Radicali e socialisti: un accordo che farebbe bene all’Ulivo e alla politica italiana

Eravamo abituati ai periodici rituali dei dibattiti sull’unità socialista fra gli spezzoni della diaspora successiva a tangentopoli e alla scomparsa del PSI. Secondo la secolare tradizione socialista per cui ogni partito scissionista sentiva il bisogno di definirsi unitario, questi incontri e questi dibattiti appassionavano soltanto i diretti interessati e si concludevano inevitabilmente con la conferma delle divisioni: da una parte coloro che nelle loro scelte davano la prevalenza ai risentimenti e chi invece riteneva prioritaria – nonostante il giustizialismo e l’uso strumentale che ne era stato fatto – la continuità e la difesa della identità in una tradizione di socialismo riformista, quindi di sinistra.

L’allargamento del confronto ai radicali di Pannella e Bonino potrebbe forse aprire una prospettiva nuova a questo dibattito verso un orizzonte decisamente per tutti più proficuo e ambizioso. Chi è stato per tutta la vita radicale, si è sempre considerato liberalsocialista e ha condiviso, anche negli ultimi anni di dissenso politico generale, molte delle battaglie condotte dalla pattuglia pannelliana, non può che augurarselo.

Un elemento dovrebbe giocare a favore di una simile prospettiva. E’ la consapevolezza che socialisti e radicali dovrebbero aver ormai maturato che o nella attuale situazione riescono entrambi ad imprimere una svolta, tentando di dar vita a una iniziativa politica davvero nuova, oppure due componenti della tradizione laica e riformatrice della politica italiana (quella liberalsocialista e socialdemocratica e quella liberale e libertaria) rischiano di dover amministrare il loro inevitabile esaurimento E’ una tradizione che non trova spazio alcuno nel centro destra, nonostante le illusioni coltivate in proposito da molti socialisti e radicali, ma rischia di non trovare eredi e di essere schiacciata anche a sinistra come dimostrano i successivi fallimenti della Costituente democratica di Occhetto (risoltasi miseramente nella rincorsa di tutti i giustizialisti), delle Cose uno, due e tre di D’Alema, della stessa Fed di Fassino. Il costituirsi di una seconda consistente forza laica e socialista all’interno dell’Ulivo gioverebbe dunque anche ai DS, oggi bloccati dalla duplice ipoteca rappresentata dalla pressione della sinistra cosiddetta radicale che opera anche al loro interno e dalla necessità di doversi dissanguare per sostenere una logorata leadership prodiana e mantenere l’alleanza con la Margherita di Rutelli.

Molto dipenderà nello sviluppo di questi rapporti – oltre che dalla volontà e

dalla disponibilità dei suoi interlocutori, in primo luogo Pannella – dalle capacità, dalla pazienza e dalla determinazione di Boselli che ha saputo in tutti questi anni fra mille difficoltà tener viva con lo SDI una autonoma forza organizzata socialista all’interno del centro sinistra. A Boselli è venuto meno lo sbocco della lista unica della Federazione dell’Ulivo, importante non solo per l’immediata scadenza elettorale ma soprattutto per la prospettiva, che la lista unica avrebbe dovuto sottintendere e anticipare, della costituzione di un unico partito riformista. Gli è necessaria una strategia riformista alternativa che è ugualmente necessaria ai socialisti della Casa della libertà e ai radicali di Pannella e Bonino: una strategia che abbia come sbocco la conquista e la legittimazione piena all’interno dell’Ulivo di una forza laica e socialista di ispirazione liberale e libertaria assai più ampia di quella fino ad oggi rappresentata. dallo SDI.

Le difficoltà sono molte e serie ed è bene averle presenti con molto realismo. A parte quelle che saranno frapposte dagli avversari (annunciate dalla presenza di Berlusconi al convegno indetto da Stefania Craxi) e dagli alleati (annunciate dal primo fuoco di sbarramento di Mastella e dagli avvertimenti un po’ volgari di Europa a Boselli: non ti fare illusioni, attento alle promesse, i collegi che vi spettano sono assai pochi, insomma non c’è trippa per gatti), le difficoltà maggiori si incontreranno nel tentativo di riuscire a superare i risentimenti e contemperare gli interessi della diaspora socialista ma anche nello sforzo di mettere insieme intorno a una comune prospettiva le diverse priorità, sensibilità e soprattutto concezioni della lotta e della organizzazione politica proprie rispettivamente della tradizione e della prassi socialista e di quella radicale.

Per quanto riguarda i rapporti fra i socialisti, dalle radici del vecchio albero del PSI, schiantato da tangentopoli, sono rinati cespugli che della tradizione socialista hanno mantenuto una certa capacità di presenza sul territorio, soprattutto attraverso le

amministrazioni locali, il che ha consentito soprattutto allo SDI ma anche al nuovo PSI di ottenere proprie rappresentanze parlamentari e una presenza autonoma, sia pure di scarso peso, all’interno dei vertici delle due coalizioni. E’ del tutto evidente la difficoltà di far prevalere le spinte centripete su quelle centrifughe di fronte a cambiamenti di strategia (del nuovo PSI ma in qualche misura anche dello SDI dopo il fallimento della FED) che possono mettere in crisi assetti organizzativi e piccoli interessi costituiti.

Quanto ai rapporti fra socialisti e radicali, a parte i patriottismi di bandiera e le rispettive ipoteche di egemonia sul futuro raggruppamento, le difficoltà risiedono invece soprattutto nelle loro differenti concezioni e prassi della organizzazione e della lotta politica. Dovendole riassumere con una formula semplificatrice si potrebbe dire che alla politica politicante degli uni si contrappone la politique d’abord degli altri.

I radicali infatti non hanno mai partecipato direttamente alla gestione del potere (unica eccezione – e unica cosa apprezzabile del primo governo Berlusconi – l’esperienza di Emma Bonino nella commissione della UE dal ’94 al ’99). Il loro vanto e il loro merito è proprio quello di aver contribuito al governo degli avvenimenti e al mutamento politico e culturale del paese con l’esercizio di una spesso intransigente opposizione democratica. Hanno fatto parte per cinque o sei legislature del Parlamento ma i loro principali successi sono nati sempre fuori dell’istituzione parlamentare, ottenuti con gli strumenti della nonviolenza, della disubbidienza civile, dei referendum e della democrazia diretta. Per ottenere questo hanno sempre avuto bisogno di una organizzazione snella e coesa, omogenea agli impulsi di un leader carismatico di grande statura politica come Marco Pannella: una organizzazione che del partito politico ha un visione generale e una vasta gamma di proposte riformatrici ma che di volta in volta ha la capacità di trasformarsi in movimento e di concentrarsi su un solo obiettivo. L’articolazione organizzativa è funzionale a questa teoria della prassi. Accanto al partito radicale, che dovrebbe essere transnazionale e transpartitico, ci sono infatti i radicali italiani, concentrati sulle vicende politiche italiane e sulla politica delle alleanze, l’Associazione Luca Coscioni ( libertà di ricerca), Nessuno tocchi Caino (abolizione della pena di morte), Non c’è pace senza giustizia (istituzione e funzionamento di un tribunale internazionale per i crimini contro l’umanità). Altre associazioni riguardano la lotta al proibizionismo in materia di tossicodipendenze (Cora, Lega antiproibizionista) e la politica anticoncordataria e anticlericale. Quel tanto di transnazionalità e transpartiticità che il partito radicale è riuscito a realizzare passa attraverso queste associazioni a un solo obiettivo. L’articolazione associativa apparentemente federativa non deve però trarre in inganno: il gruppo dirigente è sempre lo stesso, niente affatto inclusivo quando si tratta della scelta delle priorità e della strategia politica essenzialmente autoreferenziale: per chi scrive questo è un grave difetto e un limite, sia detto senza nessuna intenzione spregiativa perché quella pannelliana ha continuato ad essere anche negli ultimi anni una efficace scuola di formazione politica.

I socialisti invece hanno una concezione della lotta politica finalizzata alla conquista di una quota grande o piccola del potere. I loro sforzi sono tutti impegnati in un dibattito politico tanto logorante quanto spesso assai poco decifrabile. Nel passato quando il partito poteva contare su una forza elettorale oscillante fra un minimo del 10 e un massimo del 14 per cento, questa politica ha prodotto la partecipazione ai governi di centrosinistra fino alla presidenza del Consiglio di Craxi negli anni dal 1983 al 1986, che raramente ha creato le condizioni di una efficace politica riformista. Singolarmente i risultati più significativi – a parte l’eccezione

negli anni settanta dello statuto dei lavoratori, oggi forse discutibile in alcune sue parti, ma allora di indubbia portata riformatrice – si sono avuti dall’incontro e dalla combinazione delle iniziative radicali sui diritti civili (di cui è stato leader e protagonista anche il socialista Loris Fortuna) con la forza politica e di governo del PSI. Il partito socialista di Nenni, Lombardi, Mancini, De Martino fece da sponda istituzionale e parlamentare alle iniziative extraparlamentari radicali assai più di quanto non abbiano fatto gli altri partiti laici (PRI, PLI e PSDI) che pure ne furono condizionati e influenzati. E se furono Nenni e soprattutto Mancini gli interlocutori privilegiati dei radicali, si deve riconoscere a De Martino il merito di essersi opposto ai tentativi di compromesso perseguiti fino all’ultimo momento dal PCI e dalla DC per impedire lo svolgimento del referendum sul divorzio. Quest’incontro, questa combinazione di sforzi si ripetè con alterne vicende (vi furono anche periodi di dura polemica, tentativi di annientamento e di annessione) ma con risultati ugualmente significativi negli anni di piombo e del compromesso storico e negli anni del governo Craxi, senza però che i rapporti fra socialisti e radicali riuscissero mai a fare un salto verso la costituzione di una grande e nuova forza socialista liberale e riformista. Oggi i limiti e le contraddizioni di una forza che ha avuto un’indiscutibile funzione modernizzatrice, pur essendo immersa nelle logiche partitocratriche e frenata nelle sue ambizioni dalle esigenze di lottizzazione, di spartizione del potere, di sottogoverno, si sono naturalmente ingigantiti a causa della attuale marginalità e delle divisioni.

Il discorso dell’unità che sembra riaprirsi positivamente fra i socialisti e fra socialisti e radicali quali possibilità di successo può avere? E soprattutto quali sono le condizioni perché possa andare avanti e non morire sul nascere?

L’annuncio di questo processo ha avuto numerosi commenti. Inutile soffermarsi su quelli positivi ma distaccati o indifferenti come su quelli negativi o decisamente ostili. Due interessanti contributi critici sono stati invece quelli di Rino Formica e di Massimo Teodori, entrambi sul Riformista. Rino Formica si è chiesto se il discorso dell’unità socialista e quello dell’unità con i radicali possano essere perseguiti contemporaneamente o non appartengano a strategie e logiche diverse, in qualche misura incompatibili fra loro. Mi sembra che Formica tema che il rapporto con i radicali possa complicare e rendere più difficile il processo di unità socialista e che per questo inviti Boselli e lo SDI a non sottovalutare – sotto l’ugenza della scadenza elettorale – il disegno strategico di Pannella, di cui riconosce la serietà non certo solo retoricamente per rifiutarlo. Intini ha risposto, negando l’esistenza dell’incompatibilità, con la figura dei tre cerchi concentrici (unità socialista, unità liberalsocialista con i radicali, unità riformista nella FED): una risposta, che pur non ignorando le difficoltà, appare troppo geometrica per essere soddisfacente. Se la

preoccupazione di Formica non è ideologica ma riguarda la natura del soggetto politico che deve nascere da un simile processo unitario (partito tradizionale dell’internazionale socialista oppure partito socialista liberale e libertario o ancora partito genericamente democratico sul modello americano), l’esempio a cui tuttora bisognerebbe guardare, fatta la tara di tutte le differenze storiche, nazionali e politiche, è quello mitterrandiano degli anni cinquanta: fu un non socialista infatti a risollevare le sorti di un partito ridotto ai minimi termini dal coinvolgimento nella guerra d’Algeria e dall’avvento di De Gaulle, a determinare le condizioni per l’unificazione nel PSF del PSU di Rocard e delle piccole formazioni radicali e radicalsocialiste a cui lui stesso apparteneva, oltre a stabilire una alleanza organica con i radicali di sinistra. Il paragone beninteso viene evocato solo per dire che è nei momenti di maggiore difficoltà che si può trovare l’energia e la volontà di un autentico rinnovamento anziché esaurirsi in logoranti sforzi di sopravvivenza. Purtroppo oggi in Italia le ambizioni mitterrandiane di rovesciamento dei rapporti di forza all’interno del centro-sinistra vengono perseguite (scimmiottate?) non da un inesistente partito socialista ma dalla Margherita di Rutelli a danno non dei comunisti di Thorez e neppure di quelli di Bertinotti ma del partito di Fassino. Per altro la grande differenza rispetto alla situazione francese è che lì prevale sempre la tendenza all’unità nel PSF (che non è stata messa in crisi neppure dalle lacerazioni verificatesi nel recente referendum sulla carta costituzionale europea) e la “disciplina repubblicana” nella sinistra. Da noi prevale sempre invece la tendenza al frazionismo, allo scissionismo, al particolarismo, al settarismo.

Sono questi vizi tutti italiani, in particolare propri dell’area laica, socialista e radicale ma che hanno contagiato all’inizio degli anni novanta anche il mondo democristiano e quello proveniente dal vecchio PCI, che rischiano di far fallire il tentativo. E’ quanto sostiene giustamente Massimo Teodori in un articolo significativamente intitolato “Dieci milioni di voti in cerca d’autore” che oltre a rievocare i precedenti storici dei rapporti fra socialisti e radicali, analizza le conseguenze che nella politica italiana ha creato il vuoto determinato dalla scomparsa dei partiti laici, un vuoto che non poteva non comportare anche l’isolamento e l’indebolimento del movimento radicale, unica forza politica non coinvolta in tangentopoli. Oggi più che mai è necessario riempire quel vuoto dal momento che a destra i tentativi di surrogazione berlusconiana sono miseramente falliti (e se a dirlo èlui…) mentre a sinistra il vecchio apparato e il passato comunista hanno condizionato i DS, impedendogli di avere successo in questa ambizione. C’è una esigenza e anche una domanda di politica laica, socialista, liberale, radicale. E se i voti in cerca d’autore non sono forse dieci milioni, sono certo enormemente di più di quanti non riescano oggi a mettere in campo i diversi spezzoni socialisti e i radicali.

Lo scetticismo di Teodori deriva dalla previsione pessimistica che tutto questo sforzo unitario possa risolversi in una mediocre operazione elettorale rivolta a difendere quelli che spregiativamente definisce i rispettivi “interessi di bottega”. Giudizio ingiusto ed esagerato perché nessun processo unitario può avere successo senza la salvaguardia di alcuni essenziali interessi, strumenti, presidi organizzativi. Questi del resto non avrebbero la forza di fermare e neppure di condizionare oltre misura la volontà e l’iniziativa politica dei leaders. Il problema è sapere se queste volontà e iniziative ci saranno e se saranno adeguate.

I processi unitari non possono essere improvvisati e inventati, per essere seri devono maturare con gradualità e con il giusto grado di flessibilità. Sarebbe sbagliato e impossibile accelerare troppo. Si parta da una federazione, da una dichiarazione di intenti che contempli anche alcune scadenze post-elettorali, dalla definizione di una piattaforma di iniziativa politica che consenta al nuovo raggruppamento di marcare la propria presenza e la propria identità con azioni anche polemiche e di rottura. Non si vede perché ciò che ogni giorno è consentito a Bertinotti, a Rutelli, a Parisi, perfino a Mastella non debba essere consentito al nuovo soggetto politico ed elettorale. Si metta in moto un processo di aggregazione e mobilitazione di opinione, rivolto all’esterno della propria ristretta cerchia, un processo che consenta di misurare adesioni e crescita. Senza di ciò (i tempi sono brevi ma possono essere sufficienti) il rischio indicato da Teodori di una operazione solo elettorale – una bicicletta o una tricicletta del tipo del girasole di Verdi e SDI del 2001 che mi rifiutai di avallare prevedendone il rapido fallimento o del futuro Arcobaleno di Pecoraro Scanio e di Diliberto – diverrebbe realistico e non consentirebbe di raggiungere neppure l’obiettivo del 4 per cento nel proporzionale: un obiettivo che si può raggiungere solo puntando molto più in alto, non cercando una impossibile e insufficiente sommatoria di elettorati attuali ma guardando alle potenzialità politiche ed elettorali che un socialismo liberale e riformista può risvegliare, promuovere e suscitare nel paese. Non c’è nulla o ben poco da gestire e amministrare, molto da ricercare, immaginare, creare. Se questo sforzo riuscisse forse si potrebbe cominciare a riempire con gli attuali DS anche un altro vuoto: quello creato dall’appuntamento mancato dai socialisti di Craxi, dai radicali di Pannella, dai repubblicani di Spadolini con il partito di Occhetto e D’Alema nel 1989.

(Quaderni Radicali n. 92 – luglio agosto 2005)

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