Nostalgia degli imperi

“Ci serve un nuovo impero d’Occidente”, così titola Il Riformista del 25 luglio un interessante articolo del suo direttore scritto dopo l’impressionante serie di attentati di Londra, Baghdad, Instanbul e Sharm el Sheikh. Polito fa riferimento alla rivalutazione non solo storiografica degli imperi del passato “che a tutt’oggi rimangono la forma più efficace mai sperimentata nella storia per governare le diversità, farle convivere, dare alle nazionalità una cornice sovranazionale nella quale risolvere rivalità e conflitti”. E’ vero. Nell’impero austroungarico come in quello britannico, in quello romano come in quello zarista, ovunque quando si verificavano pogrom o conflitti etnici o religiosi, gli imperatori li lasciavano prima sfogare e poi inviavano i loro eserciti a proteggere i sudditi perseguitati e a punire quelli che avevano invece turbato la pace imperiale. E’ discutibile che quei pogrom e quei conflitti siano paragonabili all’attacco che il fanatismo terrorista sta portando alla civiltà occidentale ma la tesi è sacrosanta: non si può pensare di contrastare una guerra di carattere globale condotta da una forza invisibile e imprendibile in ordine sparso, affidandosi ciascuno alle proprie istituzioni e ai propri calcoli nazionali. Solo che, se bin Laden per la sua visione fanatica dell’Islam può pensare di restaurare il califfato, è difficile che i nostri Stati nazionali possano pensare di restaurare i vecchi imperi basati non solo sulla prevalenza e il dominio della rispettiva “madre patria” (Roma o Londra, Vienna o Mosca, Lisbona o Madrid) ma anche su un diritto autoritario e sulla forza degli eserciti.

L’unica alternativa ai vecchi imperi che il costituzionalismo moderno ha concepito è il federalismo democratico che in alcuni casi è stato sperimentato con successo e almeno in parte è riuscito a frenare gli effetti di frammentazione che la dissoluzione degli imperi ha quasi sempre determinato. A differenza di quanto si è verificato nell’America spagnola e nell’ex Unione sovietica, l’America anglosassone, l’America portoghese e l’India –quest’ultima nonostante le separazioni del Pakistan e del Bangladesh- sono riuscite infatti a conservare in epoche e per effetto di vicende tra loro assai diverse la propria unità. In tutti e tre i casi si tratta di subcontinenti di immensa estensione territoriale, con caratteristiche multietniche e multiculturali, governati con diversi sistemi federali: presidenziale democratico e uninominale gli Usa, presidenziale e parlamentare proporzionale il Brasile, parlamentare uninominale l’India. Se si vogliono trovare cornici e poteri sovranazionali è a questi tre esempi,

pur con le loro contraddizioni, la loro fragilità e gli immensi problemi che nella loro storia si sono trovati ad affrontare, che bisogna guardare. Dunque non serve “un nuovo impero d’Occidente”, servono soluzioni sovranazionali e perciò, comunque le si voglia chiamare, federali. E’ quanto faticosamente da più di mezzo secolo si è tentato di fare in Europa, facendo ogni volta un passo avanti per essere risospinti la volta successiva di mezzo passo indietro a causa della dura resistenza degli stati nazionali a mettere seriamente in gioco una parte della loro sovranità e dei loro poteri. E’ qui e solo qui, in questa resistenza e non nella molteplicità delle lingue e nella diversità delle storie e delle culture, il vero problema. Ed è qui e solo qui, intorno a questo problema, che si decide il destino dell’Europa e dei suoi popoli se non vorranno rassegnarsi ad avere un ruolo marginale, necessariamente subalterno, nella storia futura: quello di essere ridotti a rappresentare soltanto un glorioso passato, il destino, evocato da Dominique Monsui in un articolo sul Corriere della sera del 26 luglio, che toccò alla Repubblica di Venezia per non aver saputo e voluto cambiare la propria politica e le proprie istituzioni di fronte a mutamenti epocali in atto in maniera irreversibile da oltre un secolo.

Il direttore del Riformista – in passato diffidente di fronte ad ogni progetto di Unione sovranazionale – si augura che la minaccia rappresentata dall’offensiva terroristica possa richiamare gli Stati europei alle loro responsabilità che non possono non consistere nella ripresa del cammino dell’Unione e in un rapporto più stretto e positivo fra Europa e Stati Uniti e fa affidamento, per questo, nei cambiamenti elettorali che possono verificarsi presto in Italia, in Germania e in Francia. Non possiamo non augurarcelo anche noi. E’ vero, del resto, che quel tanto o poco di istituzioni sovranazionali che abbiamo e che hanno avuto la forza di allargarsi a sempre nuovi paesi e purtroppo non quella di rafforzarsi e di consolidarsi, furono costruite per far fronte, oltre mezzo secolo fa, a un altro pericolo: quello sovietico. E tuttavia è bene aver presenti le differenze. L’impero sovietico aveva un effetto centripeto sugli Stati dell’Europa occidentale mentre l’impero di bin Laden è solo virtuale, inafferrabile e invisibile e le sue strategie possono avere l’effetto di dividerci anziché di unirci, suscitando dinamiche da “si salvi chi può” soprattutto in un periodo di rinascenti nazionalismi e sciovinismi e di incredibile debolezza e fragilità delle classi dirigenti.

Islam : alla ricerca dei moderati

La tesi di coloro che parlano di guerra di civiltà e di religione e che ritengono tutto l’Islam per sua natura intollerante e fondamentalista è senza alcun dubbio

sbagliata e controproducente. Non per questo deve essere presa per buona la tesi opposta di tutti coloro che, quasi per esorcizzarne la minaccia, considerano i terroristi una piccola minoranza di fanatici (lo ha detto anche Benedetto XVI) e lo stesso fondamentalismo come una deviazione intollerante e violenta di un Islam nella sua grande maggioranza moderato e dialogante. Se la tesi dei primi è pericolosa perché rischia di fare di ogni erba un fascio e di suscitare un fanatismo contrapposto (il maccartismo antiislamico temuto da Giuliano Amato), quella dei secondi appare ingenuamente irenica.

Esiste certo un Islam moderato e tollerante, aperto ai valori democratici come testimoniano tanti intellettuali e tante donne in Algeria come in Egitto, in Iran come in Afghanistan, costretti tuttavia a vivere sotto la costante minaccia dei fondamentalisti e spesso perseguitati dai loro stessi Stati. E anche in Italia questo Islam moderato e tollerante certamente esiste ma forse bisogna più utilmente ricercarlo nelle file di quella grande maggioranza di cittadini e lavoratori immigrati di fede mussulmana che, per ammissione dello stesso ambasciatore Scialoia, non frequentano le moschee. Non si può tuttavia ignorare che il fondamentalismo islamico è riuscito negli ultimi anni ad erigere barriere che prima non esistevano alla integrazione degli immigrati mussulmani nelle società occidentali, proponendosi l’obiettivo dichiarato di costituire società parallele e comunità separate. In secondo luogo la sua influenza e la sua penetrazione tendono ad irrigidire – soprattutto nei giovani – costume e stile di vita in una difesa dell’identità affidata a una lettura solo legalistica e letterale del Corano, di cui il prezzo più alto è pagato dalle donne. E se non esiste una corrispondenza automatica con il terrorismo, che ne rappresenta una manifestazione estrema e violenta, è tuttavia nel fondamentalismo che le organizzazioni terroristiche trovano il loro terreno di cultura e reclutano i candidati al martirio omicida e stragista.

Bene dunque la costituzione di una Consulta e bene l’appello al dialogo – quello di Pisanu come quello di Prodi – purchè ci si intenda su cosa si deve dialogare. Il dialogo con la costituenda Consulta deve servire a legalizzare e a controllare l’insediamento e la costruzione delle moschee, fin qui avvenuto in forma caotica e anarchica, il loro funzionamento, i criteri di scelta degli imam, i loro rapporti con lo Stato e con le comunità locali. Ma deve essere chiaro che i cittadini di fede mussulmana e gli altri che lavorano nel nostro paese grazie a un regolare permesso di soggiorno hanno gli stessi diritti e gli stessi doveri di tutti gli altri cittadini davanti alla legge della Repubblica. Si deve impedire che la Consulta possa essere utilizzata per attribuirle e legittimare una sorta di rappresentanza di fatto dell’intera comunità mussulmana da parte dell’organizzazione religiosa delle moschee. Ma soprattutto deve essere chiaro che non è ammissibile nessuna forma di diritto parallelo. Può

sembrare una raccomandazione scontata e inutile. Ma ciò che è accaduto in altri paesi che hanno conosciuto il fenomeno prima di noi e in dimensioni molto maggiori della nostra dimostra che proprio questi pericoli sono stati sottovalutati e si è creato un piano inclinato che quasi inavvertitamente ha portato a determinare nella prassi ma anche nei regolamenti e a volte perfino nella giurisprudenza una sorta di prevalenza dei diritti della comunità su quelli dei singoli. La legge Chirac sul velo può essere discutibile ma è intervenuta per interrompere questo piano inclinato. Non è stata una imposizione giacobina, non è stata l’affermazione di un laicismo imposto come religione di stato (in Italia siamo abituati a spararle grosse assai), è stata semplicemente la riaffermazione del principio che le istituzioni laiche dello Stato – a cominciare dalla scuola pubblica – sono luoghi di neutralità attiva e di convivenza di diverse fedi e convinzioni religiose. Ed è stata anche un rimedio ad una situazione nella quale la campagna per la libertà di velo nascondeva e contrabbandava una politica di imposizione del velo alle ragazze mussulmane da parte della comunità, delle famiglie, dei fratelli maschi, dei compagni di scuola.

Forse a tanto non saremmo costretti ad arrivare in un senso o nell’altro se invece di impegnarci ogni giorno in improbabili guerre culturali, prestassimo puntuale attenzione a impostare correttamente i problemi della vita del diritto che interferiscono con la vita quotidiana della persone.

Islam: l’aspettativa dell’otto per mille

Dietro il problema della rappresentanza della comunità mussulmana c’è il problema della definizione dell’interlocutore destinato a trattare l’intesa con lo Stato prevista per le religioni diverse dalla cattolica dal concordato firmato da Bettino Craxi. Al centro di queste intese c’è, come è noto, il problema dell’attribuzione a ciascuna confessione religiosa della parte ad essa spettante dell’8 per mille delle entrate dell’Irpef, secondo le modalità e i calcoli previsti dalla legge. Al centro dei commenti ci sono stati molti argomenti : la differenza rispetto alle altre confessioni, la mancanza di una Chiesa gerarchicamente organizzata, la difficoltà di individuare i criteri di rappresentanza, il pericolo che questi fondi dello Stato – pagati da tutti gli italiani – possano finire per finanziare il terrorismo. Nessuno tuttavia ha posto in discussione lo stesso principio dell’ 8 per mille, il principio cioè del finanziamento statale della Chiesa che con molto ritardo il legislatore ha dovuto estendere, per effetto degli articoli della costituzione che stabiliscono l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e la libertà religiosa, alle altre confessioni.

Strani liberisti

Benedetto della Vedova, giovane economista, bocconiano, militante e già deputato europeo radicale, commentatore economico di Radio Radicale, collaboratore del Sole XXIV Ore, di recente nominato dal Governo consigliere del CNEL, ha espresso il proprio dissenso sugli attuali orientamenti pannelliani ed ha ribadito in una intervista di ritenere più naturale il dialogo e la collocazione dei radicali all’interno della Casa della Libertà rispetto alla ricerca di una iniziativa comune con i socialisti che porterebbe i radicali nell’Unione. Della Vedova è un intransigente liberista, oltre a definirsi liberale. Si può comprendere che possa storcere il naso di fronte al modesto tasso di liberismo dei programmi del centrosinistra. Ma non ci dica che la Casa della libertà del duopolista Berlusconi e del neocolbertiano Tremonti è liberale e liberista. Un Berlusconi liberale e liberista è altrettanto improbabile del Berlusconi leader democratico e statista riformatore (il mitico cavaliere bianco del 1994) a cui molti radicali hanno dato credito in passato e che ogni tanto si illudono di ritrovare.

Nuova laicità o neoclericalismo?

Ci sono affermazioni nell’intervista del Cardinale Scola al Corriere della Sera che, giudicate fuori dal contesto, potrebbero indurre un laico ad esclamare ‘finalmente, era ora che anche un Cardinale lo dicesse’: “ripensare il rapporto fra identità e differenze”; “identità e differenze sono concepibili sempre e solo in relazione fra loro”; “se per dire io devo porre l’altro, immediatamente riconosco che ci sono altri soggetti oltre me, se io sono soggetto di dignità e diritti inalienabili è chiaro che anche l’altro lo è”; “ripensare il potere come riconoscimento e la società civile come spazio dialogico in cui questo riconoscimento reciproco fra persone e fra comunità si esercita, regolato dalle istituzioni statali”. Sarà, ma anche dopo la lettura di questa bella e aperta, interessante e dialogica intervista del Cardinale, io in quanto altro, non mi sento tanto riconosciuto, ma piuttosto respinto e negato. Provo a spiegarmi. Secondo Scola la Chiesa è interessata al dialogo su una nuova teoria della laicità, non – devo supporre – a un dialogo concordatario fra Stato e Chiesa, ma ad un dialogo fra cattolici che si riconoscono nella dottrina della Chiesa e non cattolici (“voglio rischiare la mia verità attraverso la testimonianza”, …. “proporre per intero la mia idea di vita buona in competizione dialogica con le altre”). Ma per essere seria e accettabile la proposta del Cardinale dovrebbe riconoscere agli altri che lui

definisce “non credenti” (mentre sono semplicemente i non cattolici e i cattolici che non si riconoscono totalmente nella dottrina della Chiesa) il diritto di dialogare non solo su un nuovo concetto di laicità ma anche su un nuovo concetto di religiosità. Dialogo difficile infatti se da una parte c’è il “credente”, il portatore della verità, il propositore della vita buona e all’altro viene assegnato automaticamente e solo il ruolo di negatore della verità e di oppositore delle condizioni che renderebbero possibile una vita buona. E’ quanto si è verificato nei referendum sulla fecondazione assistita e sulla libertà di ricerca che hanno lasciato “l’amaro in bocca” anche al Cardinale: da una parte i difensori della vita, dall’altra i luciferini manipolatori della vita, da una parte i valori, dall’altra solo disvalori. Non altri valori, non una diversa concezione della difesa della vita. Forse nessuno sarebbe rimasto con l’amaro in bocca se il dialogo, nel confronto democratico sul referendum (e dove se no?), fosse avvenuto a viso aperto e lealmente. Chiunque ne fosse uscito sconfitto o vincitore, sarebbe stato un verdetto democratico e quindi un vero dialogo, aperto a ribaltamenti futuri o ad aggiustamenti successivi e modificazioni condivise. Nessuno intendeva e poteva negare alla Chiesa di testimoniare fino in fondo la propria verità anche nel confronto democratico. Invece la Chiesa e le sue organizzazioni hanno scelto il non expedit del Card. Ruini. L’astensione per ottenere il mancato raggiungimento del quorum è prevista dalla legge, ma nel merito e nel concreto funzionamento del confronto referendario, l’appello a non votare è diventato una forma di vera e propria delegittimazione “dell’identità e delle differenze rappresentate dall’altro”, per dirla con il card. Scola. Non gli riconosceva certo “pari dignità” e “uguali diritti inalienabili” il comitato per la difesa della vita quando lanciava lo slogan “sulla vita non si vota”. Ma se io, l’altro, non ho diritto di votare, di esprimermi, di concorrere alla decisione, chi lo farà per me? Non è in gioco solo il mio inalienabile diritto a concorrere alla formazione della legge, è in gioco la stessa autonomia della polis, è in gioco in realtà dietro questa offerta di dialogo il ritorno in materia di etica all’eteronomia del diritto. Certo non è la rivendicazione di una sharia cattolica. Ma ha inteso bene il senso delle sue parole il Corriere della Sera quando ha intitolato l’appello di Scola come l’appello a un patto su un nuovo concetto di laicità. Ma se il dialogo con l’altro si riduce a un patto con chi ha già scelto di condividere le posizioni della Chiesa, tutto questo sforzo non si traduce proprio in una negazione del dialogo, in un tentativo di rendere prevalente, a priori, e non a conclusione di un corretto confronto democratico, la visione etica della Chiesa? Non una sharia diretta, dunque, ma una sharia mediata dai rapporti di forza politici e dall’influenza della Chiesa sulle istituzioni e sugli opposti schieramenti, possibilmente ossificata e resa intangibile da un nuovo patto costituzionale che possa rendere la soluzione scelta dall’Italia non modificabile dal dialogo e dal confronto democratico e

paradigmatica” per il resto d’Europa. Sarebbe questa la nuova laicità?

Quanto all’assoluto del “vietato vietare” cui gli interlocutori del dialogo invocato da Scola dovrebbero rinunciare, vorrei sommessamente ricordare al cardinale che quello fu il prodotto delle ideologie e delle componenti anarchicheggianti e rivoluzionarie del sessantotto mentre laici, liberali e libertari, che pure hanno avuto qualche ruolo anche nel sessantotto e nel post-sessantotto (il divorzio in Italia divenne legge nel 1970) credono nel diritto come allo stesso tempo fonte, limite e controllo del potere e come regola dei rapporti fra le istituzioni e fra i cittadini a tutela dei più deboli. Il diritto non solo dunque deve prevedere divieti, ma anche obblighi e pene. La differenza non è dunque fra legittimità del divieto e “vietato vietare”, la differenza è fra chi concepisce la libertà solo come residuo di un fitta rete di divieti prima di tutto morali e chi la concepisce come un principio ordinatore della convivenza civile, fra chi considera la libertà come l’eccezione ai divieti e chi considera il divieto e a maggior ragione la pena come l’eccezione e il limite alla libertà. La differenza non è da poco perché riguarda il valore della libertà come suscitatrice della responsabilità individuale e di un efficace e non paternalistico (come è inevitabilmente lo Stato etico) potere regolatore delle istituzioni e dello Stato, ma non è quella messa in campo dal cardinale.

Guerre culturali: due significative prese di distanza

Pierluigi Battista e Massimo Teodori sono stati a lungo assai vicini a Giuliano Ferrara e al suo impegno politico, editoriale e culturale. Battista, oggi vice direttore del Corriere della Sera, ha condiviso con lui a lungo le critiche al politically correct, l’amore per un revisionismo spinto fino a rovesciamenti interpretativi e rivalutazioni storiografiche francamente discutibili, le critiche spesso sacrosante al dogmatismo illiberale della sinistra. Nel breve periodo in cui è stato direttore responsabile di Panorama Ferrara lo ha voluto accanto come suo vice. Massimo Teodori è uno dei radicali che è approdato negli anni novanta a Forza Italia. Editorialista del Giornale, i suoi editoriali vengono utilizzati e valorizzati quando condivide e difende le scelte del cavaliere o critica gli orientamenti dell’opposizione e relegati invece di spalla, o schiacciati dalle opposte tesi di Socci, quando esprimono posizioni laiche o liberali appena tollerate dalla dirigenza di FI. Con Giuliano Ferrara e con il Foglio aveva promosso, impegnandosi in prima persona, una grande manifestazione nazionale a favore di Israele e contro il terrorismo palestinese e il lassismo di cui l’Europa ha dato prova nei suoi confronti e aveva condiviso la simpatia per le scelte della presidenza Bush.

Le guerre culturali – quelle di Pera non meno che quelle di Ferrara – hanno avuto almeno un merito, quello di indurli a prendere le distanze e a marcare un dissenso abbastanza netto rispetto alle posizioni cui sono approdati i neocon – teocon nostrani, che pretendono ormai di indicare alla Chiesa la strada che deve seguire e appaiono sempre più spesso assai più papisti del Papa. Pigì Battista lo ha fatto in un divertente articolo per esprimere di fronte a simili pretese il suo malessere di “laico non laicista”, come lui stesso si definisce. L’altro ci annuncia in una intervista un quarto libro dopo Benedetti Americani, Maledetti Americani, L’America non è l’Europa, rivolto questa volta a confutare l’importazione e soprattutto l’applicabilità all’Italia del paradigma neocon – teocon che ha caratterizzato la coalizione vincente di Bush e la pretesa di fondare una nuova laicità affidandosi ai valori etici custoditi dalla Chiesa cattolica. Il nuovo libro si intitolerà L’imbroglio anti-liberale.

Le scelte compiute da ciascuno sono sempre rispettabili, non parlerò dunque di “amici ritrovati”. Fa però piacere tornare a ri-conoscersi in qualcosa di comune con due persone a cui molto ci ha unito in passato e molto diviso negli anni più recenti (particolarmente doloroso il dissenso sul caso Buttiglione con Battista).

Primarie all’italiana

Le primarie, indette per metà ottobre, giungono al termine di una complessa partita giocata tra il professore e i numerosi partiti e gruppi della coalizione che lo sostiene e in particolare con il proprio partito. Prodi le aveva chieste per avere oltre alla designazione dei partiti una fonte di legittimazione diretta popolare, che gli desse maggiore autonomia e potere nel rapporto con la coalizione e le sue singole componenti. Abbandonate, su richiesta dei DS, dopo che Bertinotti aveva annunciato l’intenzione di candidarsi anche lui e dopo l’esito delle primarie pugliesi che avevano visto Vendola imporsi sul candidato scelto dall’Ulivo, sono state ripescate dopo il rifiuto della Margherita di confluire in una unica lista dei partiti riformisti e la messa in minoranza, su questo, dei prodiani.

Non saranno naturalmente primarie come quelle americane in cui chi partecipa gioca per battersi sul serio e per vincere e in cui i risultati non si conoscono in anticipo ma solo alla fine. Qui nelle intenzioni il vincitore si conosce in anticipo. Inoltre il voto non sarà anche un voto sul programma della coalizione che dovrà essere comunque negoziato, come ha preteso Bertinotti, dopo le primarie. Verrebbe da chiedersi che si vota a fare? Sorprese sono tuttavia sempre possibili quando si apre la porta a una reale partecipazione popolare. Innanzitutto non si sa ancora chi si candiderà oltre al professore e a Bertinotti. E’ da escludere che Pecoraro Scanio o

Diliberto vogliano rischiare una clamorosa bocciatura o mettere alla prova già nelle primarie la forza della progettata lista arcobaleno. Ma Di Pietro, Mastella, i girotondi? Un primo elemento di valutazione sarà rappresentato dal numero di partecipanti perchè le primarie possono tradursi in un gigantesco flop se il popolo di centrosinistra le sentirà come uno stanco rito burocratico. C’è poi il rischio opposto che, in qualche modo, attraverso di esse possa passare e trovare espressione il mal di pancia degli elettori dell’Ulivo, degli elettori riformisti e più in generale degli elettori del centro sinistra. E’ significativo che i due candidati finora annunciati scelgano tatticamente un profilo piuttosto basso. Prodi dichiara di considerare un successo il 60

per cento dei voti (mentre i partiti che lo sostengono rappresentano invece i due terzi dell’elettorato di centro sinistra) e Bertinotti addirittura solo il 12. I risultati in ogni caso misureranno i rapporti di forza fra i partiti dell’ex federazione dell’Ulivo e la cosiddetta sinistra radicale e la forza della leadership di Romano Prodi sulla coalizione.

(Quaderni Radicali n.92 luglio – agosto 2005)

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