Amnistia e potere di grazia, problemi mai risolti

Marco Pannella ha effettuato un nuovo sciopero della fame, assai rischioso a causa della sua età e della sua salute, per riproporre alla vigilia delle elezioni alle forze politiche il problema ormai indifferibile della concessione della amnistia ed ha promosso una manifestazione a Roma per il giorno di Natale. La grave malattia di Adriano Sofri riporta all’attenzione dell’opinione pubblica lo scandalo – denunciato e imposto all’attenzione delle istituzioni dallo stesso Pannella – di un potere di grazia che la Costituzione attribuisce in via esclusiva al presidente della Repubblica e che una prassi incostituzionale ha indebitamente trasferito al ministro della giustizia a cui è stato assegnato una sorta di diritto di veto. Amnistia e potere di grazia, due problemi irrisolti e rinviati, due scandali della nostra Repubblica.

Corpi intermedi: quelli di Tocqueville e quelli della Chiesa di Roma

C’è da essere davvero grati a Dario Antiseri per la bella sintesi che ha voluto assicurare nel numero scorso a Quaderni Radicali del suo “Relativismo: fisiologia o patologia dell’Europa?”, edito da Rubettino. Antiseri prendendo le distanze dai “non pochi intellettuali, sicuramente bene intenzionati”, che vedono nell’assenza di “una filosofia unica, di una fede unica, di un’unica morale….la debolezza dell’occidente, la fragilità dell’Europa”, fonda la sua difesa del relativismo e del razionalismo critico proprio sui fondamenti della tradizione cristiana e sull’importanza che essa ha avuto, insieme al pensiero greco, nella storia e nella cultura europea.

Sono argomenti pienamente condivisibili anche da chi – come chi scrive – non condivide invece la polemica contro la mancata menzione delle “radici cristiane” nella carta costituzionale dell’Unione europea, una carta che è stata purtroppo, ma per altre ragioni, congelata e rinviata a incerti tempi futuri. Il consenso di fondo sugli argomenti del suo saggio potrebbe rendere secondario questo dissenso. Il dubbio si ripropone tuttavia nella parte finale in cui, difendendo l’individualismo dall’accusa di essere fattore di egoismo, di disinteresse per l’altro, di disgregazione della coesione sociale ricerca un’alternativa allo statalismo e al collettivismo e la trova giustamente nell’associazionismo volontario di una pluralità di individui che si uniscono per perseguire interessi e obiettivi comuni anche di interesse generale. L’autore cita una bellissima frase di Alexis de Tocqueville tratta da La democrazia in America che

contrapponeva lo straordinario fiorire dell’associazionismo libero e volontario americano al rigido controllo statalistico del governo del suo paese, la Francia, su ogni manifestazione della vita pubblica e su ogni istituzione. E’ il cosiddetto principio della sussidiarietà orizzontale che viene tanto spesso invocato anche dalla Chiesa per ottenere che molti compiti siano lasciati e affidati dallo Stato a quelli che, con espressione ambigua, vengono definiti “corpi intermedi”. Espressione ambigua per due ragioni: perché non è affatto scontato che nella tradizione italiana (che non è quella delle “radici cristiane” ma quella della lunga e pesante storia controriformistica e temporalistica) i “corpi intermedi” possano essere assimilabili all’associazionismo esaltato da Tocqueville e perché il principio della sussidiarietà orizzontale non è di per sé affrancato da ogni pericolo di organicismo e di corporativismo, che al contrario hanno contraddistinto molta parte della cultura cattolica italiana del secolo scorso. E’davvero difficile sostenere che i brani delle encicliche citati da Antiseri siano assimilabili al pensiero di Tocqueville o anche a quello di Rosmini piuttosto che a queste ideologie.

Tralascio l’istituto concordatario dell’8 per mille per non essere tacciato di ossessione radicale (anche se tutte le istituzioni della Chiesa a cominciare dalle parrocchie sono considerate corpi intermedi per eccellenza). Ma salta agli occhi che in Italia le mille manifestazioni dell’associazionismo (che si preferisce non a caso definire soltanto volontariato) e del no profit sono finanziate da mille rivoli di danaro pubblico proveniente da stanziamenti affatto trasparenti dei ministeri, degli enti pubblici statali, delle Regioni, dei Comuni sicchè neppure la migliore e la più disinteressata di queste associazioni, fondazioni, misericordie, onlus, ong può estraniarsi dalla rete di rapporti politici, compromessi, spartizioni, lottizzazioni che rendono possibili tali finanziamenti. Laddove in America le risorse finanziarie all’associazionismo, erede di quello che suscitò l’ammirazione di Tocqueville, vengono assicurate direttamente dai suoi promotori, sostenitori, associati. E questo vale anche per quei corpi intermedi che sono la Chiesa e le altre confessioni religiose. Lo Stato si limita ad incentivare queste iniziative private tramite la detassazione totale o parziale di quella parte di reddito o di profitto che viene investita in scopi non di lucro che corrispondano a interessi di carattere generale.

C’è America e Amerika

Dopo Guantanamo Abu Graib. Dopo Abu Ghraib le notizie sull’uso del fosforo a Falluja di cui sarebbero rimaste vittime centinaia di civili, le mezze smentite e

mezze ammissioni del Pentagono sulle quali tuttavia getta un’ombra di sospetto il rifiuto di accettare una commissione d’inchiesta. Dopo il fosforo la notizia delle Guantanamo europee dove verrebbero trasportati da agenti americani sospetti terroristi, arrestati e sequestrati all’insaputa delle autorità di polizia e dei magistrati dei paesi di residenza, per essere interrogati e torturati, con Cheney naturalmente a pretendere davanti al congresso la copertura assoluta di questi comportamenti e dei loro responsabili e Condoleeza Rice a pretendere l’allineamento dell’Unione e dei governi europei. Di fronte a questi fatti c’è la reazione infastidita dei realisti, dei cinici, dei sostenitori delle guerre culturali e dello scontro di civiltà: alla guerra come alla guerra, di fronte ai tagliatori di teste c’è poco da andare per il sottile. Però ci sono anche tanti neocon italiani che hanno appoggiato l’opportunità della guerra all’Iraq in nome dell’esportazione della democrazia e dei diritti umani: è troppo pretendere da costoro, fra le tante difese d’ufficio della politica di George W. Bush, un giudizio netto su questi comportamenti, su questi metodi? O la lotta al terrorismo giustifica tutto?

(Negli anni settanta e nei primi anni ottanta del secolo scorso, abbiamo avuto a che fare con il terrorismo delle Brigate Rosse. Spesso venivano uccise, ferite o sequestrate persone che conoscevamo, colpevoli di essere architetti che avevano progettato un carcere, di portare una divisa o di appartenere alla magistratura. Abbiamo sempre combattuto, nel perseguimento dei brigatisti e dei loro complici, come più tardi nel perseguimento dei reati di mafia, il ricorso a misure eccezionali, in

particolare all’uso della tortura. Sostenevamo che alla barbarie del terrorismo non si poteva rispondere con l’imbarbarimento dello Stato che doveva invece tener fermi i principi di civiltà e di umanità e le garanzie giuridiche proprie delle democrazie. Mi fa piacere ritrovare oggi affermazioni analoghe nelle denunce del New York Times, nelle testimonianze di militari americani sugli avvenimenti di Abu Graib e di Falluja, nei progetti cinematografici di Gorge Clooney ed anche nelle parole del commissario Frattini di fronte alla notizia delle Guantanamo europee. C’è America e America).

America, Americhe

Si è svolta a Buenos Aires una importante e attesa conferenza cui hanno partecipato tutti gli Stati del nord, del centro e del sud America. Nonostante le scontate e violente manifestazioni no global e antimperialiste, ispirate da Chavez e da Castro e guidate da Maradona, ci si attendeva qualche significativo passo avanti verso una estensione dell’ALCA (l’associazione di libero commercio intra-americano, che attualmente comprende i tre Stati del nord America (Stati Uniti, Canada e Messico)

agli altri Stati latino-americani del centro e del sud.

La conferenza si è invece conclusa con un insuccesso che danneggia innanzitutto i paesi latino-americani, bisognosi di sviluppare la loro economia e le loro industrie e che sarebbero certamente favoriti dall’instaurazione di un grande mercato comune delle due Americhe, come è avvenuto in Europa alle economie deboli e sottosviluppate prima d’Italia, poi di Spagna e Portogallo, infine di Grecia e Irlanda quando furono abbattute le barriere doganali e finanziarie che le separavano dalle economie più ricche di Germania, Francia, Gran Bretagna, Europa del nord. Il Mercosul, un mercato comune limitato soltanto ad alcuni paesi del sud america, tutti in via di sviluppo e con gravi problemi di arretratezza, può produrre da solo risultati assai limitati. Ma mentre in Europa l’unione economica e commerciale fu facilitata e promossa dalla volontà e dal desiderio di unità politica, in sud America – anche dove come in Brasile si è consapevoli dei vantaggi dell’ALCA – questa volontà manca. Il ricordo delle violente interferenze degli USA in sud America – dal Venezuela al Brasile, dall’Argentina al Cile, dal Salvador a Panama – continua ad alimentare nelle opinioni pubbliche un forte risentimento, una grande diffidenza antiamericana su cui si inserisce un movimento no global e antimperialista che sarebbe altrimenti minoritario.

Il motivo del fallimento è stato attribuito al rifiuto USA di mettere in discussione i forti sussidi assicurati alla propria agricoltura. In questo purtroppo Stati Uniti e Unione Europea procedono appaiati nel difendere intransigentemente i rispettivi protezionismi agricoli. Si può ritenere che sarebbe stato forse opportuno mettere in moto comunque, gradualmente, il processo di integrazione e di liberalizzazione, ma si deve riconoscere che l’ opposizione sud americana ha un fondamento politico ed economico. Si può solo sperare che l’assenza di altre pregiudiziali consenta presto la riapertura del discorso e che Europa e Stati Uniti si ricordino che in America latina la democrazia esiste già, non c’è bisogno di esportarla e anche se, come dovunque, non è immune dal populismo e da altri difetti, meriterebbe di essere trattata se non con attenzione e generosità, almeno con i rapporti paritari che vengono riservati ai paesi non democratici dell’Asia.

Sul filo della memoria

Leggo sui giornali che è stato raggiunto un accordo fra l’Italia e gli Stati Uniti per lo smantellamento della base logistica dei sottomarini nucleari a La Maddalena entro la fine del 2006. Complimenti al Presidente Soru che si era impegnato a liberare

la Sardegna da questa presenza scomoda e ingombrante (ormai da tutti i punti di vista non più necessaria) e che è riuscito a conseguire questo obiettivo del suo programma. Nel lontano 1963 fu Agenzia Radicale, una agenzia di stampa quotidiana curata personalmente da Marco Pannella, da Angiolo Bandinelli, da Aloisio Rendi e da me nel tentativo di rilanciare l’azione politica del Partito Radicale, a dare per prima la notizia dell’installazione della base nell’isola. La notizia l’aveva tratta Aloisio Rendi nella sua lettura quotidiana di giornali e riviste tedesche, inglesi, scandinave da un giornale di un paese neutrale dell’Europa del nord (forse la Svezia). Il germanista, lo studioso di Musil, dedicava infatti come tutti noi il suo tempo libero dagli studi e dall’università, alla ricerca, alla redazione e anche alla traduzione delle notizie di politica militare e internazionale. Fummo smentiti ripetutamente dal ministero della difesa e dall’ambasciata degli Stati Uniti fino a quando l’evidenza dei fatti rese ridicole quelle smentite. La notizia ebbe citazioni e commenti dall’Unità e dagli altri giornali di sinistra. Meno seguito anche a sinistra ebbe invece la campagna radicale in cui essa si inseriva: quella per l’individuazione fra i due blocchi atlantico e sovietico di un’area di disarmo atomico e convenzionale che, secondo la proposta del senatore austriaco Thirring, avrebbe potuto e dovuto comprendere oltre all’Austria, in tutto o in parte il territorio di Italia, Germania, Cecoslovacchia o Ungheria.

La scuola di Zapatero

In Italia Zapatero non gode buona stampa: nella destra per avere rispettato l’impegno assunto con gli elettori di ritirare le truppe spagnole dall’Iraq; nella sinistra estrema per il suo eccessivo liberismo ed ora anche per l’Alta velocità; a destra e in una parte della sinistra per la rottura con la Chiesa prima sulla questione dei matrimoni civili gay e poi per la riforma dell’insegnamento religioso nelle scuole pubbliche. La Chiesa e il partito di Aznar hanno chiamato a raccolta i cattolici in grandi manifestazioni nazionali di protesta contro la politica “anticlericale” del Governo.

Passi per i matrimoni civili dei gay (il governo Aznar aveva per altro già legalizzato i Pacs), ma quando abbiamo visto le imponenti manifestazioni in favore dell’insegnamento religioso abbiamo davvero temuto qualche intollerabile prevaricazione giacobina, illiberale e antireligiosa che facesse riapparire i fantasmi della guerra civile. Nulla di tutto questo: Zapatero si è limitato a introdurre la libertà di scelta e il diritto di esonero per gli alunni e le loro famiglie e ad escludere la religione dalla valutazione degli studenti al momento dello scrutinio. In questo

dunque Zapatero si è ispirato ai principi introdotti in Italia, con il consenso della CEI e del Vaticano, al momento della revisione del Concordato. Perchè quello che va bene in Italia non dovrebbe andare bene in Spagna?

Islam: tra integrazione e multiculturalismo

E’ un periodo che la Francia non si fa amare. Il suo sciovinismo, la presunzione delle sue classi dirigenti, il conservatorismo della sua sinistra, il diffuso e inguaribile poujadismo delle sue estreme, la supponenza di molti suoi intellettuali, l’autoreferenzialità della sua cultura, la retorica della Republique possono fornire più di una giustificazione a questo scarso amore. Ciò che non è accettabile è l’abitudine invalsa in settori del giornalismo e della politica italiana, in nome di una malintesa anglofilia, di mandare al macero con molto semplicismo l’intera storia della Francia moderna e l’influenza che dall’illuminismo in poi essa ha avuto sulla cultura e sulla politica europea. Ne deriva un atteggiamento pregiudizialmente ostile che porta a respingere e condannare qualsiasi sua decisione (si pensi al divieto del velo e dei simboli religiosi nelle scuole) e ad accogliere con malcelata soddisfazione ogni sua difficoltà come è accaduto recentemente in occasione degli incendi e delle rivolte delle periferie urbane ad opera di giovani spesso di pelle scura, di origine nordafricana e di religione islamica. Non si è persa l’occasione per decretare il fallimento del modello francese di integrazione degli immigrati, soprattutto di quelli provenienti dalle ex colonie, considerati in linea di principio tutti “figli della Francia”, come ha ribadito il presidente Chirac nel momento stesso in cui condannava le rivolte e pretendeva il rispetto della legalità. La retorica dell’egalité ha indubbiamente trovato una smentita nel malessere delle periferie urbane e nell’insofferenza delle generazioni più giovani, di cui quelle rivolte sono state la manifestazione. Forse prima di tranciare giudizi e condanne sarebbe stato meglio fermarsi a riflettere che uguale fallimento aveva registrato, pochi mesi avanti, il modello anglosassone del multiculturalismo, messo in crisi dagli attentati di Londra compiuti non da terroristi venuti di lontano ma da cittadini britannici appartenenti a famiglie di origine pachistana insediate in Inghilterra da più generazioni. In quella occasione si era rimproverato alla Gran Bretagna l’eccessiva non ingerenza nella vita delle diverse comunità degli immigrati, l’eccessiva tolleranza per usi e costumi che sembravano dar vita a società separate governate da leggi proprie. Sarebbe opportuno prendere atto che da Parigi a Londra, da Amsterdam a Madrid (ma anche Roma e Milano) siamo alle prese tutti con problemi di difficile governabilità e con pericoli e

minacce reali da cui è difficile difendersi. Anche noi abbiamo le nostre periferie e non è detto che quelle di Napoli e di Locri siano preferibili a quelle di Parigi e di Marsiglia. Ed anche noi non siamo immuni dagli stessi pericoli e dalle stesse minacce. Non ci aiutano molto a prevederli, a governarli e se necessario ad affrontarli gli atteggiamenti pregiudiziali, gli schematismi e gli schieramenti, la divisione del mondo occidentale e dell’Europa in buoni e cattivi.

Laicità e laicismo

Che cosa ci sia dietro la astrusa e tendenziosa distinzione tra laicità e laicismo è fin troppo chiaro. Come per la legge 194 la Chiesa ha scelto di preferire allo scontro frontale una politica di svuotamento in nome di una sua “corretta applicazione” così per la riconquista della propria egemonia culturale e politica sull’Italia ha deciso di farlo, per allontanare da sé ogni accusa di clericalismo, in nome di una “bene intesa” e “sana” laicità e contro quella degenerazione della laicità che sarebbe rappresentata dall’ideologia laicista, anticlericale e antireligiosa. Che cosa debba intendersi per laicismo non si stancano di spiegarcelo Pera e Casini, seconda e terza carica dello Stato, che si sono assunti il compito di difensori della fede, di divulgatori delle tesi del Papa e dei vescovi, di interpreti dei corretti rapporti che devono intercorrere fra Stato e Chiesa (quelli a “geometria variabile” teorizzati dal presidente del Senato). Il

laicismo sarebbe colpevole di voler escludere il sacro e la religione dalla società e dallo Stato, giungendo a mettere in pericolo – come ha sostenuto Benedetto XVI – la stessa libertà religiosa, minacciata dal relativismo e dall’agnosticismo. Un laicista ma anche un laico non laicista potrebbe obiettare che questo si è verificato in tante occasioni quando la Chiesa ha preteso di ridurre lo Stato a proprio braccio secolare, per esempio nella Francia del 600 e del 700 quando Chiesa e Stato cancellarono anche con il sangue la libertà religiosa degli ugonotti o, qualche anno più tardi, quella dei giansenisti, potrebbe ricordare gli episodi di intolleranza e di prevaricazione nei confronti dei cattolici liberali durante il nostro Risorgimento, potrebbe concludere che forse oggi non si pretende tanto di difendere il ruolo del sacro e della religione nella vita civile e pubblica quanto di rivendicare un potere e una influenza della Chiesa sulla vita Stato, maggiori di quelli garantiti dal Concordato. E potrebbe chiedersi: ma dove, ma quando, in quale democrazia liberale questa esclusione e questa minaccia si sarebbero verificate? Casini e Pera fra le democrazie citano la sola Francia che avrebbe fatto del laicismo una vera e propria “religione di stato”. Ma quale Francia? Forse la Francia del breve periodo del terrore che impose il culto della

dea ragione, non certo la Francia che ha prodotto dopo Pascal il modernismo, Bernanos, Maritain, Mounier, Mauriac, i cattolici di Esprit, un cattolicesimo ultramontano, minoritario ma tanto vivo da aver avuto un ruolo fondamentale nella elezione di Giovanni XXIII e nell’apertura della Chiesa al mondo moderno con la convocazione del Concilio Vaticano II. E a parte la polemica contro il laicismo francese (in cui ha avuto un ruolo importante la condanna del divieto di indossare il velo) ? Casini e Pera devono ricorrere all’Unione sovietica che con le democrazie – secolarizzate e relativiste, agnostiche e secolarizzate ma pur sempre liberali – naturalmente aveva ben poco a che fare. Ma per farlo devono ricorrere a un falso perché l’URSS non era una stato laico, al contrario aveva una propria forma di confessionalismo, uguale e contraria a quella pretesa in diverse epoche storiche dalla o meglio dalle Chiese (perché in forme diverse anche la Chiesa ortodossa non era da meno): l’imposizione dell’ateismo di stato, che veniva insegnato fin nelle scuole. La professione di ateismo non era prevista soltanto dalla costituzione sovietica ma anche da molti partiti comunisti, fra cui anche quello italiano. Fu Luigi Longo, nel primo congresso dopo la morte di Togliatti, a pretendere l’abrogazione di quella norma dello statuto appellandosi a una laicità e a un laicismo – chiamateli come volete – che ha come valore fondante proprio la libertà religiosa, duramente conquistata e difesa anche contro il potere della Chiesa. Ed è in nome di questa laicità e di questo laicismo che va difesa e rivendicata oggi anche la libertà religiosa dei cattolici e della loro Chiesa negli Stati comunisti dove è negata (la Cina, il Vietnam) o negli stati islamici dove è minacciata o impedita.

La TAV fra jacqueries localistiche e inaffidabilità della politica

Le vicende della Val di Susa possono suscitare sentimenti contraddittori. Quando si fa il paragone con la Francia o con la Spagna si dimentica che l’Italia dispone di un territorio assai inferiore, per di più limitato dalla presenza di catene montuose che con le alpi circondano la pianura padana e con gli Appennini accompagnano nella sua lunghezza tutta la penisola e di conseguenza ha una densità della popolazione per chilometro quadrato assai maggiore. Su questo territorio fortemente urbanizzato ogni nuovo tratto di autostrada o di ferrovia rischia di rappresentare una ferita insanabile. Alla ulteriore limitazione artificiale che aggrava quelle naturali deve aggiungersi poi la straordinaria lentezza che accompagna la costruzione di queste opere. C’è poco dunque da storcere il naso di fronte alle preoccupazioni delle popolazioni locali o alle lotte fratricide che dividono i comuni limitrofi per ottenere o impedire il passaggio di un tracciato. E tuttavia non è

immaginabile, se non a costo di conseguenze assai negative per l’economia e sul nostro tessuto produttivo, che l’Italia possa isolarsi dall’area del libero commercio europeo non adeguando le proprie infrastrutture alle nuove esigenze dello sviluppo e degli scambi. Chi ha titolo deve pur scegliere e decidere e l’interesse generale deve imporsi sull’interesse particolare e locale anche attraverso adeguati indennizzi e compensazioni.

Non so se le scelte siano state compiute con la necessaria trasparenza, con una valutazione realistica dell’impatto ambientale e delle condizioni geologiche e soprattutto nel quadro di una politica complessiva dei trasporti. Su questo terreno non solo gli abitanti della Val di Susa ma tutti noi abbiamo il dovere di pretendere risposte soddisfacenti e garanzie serie e non soltanto sulla localizzazione del tracciato e sul suo impatto ambientale. Dal punto di vista sia del risparmio energetico sia della riduzione dell’inquinamento, ad esempio, l’intero paese dovrebbe essere interessato a un riequilibrio tra il trasporto su gomma e quello su rotaia. Ma non è automatico che questo si verifichi per la sola introduzione dell’Alta velocità, che è una linea per sua natura destinata al trasporto dei passeggeri e quindi eventualmente a far concorrenza al trasporto aereo assai più che a quello autostradale. Dunque l’obiettivo si può conseguire solo se le attuali linee ferroviarie, ammodernate, vengono liberate grazie alla TAV dal trasporto passeggeri e destinate prevalentemente a quello merci. Ma questo non potrà avvenire senza l’intervento della politica, un intervento che, per conseguire lo scopo, deve essere non meno deciso ed efficace di quello messo in atto da altri paesi come l’Austria. Nessuna risposta è stata infatti fornita a chi ha obiettato che altrimenti la diminuzione costante del traffico ferroviario sia dei passeggeri sia delle merci sulle grandi distanze rischia di rendere inutile la TAV. Ma se questo non si chiarisce fin d’ora, si rischierebbe, una volta che fossero placati gli abitanti della Val di Susa, di dover fare i conti in futuro con una rivolta degli autotrasportatori.

Temo però che su questi interrogativi siano assai pochi gli interlocutori interessati a confrontarsi: forse il governatore della Regione Piemonte Marcedes Bresso, forse il sindaco di Torino Chiamparino, forse gli ex presidenti di Legambiente (non quello attuale). Per il resto al tavolo del dialogo siedono di fronte al governo i rappresentanti di un posizione pregiudiziale consistente nel rifiuto puro e semplice della TAV e del passaggio della linea ferroviaria. Ed è inaccettabile che dalla Campania (con il blocco dei termovalorizzatori per lo smaltimento dei rifiuti) fino al Piemonte (con il blocco pregiudiziale dei cantieri della TAV ) si allarghi a macchia d’olio l’area della illegalità e della ingovernabilità, con costi che sono pagati dall’intero paese. L’inaffidabilità di un potere politico che gestisce spesso le grandi opere con corruzione, appalti truccati, inefficienza, devastazione del territorio alimenta il diffondersi di queste vere e proprie jacqueries e queste a loro volta,

incapaci di incanalare il loro malessere verso obiettivi di riforma e rivendicazioni significative e realistiche, producono un ulteriore degrado della vita economica e civile. Diventa urgente spezzare questa spirale. Forse Prodi, Bersani, Fassino, D’Alema, Rutelli ci si proveranno ma è dubbio che possano riuscirci con una parte della sinistra che scambia i protagonisti delle jacqueries per avanguardie della rivoluzione.

(Quaderni Radicali n.94 – settembre-ottobre 2005)

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