitudini di un vecchio apparato che preferisce invece la strada più comoda dell’ingessatura politica ed elettorale, come è accaduto con la legge elettorale toscana. Se questa è la situazione, ha ragione Adriano Sofri, bisogna fare punto e a capo. Non mi pare una grande idea, per salvare la FED, quella di proporre un Ulivo a geometria variabile: uniti al nord e nelle regioni rosse, dove la Margherita è più debole, divisi al centro e al sud dove è in grande espansione.

(Quaderni Radicali n. 91 – maggio giugno 2005)

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