Crisi dell’Europa: fallimento definitivo o nuova opportunità?

Se in Francia avesse vinto il sì alla carta costituzionale europea, Blair avrebbe inaugurato il suo semestre non con un discorso euroentusiasta ed eurottimista ma con toni euroscettici ed europessimisti. In quel caso infatti avrebbe parlato davanti al Parlamento avendo dietro le spalle l’ipoteca del referendum britannico, indetto per i prossimi mesi e nel quale l’opinione pubblica del suo paese si sarebbe rivelata con ogni probabilità assai più antieuropea di quella francese. Difficile dire se in quel caso il compromesso sul bilancio si sarebbe raggiunto ma è certo che il premier britannico avrebbe dovuto esercitare le sue capacità oratorie giocando in difesa anziché in attacco. Con la Francia che ha sottratto alla Gran Bretagna il ruolo di guastafeste, si è invece potuto permettere prima di disdire il referendum britannico e di bloccare in Consiglio europeo il compromesso sul bilancio per poi giocare davanti al Parlamento la carta dell’europeista convinto, gettando sul piatto la disponibilità britannica a ridiscutere il proprio cospicuo rimborso a condizione che gli altri siano disponibili a ridiscutere una diversa allocazione delle risorse.

Blair è un grande oratore parlamentare e un grande seduttore, è anche un vero leader politico, specie rara di questi tempi, ma quando ci propone il modello britannico, quando ci parla di contenuti ( più risorse alla ricerca, alla tecnologia, alla formazione e meno all’agricoltura ; più competitività e meno corporativismo e protezionismo), parla da primo ministro di sua maestà la Regina, non parla come presidente di una Unione europea che il governo del suo paese, certo non meno di quello di Parigi, ha la responsabilità di aver mantenuto impotente e priva, salvo alcuni settori oggi non più determinanti, di qualsiasi potere e sovranità.

E’ questo l’abbaglio che ha spinto molti commentatori europei, anche europeisti, ad accogliere con entusiasmo il discorso del premier britannico: la confusione tra il piano delle analisi e dei contenuti e quello delle politiche istituzionali europee. E’ fuor di dubbio che sul piano delle analisi Blair abbia ragione: il voto francese e quello olandese non sono stati voti necessariamente contro l’Europa e tanto meno contro la Carta costituzionale, sono stati invece dettati dall’insicurezza e dalla paura: l’insicurezza nel veder minacciata una antica condizione di privilegio e benessere, la paura dell’immigrazione, dell’allargamento, della Turchia, della globalizzazione. E sui contenuti, come dargli torto quando afferma che l’Europa è immobile e invecchiata e stenta a stare al passo con un mondo che cambia rapidamente o quando dice che economia e socialità possono crescere insieme ma solo come prodotti di una politica basata sullo sviluppo e sulla competitività?

Blair ha anche ragione quando dice che la crisi dell’Unione è la conseguenza di una mancanza di leadership. Ma da quali istituzioni e da quali regole condivise dovrebbe nascere questa leadership? La carta costituzionale è stata bocciata da due paesi fondatori e messa nel congelatore. L’asse renano su cui nel bene e nel male si era retto l’equilibrio dell’Unione si è rotto e nessuna alternativa è all’orizzonte. L’allargamento ad est deve andare avanti (anche qui ha ragione: non è un pericolo ma una opportunità), l’integrazione nella politica estera e di difesa è più che mai necessaria. Bene ma come pensa si possano realizzare? Non certo con una Unione basata solo sulla cooperazione intergovernativa, condannata alla regola dell’unanimità e bloccata dalla politica dei veti incrociati. Non certo con un bilancio che è nettamente sottodimensionato rispetto agli oneri che gravano sull’allargamento. Tanto per dire, si può anche decidere uno spostamento delle risorse dall’agricoltura alla ricerca, alla tecnologia e alla formazione ma queste – se non vado errato – sono tutte materie in cui l’Unione non ha competenza e che gli Stati nazionali (in primo luogo il Regno Unito) hanno gelosamente mantenuto nella sfera della loro autonomia decisionale. E allora come si può immaginare una politica dell’Unione in questi settori, che si fa, un nuovo trattato?

Poi naturalmente c’è il bicchiere (o quel che rimane del bicchiere) mezzo pieno. Nella situazione data, dopo i voti negativi di Francia e Olanda, Blair – che è comunque il primo ministro più favorevole all’Unione europea che il Regno Unito abbia avuto – ha pronunciato il miglior discorso che potesse essere pronunciato dal leader di un grande paese che ha sempre guardato con sufficienza e diffidenza insulare all’integrazione politica dell’Europa. Ed ha indicato, con maestria e ottimismo, una strategia, una direzione – forse l’unica possibile – lungo la quale riallacciare il dialogo e riavviare il cammino dell’unità. Ha agito con la convinzione di chi sa che l’Unione è in crisi ma non è morta e che, proprio nei momenti di crisi, bisogna fare appello al senso di responsabilità degli Stati e dei loro governi. Con buona pace degli sfascisti dell’Europa e di tutti coloro che hanno trovato comodo scaricare su Bruxelles le proprie responsabilità è difficile per i vecchi partner immaginare di poterne fare a meno e, per i nuovi, esposti al pericolo di risorgenti nazionalismi, sarebbe disastroso rinunciare alla speranza e alla promessa che essa ha per i loro popoli tanto a lungo rappresentato.

Blair deve aver ricordato gli incontri di De Gaulle e di Adenauer che posero le basi nella prima metà degli anni 60 del cosiddetto asse renano, sanando una grave crisi che si era determinata nella Comunità europea per effetto della politica della “sedia vuota” decisa e praticata dal governo di Parigi. E deve aver pensato che, se la politica e la diplomazia avevano potuto rinsaldare allora i rapporti con De Gaulle e con un governo francese che contrapponeva l’ “Europa delle patrie” all’idea di

integrazione politica sopranazionale, a maggior ragione questo dovrebbe essere possibile oggi. Naturalmente dobbiamo augurargli e augurarci che abbia ragione e che ci riesca. Senza dimenticare e sottovalutare tuttavia una importante differenza: che pur nella gravità della crisi di allora, il confronto con l’URSS rappresentava (nonostante la retorica gollista dell’Europa da Gibilterra agli Urali) un potente fattore di aggregazione per i paesi membri della Comunità mentre oggi la domanda di Europa dei paesi dell’est, che è la principale conseguenza del dissolversi dell’impero sovietico, rischia di tramutarsi in un fattore certo di insicurezza ma forse anche di disgregazione delle nostre opinioni pubbliche e di conseguenza per i loro stati e le loro fragili classi dirigenti.

Blair ha anche avuto il merito di spazzare via le polemiche non politiche, non istituzionali e non programmatiche ma solo ideologiche su una Europa liberista e antisociale contrapposta in Europa sociale e antiliberista. Lo ha fatto innanzitutto difendendo la socialità della politica liberista del suo governo. Ma esiste una ideologia liberista assai più pericolosa politicamente per l’Unione: è quella che sul piano europeo traduce lo slogan “meno Stato più mercato” nella formula “meno istituzioni, meno euroburocrazia e più area di libero scambio”. E’ una posizione che ha una forte diffidenza nei confronti delle istituzioni e della politica quando pretendono di governare l’economia e che da una parte confina con l’estremismo anarcocapitalista ma dall’altra può tramutarsi facilmente, come è accaduto in Italia, nel neoprotezionismo e nel neocolbertismo. E’ contro questo liberismo dell’Europa solo area di libero scambio, di cui a torto o a ragione la Gran Bretagna veniva considerata il leader naturale, che Blair ha voluto puntare l’attenzione negando con decisione che il suo governo intenda muoversi lungo questa direzione e affermando con forza che l’Europa o sarà un soggetto politico o non sarà.

C’è anche da sperare che questa crisi reale faccia diradare le nebbie diffuse dalle divisioni fittizie, dalle polemiche, dai veleni prodotti dalla sciagurata guerra dell’Iraq e dalla ancora più sciagurata teoria neocon della guerra preventiva. Che ne è della contrapposizione fra nuova e vecchia Europa, secondo l’espressione di Rumsfeld? E’ del tutto evidente che se l’Unione va in crisi, la vecchia Europa piange ma la nuova (i paesi dell’ex blocco sovietico) certo non ride. Allo stesso modo chi sperava, non solo negli Stati Uniti, che un indebolimento europeo avrebbe rafforzato l’America forse ora potrà rendersi conto che la crisi dell’unico altro grande polo di aggregazione democratica continentale rappresenta un indebolimento non della sola Europa ma dell’intero mondo democratico. Basti pensare ai problemi, enormi, che prospettano sia la crisi possibile dell’allargamento dell’Unione ai paesi dell’est e sia la politica della porta chiusa nei confronti della Turchia.

E l’Italia? Siamo lontani sia dai tempi di De Gasperi e di Sforza, che furono fra

i leaders del processo iniziale di formazione delle istituzioni comunitarie sia dagli anni del primo trattato di Roma che ha avuto una lunga vita e dimostrato una grande capacità di espansione ma anche dal ruolo che Craxi e Andreotti, dialogando sia con Berlinguer sia con Spinelli e Pannella, seppero assicurare all’Italia al momento del Trattato di Maastricht. Ci sarebbe bisogno di qualche idea ma soprattutto della volontà di giocare un ruolo positivo in Europa e nel mondo. E invece abbiamo un governo che da una parte è inchiodato alla condizione di piccola potenza che, senza essere la Gran Bretagna, sceglie un rapporto privilegiato (ma anche necessariamente subalterno) agli Stati Uniti e, dall’altra gioca la carta irresponsabile di scaricare sulla commissione di Bruxelles e sull’euro tutte le responsabilità dei propri fallimenti e delle proprie responsabilità. Se negli altri paesi, di fronte al problema delle ratifiche e alla possibilità di un crisi dell’Unione, è emersa molta fragilità e molta impotenza, qui è affiorato solo un gioco alquanto miserabile e cinico. Ciò che invece meraviglia e preoccupa è lo stato confusionale, che di fronte all’esplodere di una crisi prevedibile, sembra caratterizzare il centro-sinistra almeno nelle reazioni di alcuni suoi leaders. Rutelli ha affrettatamente parlato di geometrie variabili e di Europa a due o più velocità. Intendiamoci, sono ipotesi che non si possono escludere a priori e possono anche essere prese in considerazione ma che per i problemi enormi che prospettano ( cooperazioni cosiddette rafforzate, moltiplicazione e frazionamento dei centri decisionali, pericolo di ampliare le burocrazie anziché snellirle, rischio di ulteriore marginalizzazione del ruolo del Parlamento) presuppongono un progetto sul quale sarebbe preferibile concentrarsi. Da Prodi, che è stato presidente della Commissione e che ha avuto un ruolo importante sia nella formulazione della carta costituzionale sia nella politica di allargamento, sarebbe stato lecito aspettarsi uno straccio di idea, invece si è limitato a rispolverare la questione delle radici cristiane in concorrenza a Pera e a dare per scontato il fallimento delle trattative con la Turchia (e siccome non è il commento di un passante ma di un leader europeo c’è da chiedersi se si sia reso conto della gravità di questa affermazione). Ma è da qui – dal centro-sinistra (e da dove se no?) – che il dibattito sulla crisi attuale e su un progetto di ripresa del processo di integrazione politica dell’Europa deve ripartire.

Come è stato sbagliato e irresponsabile ieri contrapporre le responsabilità dell’Unione europea a quella degli Stati nazionali, dal momento che l’Unione è come i governi nazionali l’hanno voluta, così è estremamente pericoloso oggi pensare che il ritorno allo Stato nazione possa essere una alternativa al fallimento dell’Unione europea. C’è stato uno scontro significativo fra Barbara Spinelli, editorialista della Stampa, e Angelo Panebianco sul Corriere della Sera. A Barbara Spinelli che aveva parlato, forse esagerando, di morte degli stati nazionali, Panebianco con molta sufficienza ha replicato che gli Stati nazionali sono più vivi che mai. Apparentamente

ha ragione Panebianco. Essi hanno conservato, anche all’interno dell’Unione, quasi tutta la propria sovranità e quasi tutti i loro poteri. Inoltre è ancora nella dimensione nazionale che la democrazia è funzionante mentre la democraticità dell’Unione è assai deficitaria (anche qui non per colpa di una inesistente Europa ma per responsabilità degli Stati e dei loro governi). Ma solo apparentemente. Basta volgere lo sguardo indietro di un secolo per rendersi conto di cosa erano gli Stati nazione europei di allora e di cosa sono oggi, di cosa era il resto del mondo allora (a cominciare dagli Stati uniti per finire alla Cina, all’India, al Sud America) e di cosa è oggi. Non occorre essere Huntington per fotografare lo sviluppo dei processi storici e rendersi conto della differenza. E non è un inutile esercizio di fantasia chiedersi che cosa sarebbero oggi se non ci fossero state, pur con i loro limiti e difetti prima la CEE, poi la CE, infine la UE. Nel mondo di oggi non uno degli attuali Stati nazione – neppure la Gran Bretagna – può aspirare ad aver un ruolo rilevante nella politica mondiale. Gli Stati nazione hanno bisogno dell’Europa o saranno condannati a un ruolo marginale e subalterno.

(Diritto e Libertà n.11)

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