Ritorno al proporzionale, restaurazione partitocratica

Nel 1993 la vittoria di larga misura del referendum abrogativo del sistema proporzionale per i collegi del Senato ci dette l’illusione che fosse iniziata una stagione di profonde riforme politiche e istituzionali. E invece con il Mattarellum fu subito chiaro che non era così. Da subito partiti e partitini si misero all’opera per vanificare la riforma, snaturarla, assicurare la sopravvivenza delle vecchie pratiche partitocratriche, creare le condizioni per una restaurazione proporzionalistica. Non potendo evitare il passaggio al sistema uninominale, voluto dalla larga maggioranza dell’elettorato, mantennero la quota del 25% di seggi da attribuire con il sistema proporzionale, appena corretto da uno sbarramento del 4%. Per conseguenza i partiti, anche quelli più piccoli, furono spinti anziché ad aggregarsi a conservare gelosamente la propria identità e a presentare per il proporzionale proprie liste, anche quelli che non avevano alcuna speranza di superare lo sbarramento, per far contare ciascuno la propria percentuale di voti all’interno delle coalizioni ai fini dell’assegnazione dei collegi uninominali. A ciascuno di essi fu poi riconosciuto il diritto di mantenere propri gruppi parlamentari aumentando anziché diminuire la frammentazione del parlamento e attribuendo anche alle forze minori uno sproporzionato potere di coalizione se non addirittura di interdizione. La tendenza fu confermata dalla successiva legge elettorale regionale, sistema proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione vincente ed elezione diretta del presidente.

Era del tutto evidente che o si riusciva a fare un passo avanti verso l’abolizione definitiva della quota proporzionale oppure si sarebbe tornati indietro alla totale abolizione dei collegi uninominali Oggi è inutile stracciarsi le vesti per la cosiddetta “legge truffa” imposta nel proprio interesse dalla Casa della libertà alla vigilia del voto. Si perse l’occasione di completare la riforma in senso uninominale quando il relativo referendum abrogativo per una manciata di voti non raggiunse il quorum. La responsabilità principale fu di Berlusconi che per conseguire il successo del 1994 si era servito spregiudicatamente dell’uninominale formando diverse coalizioni al nord (con la Lega) e al centro-sud (con Alleanza Nazionale) e che invece nel 2000 invitò all’astensione contro i “referendum comunisti” (nonostante Fini fosse un deciso sostenitore del referendum e A.N e una parte di Forza Italia si fossero impegnate nella raccolta delle firme). Ma anche il centro-sinistra ebbe le sue responsabilità. Aveva la maggioranza in Parlamento, era al governo del paese. Sarebbe stato sufficiente decidere l’accorpamento dei referendum alle elezioni

regionali, il famoso election day di cui si parla da decenni senza mai riuscire a realizzarlo. Sarebbe stato sufficiente fare per tempo la revisione degli iscritti alle liste elettorali, piene di morti e di persone da tempo non più presenti al domicilio elettorale e mai cancellati. Sarebbe stata sufficiente un po’ di informazione in più. Bastava volerlo davvero e crederci e il quorum si sarebbe raggiunto: si sarebbe così salvato definitivamente l’uninominale e con ogni probabilità anche l’istituto del referendum. Se questo si fosse verificato, il Parlamento avrebbe dovuto provvedere all’aumento dei collegi elettorali e alla loro diversa ripartizione sul territorio: Al più avrebbe potuto scegliere fra uninominale a un solo turno come in Gran Bretagna o uninominale e a due turni come in Francia.

Non so se Prodi, D’Alema, Amato subirono, come è probabile, la pressione e i condizionamenti delle forze che all’interno del centro-sinistra erano apertamente proporzionaliste (oltre a Rifondazione, i Verdi, una parte dei DS, una parte della Margherita, comunisti italiani, Sdi). In ogni caso non mostrarono di avere la percezione di ciò che era davvero in gioco. Oggi devono fare i conti, dobbiamo fare i conti con questa pessima legge, anche peggiore di un semplice ritorno indietro alla cosiddetta Prima Repubblica.

C’è chi sostiene che non si deve attribuire un valore taumaturgico alla legge elettorale. Nessun sistema elettorale può da solo supplire all’assenza di una reale politica di rinnovamento istituzionale. E’ vero. Anche l’uninominale non può fare miracoli. Ma non si può negare che, nella sua versione a turno unico, il sistema uninominale favorisca sia pure gradualmente processi di aggregazione anziché di frammentazione e che, nell’altra versione a doppio turno, semplifichi comunque la scelta finale e riduca almeno in parte il potere di coalizione e di interdizione dei partiti minori. Dal punto di vista della rappresentatività territoriale ci sarà poi pure qualche differenza fra collegi uninominali di non più di duecentomila elettori, chiamati ad eleggere il “loro” deputato e collegi regionali che possono essere composti anche da milioni di persone, chiamati a ratificare con il loro voto la lista dei candidati scelti dal partito. Secondo la legge approvata da Parlamento, a cui ha spianato la strada la legge elettorale voluta dalla maggioranza di centrosinistra per la Regione toscana, i candidati saranno eletti secondo l’ordine di lista deciso dai partiti, dando in pratica vita a un parlamento paracadutato dall’alto. Ma anche se fosse passato il principio della preferenza unica che una parte dell’Udc sperava di far approvare con l’appoggio dell’opposizione, in collegi così vasti le campagne personali sarebbero state tanto costose da essere sostenibili solo da candidati ricchissimi o rappresentativi di potentati economici e politici nazionali o locali. Senza nessuna possibilità di paragone con la scarsa onerosità delle campagne dei collegi uninominali. Due varianti, una oligarchica, l’altra lobbistica o plutocratica, di una

stessa restaurazione: partitocratica

Nella terra di Alex

Nella terra di Alex Langer, in una montagna sopra Brunico, mi sono imbattuto in una staccionata tenuta insieme da un fitto intreccio e da una serie continua di nodi di giunco. Non c’era un chiodo. Mi è tornato alla mente il bellissimo libro di Adriano Sofri Il nodo e il chiodo, edito da Sellerio.

Relativismo etico e moralità

Viviamo un tempo di “guerra culturale” contro l’illuminismo, il laicismo, l’individualismo. La madre di tutte le battaglie di questa guerra è stata tuttavia quella intrapresa da Ratzinger, vivo ancora Giovanni Paolo II, contro la “dittatura del relativismo” e in particolare contro il “relativismo etico” indicato come causa di ogni immoralità, origine di una deriva che produrrebbe la dissoluzione di ogni coesione sociale, il trionfo dell’egoismo, il disprezzo per i valori, in definitiva la crisi della civiltà occidentale identificata solo e soltanto con le sue radici cristiane. Ma davvero c’era più moralità nella vita pubblica quando, ancora tre secoli fà, vigeva la “dittatura dell’assolutismo”? Se fosse stato così non ci sarebbe stato bisogno di chiedere tante volte perdono per riconciliare almeno in parte la Chiesa con la modernità: perdono per l’Inquisizione, per l’intolleranza nei confronti degli eretici e delle altre religioni, perdono per il traffico degli schiavi, perdono per le persecuzioni e le discriminazioni (i ghetti) che l’antigiudaismo ha inflitto direttamente o indotto culturalmente contro gli ebrei, troppo tardi riconosciuti come “fratelli maggiori”, perdono per il genocidio compiuto nelle americhe in nome della “civilizzazione cristiana”. La pretesa saldezza assoluta dei propri valori non ha messo al riparo la Chiesa – che è immersa al pari di ogni altra istituzione nella mutevole realtà della storia – da questi errori, da questi “peccati”. O il rispetto della libertà e della dignità dell’individuo, di ogni individuo, non ha a che fare con l’etica?

Benedetto XVI sta facendo un cattivo servizio al cattolicesimo postconciliare riducendo le straordinarie aperture nei confronti del mondo moderno compiute dal Concilio e dal suo predecessore, a scelte di mera opportunità per ritagliare alla Chiesa nel mondo secolarizzato una sorta di potere di interdizione su tutte le scelte che

riguardano la moralità sessuale, la vita, la difesa della famiglia e, indirettamente, la condizione femminile. Anche in questi campi infatti il tasso di moralità di una sessualità libera e di una famiglia liberata dal vincolo dell’indissolubilità è sicuramente molto più alto di quello che si registrava quando la legge imponeva la più rigida morale sessuale e familiare. O dovremmo rimpiangere i tempi in cui, per difendere la famiglia, l’adulterio maschile era consentito e ritenuto normale e quello femminile perseguito e punito, l’omosessuale doveva nascondere la propria condizione e vergognarsene, la donna era sostanzialmente priva di diritti e condannata a passare dalla tutela del padre a quella del marito, l’aborto era punito nei codici e diffuso e tollerato nelle pratiche della clandestinità, i figli nati fuori del matrimonio erano affidati alla ruota o trattati alla stregua di bastardi? Siccome siamo “relativisti” e debitori dell’illuminismo e dello storicismo, non pretendiamo che la modernità abbia creato società perfette, non crediamo che si possa abolire il “peccato” per legge, riconosciamo che il processo di secolarizzazione ha risolto alcuni problemi ed altri ne ha creati. Pensiamo che ci si debba adoperare a risolvere questi nuovi problemi, le nuove ingiustizie, le nuove contraddizioni sociali, i nuovi “peccati” ma rifiutiamo di farlo con la rinuncia alla laicità dello Stato e alla libertà degli individui.

Ha ragione Giulio Giorello quando nella fascetta di presentazione del suo libro “Di nessuna Chiesa. La libertà del laico” dice che “i laici tendono a difendersi: è tempo di attaccare”.

Fazio1 : fra aggiotaggio e intercettazioni

Quando molti anni or sono studiavo diritto all’Università di Roma, il reato di aggiotaggio, pur essendo previsto e punito dal Codice penale, era considerato una mera ipotesi di scuola. Se ne parlava nei testi accademici ma era pressoché sconosciuto in giurisprudenza. Le rare denunce non avevano alcun seguito. Le ancora più rare inchieste giudiziarie venivano rapidamente archiviate. Non c’era modo di provarlo.

Fortunatamente nel caso dell’OPA di Fiorani e della BPI (ex BP Lodi) nei confronti dell’Antonveneta, il conflitto con la precedente OPA di una banca olandese, la discutibile partecipazione all’operazione di alcuni finanzieri spregiudicati come Ricucci e soprattutto i riflettori della grande stampa messi in sospetto dal contemporaneo tentativo di scalata alla Rizzoli Corriere della Sera in cui comparivano alcuni degli stessi protagonisti e degli stessi finanziatori, hanno invece

attivato la CONSOB e l’attenzione dell’autorità giudiziaria. Le intercettazioni telefoniche e i controlli sulla contabilità della BPI sono serviti ad alzare il velo su una serie di irregolarità e di comportamenti disinvolti che purtroppo coinvolgevano, oltre a Fiorani e ai “concertisti” (“i furbetti del quartierino”), anche il Governatore della Banca d’Italia, la sua famiglia, le sue amicizie politiche, i suoi referenti parlamentari.

Tanto è bastato perché il governo, silenzioso e assente in tutta la vicenda e paralizzato e impotente di fronte al rifiuto di Fazio di rimettere il proprio mandato, si attivasse invece immediatamente per approvare una legge di drastica limitazione delle possibilità di ricorso alle intercettazioni telefoniche, previste solo per reati di mafia e di terrorismo. Intendiamoci, in Italia c’è un grande abuso di intercettazioni ma è singolare che si sia atteso il caso dell’Antonveneta per porre mano alla loro regolamentazione. Non stupisce invece, con questo governo e nel paese della depenalizzazione del falso in bilancio, che non siano considerati gravi i reati contro la fede pubblica, la tutela del risparmio, il corretto funzionamento del mercato e della concorrenza. Se la legge sarà approvata, contribuirà a far sì che aggiotaggio e insider trading, nell’assenza o nell’inefficacia di altri controlli, restino a lungo norme fantasma, prive di applicazione. Resterà ed entrerà in funzione più tardi, in qualche caso, il reato di bancarotta fraudolenta come è avvenuto per la Parmalat e la Cirio: troppo tardi tuttavia per i risparmiatori e per l’economia del paese.

Fazio 2: fra reato, violazione del galateo, scorrettezza istituzionale

Fazio ha sostenuto davanti al comitato del credito e del risparmio e più recentemente davanti ai giudici romani che, nel dare il via libera all’OPA della BPI nei confronti dell’Antonveneta, si sarebbe attenuto allo scrupoloso rispetto della legge e che l’approvazione di Bankitalia era in buona sostanza un atto dovuto. Saranno i magistrati che indagano a Roma e Milano ad accertare la legittimità o meno del comportamento del governatore, ma anche se non fossero accertate ipotesi di reato non si potrebbero considerare comunque i comportamenti tenuti da Fazio nella vicenda alla stregua di semplici violazioni del galateo: l’amicizia ostentata con Fiorani, le telefonate della moglie e della figlia, l’invito a passare dalla porta laterale, la fretta di annunciare nottetempo l’approvazione dell’Opa. Fra i due livelli del diritto penale e del semplice galateo ne esiste un terzo che è quello della correttezza istituzionale di cui il governatore non ha tenuto alcun conto. Fazio ha infatti scavalcato disinvoltamente il parere negativo espresso dagli uffici della Banca d’Italia preposti alla vigilanza e, non potendo rimuovere la contrarietà dei suoi

funzionari, si è rivolto a tre consulenti esterni, uno dei quali ha poi dichiarato che gli sono stati sottratti importanti elementi di valutazione la cui conoscenza lo avrebbe indotto a rifiutare il giudizio positivo che correggeva quello della vigilanza.

Indiscrezioni di stampa riferiscono che, davanti ai giudici romani che gli chiedevano spiegazioni, il governatore avrebbe risposto sostenendo di non essere stato a conoscenza del gioco delle tre carte che era intercorso fra Fiorani e i “concertisti” nel vorticoso giro di finanziamenti per assicurarsi i mezzi per l’acquisto delle azioni Antoveneta. Come mai tanta sconcertante disattenzione dal momento che già del 2001 una ispezione della vigilanza aveva espresso dubbi sulla solidità finanziaria e sulla regolarità dei conti della BP di Lodi? La risposta sarebbe stata ancor più sconcertante. Fazio avrebbe scaricato sulle spalle dei due funzionari scavalcati la responsabilità di non aver richiamato nel loro parere negativo sull’OPA le risultanze delle precedenti ispezioni.

Che credibilità può avere un governatore che, dopo tutto ciò che è successo, tranquillamente afferma di non essersi minimamente preoccupato di conoscere nei dettagli i precedenti di una Banca popolare che nel giro di pochi anni si era molto ingrandita attraverso successive acquisizioni, aveva mutato nome e dimensione e si accingeva infine a promuovere l’offerta pubblica di acquisto di una Banca di dimensioni ancora maggiori delle proprie?

La “trappola” del referendum

Critica liberale, la rivista diretta da Enzo Marzo, rimprovera ai laici e alla sinistra di essere caduti – accettando di cimentarsi nei referendum sulla fecondazione assistita – in una trappola: la trappola radicale. La mania di protagonismo di Pannella e dei radicali – è la tesi della rivista – avrebbe trascinato lo schieramento laico in una sicura sconfitta. Per la verità i referendum si è arrivati a deciderli dopo sei mesi di un dibattito, che ha coinvolto tutti gli oppositori della legge, anche quelli appartenenti allo schieramento di centro-destra, appena in tempo per la raccolta delle firme necessarie a far svolgere i referendum nei tempi costituzionalmente previsti prima delle elezioni politiche. Nessuno degli interlocutori sembrava allora ritenere sicura la sconfitta. Al contrario, pur mettendo nel conto un duro scontro con la Chiesa, la vittoria appariva probabile come facevano ritenere tutti i sondaggi. Inoltre l’iniziativa dei comitati promotori unitari fu solo in parte coincidente con quella dei radicali.

Come diceva Loris Fortuna, le vittorie hanno molti padri, le sconfitte sono sempre orfane. La battaglia doveva essere combattuta e poteva essere vinta o persa.

Alla fine si è dovuta registrare una sconfitta dai connotati ambigui perché è stata inflitta non da una maggioranza di NO, ma da un astensionismo diffuso che nasconde motivazioni diverse e che solo in parte è stato determinato dall’appello della Chiesa e della Conferenza episcopale. Il confronto sulle questioni etiche del nostro tempo ha una portata fondamentale per la civiltà occidentale e una dimensione internazionale. Da questa sconfitta si può e si deve ripartire con fiducia, forti del conflitto che si è aperto nel paese e di ciò che accade nel resto del mondo. E’ stupido ricercare capri espiatori nella sconfitta come lo sarebbe rivendicare primogeniture o particolari meriti nella vittoria.

L’unica alternativa al referendum sarebbe stata la rassegnata accettazione della decisione del Parlamento, senza neppure tentare di far valere la consistente e forte opposizione popolare di una parte del paese. Era questa la alternativa che la rivista di Enzo Marzo ci dice ora , per la verità tardivamente, che la sinistra avrebbe dovuto scegliere. E’ la stessa logica che per decenni, nell’Italia concordataria, spingeva le classi dirigenti laiche a rimproverare a Pannella, a Fortuna, a Baslini l’imprudenza e l’avventatezza di voler portare alle estreme conseguenze le battaglie di principio per le quali si erano battuti. Intendiamoci, l’autore dell’articolo è, come il direttore della rivista, sicuramente un vecchio amico che non ha nulla a che fare con i molti atei devoti che sono oggi in attesa di benedizioni papali. Il suo laicismo e le sue idee sono ferme, pure, intransigenti, corrette e giuste: un patrimonio però, proprio per questo, da non spendere e da non rischiare mai e da conservare gelosamente, possibilmente sotto naftalina, per farvi ricorso di tanto in tanto per le proprie opere di testimonianza morale.

Coop, banche, assicurazioni

Una delle obiezioni che è stata rivolta all’Offerta pubblica d’acquisto dell’Unipol nei confronti della Banca nazionale del Lavoro riguarda la opportunità e perfino la legittimità dell’acquisto di una banca da parte di una società assicurativa di

cui sono azionisti le cooperative. Il problema è stato sollevato anche da alcuni esponenti della sinistra (Giuliano Amato, Fausto Bertinotti, Epifani). L’obiezione pone un problema serio e non ha nulla a che fare con le ridicole sortite scandalistiche, tanto vistose quanto evidentemente inconsistenti, a proposito delle telefonate e dei colloqui informativi intercorsi fra Consorte e Fassino. Essa tuttavia, per essere convincente, avrebbe dovuto essere sollevata al momento in cui la COOP decideva di dar vita attraverso le proprie cooperative, che ne diventavano azionisti, ad una società assicurativa. Allora invece non ci furono ostacoli sul piano legislativo, l’Unipol fu

costituita ed è da tempo presente sul mercato assicurativo. Si ritenne evidentemente legittimo che attraverso la sua costituzione le cooperative intendessero fornire ai loro soci un servizio vantaggioso. Quanto all’opportunità dell’operazione appare difficilmente contestabile sia dal punto di vista degli interessi dei suoi azionisti e dei suoi assicurati sia dal punto di vista del funzionamento del mercato, in un settore nel quale la concorrenza è sempre stata scarsa, dal momento che l’ Unipol in un arco di tempo relativamente breve ha superato i sette milioni di premi assicurativi, avvalendosi anche della organizzazione sul territorio dei suoi soci azionisti. Ma se l’ingresso delle Coop nel mondo assicurativo attraverso una società per azioni è stato legittimo e financo opportuno, non è sostenibile – a me pare – porre limitazioni al suomodo di operare sul mercato. L’Unipol è già presente infatti da tempo nell’attività bancaria (in intesa proprio con BNL nel ramo vita). Il confine fra attività assicurativa e bancaria inoltre è ovunque sempre più labile, esiste una banca SAI, esiste una banca RAS. Fu del resto lo stesso Amato – se non ricordo male – quando era ministro del Tesoro, per risolvere il problema dell’assetto proprietario di BNL, ad ipotizzare una integrazione (e quindi un polo bancario assicurativo) fra la stessa BNL, Monte dei Paschi di Siena e Unipol. Ed eravamo alla fine degli anni 80.

Il rifiuto di Veronesi e la voglia di farsi del male

Veronesi ha definitivamente rinunciato a candidarsi come sindaco alle prossime elezioni per il Comune di Milano. E’ difficile non comprenderne le ragioni. Dal momento stesso in cui fu formulata la sua candidatura cominciarono gli attacchi, le punture di spillo, i tentativi di delegittimazione -: i verdi per le sue opinioni sugli ogm, una parte della sinistra estrema per il suo preteso coinvolgimento negli interessi della grande industria farmaceutica , molti cattolici per la sua esposizione nel referendum sulla fecondazione assistita, la quasi totalità della Margherita per le più svariate ragioni – senza che nessuna leadership (non Prodi, non i DS) intervenisse per tempo a denunciare e bloccare questi comportamenti. Veronesi sindaco avrebbe spianato la strada ad una vittoria del centro-sinistra a Milano e la riconquista del Comune di Milano, dopo 12 anni, è la porta attraverso la quale si deve necessariamente passare se si vuole riaprire il discorso nell’intero Lombardo Veneto. Vincere è ancora possibile ma ora la strada è in salita soprattutto se il centro-destra non si accontenterà di soluzioni di basso profilo e farà scendere in campo Letizia Moratti. Ciò che tuttavia lascia sconcertati è questa fragilità, questa voglia di farsi del male, questo settarismo di pochi che impone ai molti una politica rivolta più ad

escludere più che ad includere.

L’Islam a scuola

Per la prima volta nella storia del nostro paese lo Stato e la Chiesa devono confrontarsi con la realtà di una nuova e consistente presenza religiosa diversa dalla cattolica. Fino ad ora infatti le altre confessioni religiose presenti in Italia consistevano in minoranze dal punto di vista numerico assai poco significative (ebrei, valdesi, altre denominazioni protestanti): era prevedibile che questa presenza avrebbe comportato nuovi problemi di convivenza non solo religiosa nei luoghi di lavoro, nei rapporti con le amministrazioni pubbliche e, soprattutto, nella scuola. Era prevedibile ma non è stato previsto. Il processo di immigrazione è andato così avanti al di fuori di un contesto chiaro di indirizzi politici e di prescrizioni normative che salvaguardassero il diritto degli immigrati alla propria identità e alla propria religione e insieme la necessità di una loro integrazione nella nostra comunità. Il rapporto ha oscillato fra l’intolleranza e il cedimento, fra una pretesa di impossibile assimilazione e la condiscendenza verso la costituzione di vere e proprie comunità separate.

Il caso più drammatico si è avuto con la chiusura a Milano di una scuola che aveva operato per alcuni anni con criteri del tutto privati, come una sorta di vero e proprio ghetto scolastico che si ispirava ai programmi della scuola egiziana al di fuori delle regole che presiedono in Italia all’istruzione pubblica e privata. Il problema si è riproposto poi, anche nelle scuole pubbliche, nel periodo del Ramadan. Come ci si deve comportare con gli alunni ( e le famiglie) che intendono osservarlo soprattutto nelle ore di mensa? Altri – c’è da scommetterlo – se ne porranno presto a cominciare dalla questione dell’insegnamento religioso fino all’inserimento ormai inevitabile dell’arabo accanto agli altri insegnamenti linguistici (opportuno per altro non solo per i ragazzi di origine araba ma anche per gli italiani che desiderassero apprenderlo).

Purtroppo viviamo in un paese corporativo in cui domina una visione contrattualistica dei rapporti sociali che sembra riservare allo Stato tutt’al più un ruolo arbitrale o addirittura solo quello di notaio o di controllore del traffico. E’ l’ideologia dei “corpi intermedi”, recentemente riproposta con grande forza e autorevolezza dal Card. Angelo Scola. Una visione che complicherà notevolmente la possibilità di soluzione di questi problemi. Il diritto e lo Stato sono infatti guardati con diffidenza. E chi si azzardasse invece a chiedere di affrontare e risolvere gli stessi problemi con la massima apertura rispetto alla esigenze e ai diritti dell’altro ma rigorosamente e soltanto attraverso i modelli offerti dal nostro diritto e dalle nostre istituzioni scolastiche (scuole di altri paesi, scuole private riconosciute, scuole

private parificate, corsi di lingua araba nelle scuole pubbliche), che prevedono tutti però l’osservanza dei programmi scolastici italiani, rischierebbe – temiamo – di essere indicato come un pericoloso giacobino.

(Quaderni Radicali n. 93 – settembre-ottobre 2005)

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