(Agenzia Radicale 22 luglio 2016)

  1. In un mio articolo sul Foglio nel quale tentavo di alimentare un dibattito sui destini del Partito Radicale, avviato meritoriamente da Adriano Sofri e purtroppo rimasto presto privo di interlocutori, concordavo sulla necessità di un congresso straordinario promosso e richiesto dagli iscritti, gli unici abilitati a farlo in un partito privo di segretario e con un consiglio deliberativo mai divenuto operativo. Proponevo a questo scopo una richiesta che prevedesse e si facesse carico di una campagna di iscrizioni a termine (sei/otto mesi), accompagnata da un dibattito sulle sfide da affrontare nel dopo Pannella, destinato a concludersi con lo svolgimento dell’assemblea degli iscritti. La reazione del tesoriere Maurizio Turco è stata invece quella di annunciare nel convegno di Teramo la richiesta da parte degli iscritti di un congresso da tenersi a metà agosto (poi spostato ai primissimi di settembre) a Roma, nel carcere di Rebibbia.

    Dopo quattro anni di vita apparente di un partito, privo di segretario e di organi deliberativi, non si convoca un congresso con questa fretta, in questa maniera, con queste modalità, così si fissa soltanto un appuntamento per un regolamento dei conti, per un colpo di mano, per ottenere la sanzione di un voto congressuale all’impossessamento da parte di un gruppo ristretto di quel che resta del patrimonio radicale (questo è avvenuto per volontà di Pannella: per quanto mi riguarda posso decidere di rispettarne la volontà, non di condividerla né di apprezzarla. Su questo infatti, e beninteso solo su questo, mi pare abbia ragione Roberto Cicciomessere).

  2. Di fronte a questa convocazione effettuata con queste caratteristiche francamente provocatorie, alcuni componenti del Senato del Partito, che riunisce i soggetti costituenti dello stesso partito, hanno, a mio avviso opportunamente, deciso di convocarlo per eleggere dopo la morte di Marco il nuovo presidente e per valutare modalità e tempi di convocazione del congresso. Non ho bisogno di soffermarmi sulla violenza delle reazioni che hanno accolto prima la notizia di questa convocazione e poi l’elezione alla presidenza di Paolo Vigevano, che pure aveva dato la sua disponibilità per dialogo con tutte le componenti del partito. Tralascio di occuparmi sia degli insulti a cui non riesco a fare l’abitudine sia delle accuse di illegittimità. Mi ha colpito solo una argomentazione: si è detto che l’ultima convocazione del senato era stata effettuata da Marco Pannella e poi dallo stesso Pannella sospesa per l’assenza di una adeguata preparazione. Ciò che non si dice è che quella decisione in quel modo motivata nasceva da una preoccupazione di Pannella di conservare l’unità del Partito e delle diverse componenti della galassia radicale dopo che Maurizio Turco aveva deciso di contestare anche con iniziative giudiziarie la legittimità del 5 per mille della Associazione Luca Coscioni. Di fronte a quella convocazione e alla volontà dei dirigenti dell’Associazione di porre la questione in seno al senato del Partito Radicale, Turco disse (ma l’ammonimento era rivolto soprattutto a Pannella) che “nessuna ragion di partito” lo avrebbe potuto dissuadere dal condurre la sua iniziativa e dal portare il suo attacco alla Associazione Luca Coscioni. Da allora Marco Pannella in tutte le circostanze pubbliche della vita del Partito e della Associazione Luca Coscioni non ha perso occasione per riconoscere e sottolineare i meriti della segreteria politica di Filomena Gallo e i risultati ottenuti dalla associazione durante la sua segreteria. Dunque se vogliamo guardare a ciò che è realmente accaduto dobbiamo dire che il Senato del Partito è stato di fatto paralizzato e che le sue non convocazioni dipendevano dal tentativo di impedire, sanare, rinviare quella rottura che ora, dopo la morte di Pannella, è sotto gli occhi di tutti. E’ singolare che si accusi di comportamento illegittimo chi ha invece tentato di restituire le sue funzioni statutarie al Senato del Partito (cosa che con ogni probabilità non sarebbe accaduta se, al suo interno, il tesoriere avesse disposto della maggioranza). Ed è singolare che si rimproveri ai radicali romani e milanesi che hanno presentato liste elettorali nelle loro città di non aver tenuto conto degli altri soggetti costituenti proprio da parte di uno di coloro che hanno ritenuto normale la paralisi di questo organismo in cui sono appunto presenti tutti i soggetti costituenti.

  3. A differenza di Maurizio Turco io non ho rendimenti di conti da regolare e, a quasi 82 anni, tanto meno ho interessi o ambizioni da far valere. Io ho sostenuto la candidatura di Filomena Gallo alla segreteria della Associazione Luca Coscioni perché ritenevo che la sua strategia giudiziaria e costituzionale contro le norme più inaccettabili e ingiuste della legge 40 rappresentasse, come ho avuto occasione di dire in più occasioni, “un valore aggiunto” nella vita della Associazione. I risultati ottenuti in sede giudiziaria, di giurisdizione costituzionale e di giurisdizione sovranazionale sono sotto gli occhi di tutti, ottenuti con il coinvolgimento di giuristi, di scienziati, di medici, di pazienti, di coppie interessate a rimuovere gli impedimenti più gravi e punitivi previsti dalla legge. E questi successi si sono riverberati a 360 gradi su tutte le altre questioni riguardanti i diritti e l’autodeterminazione dell’individuo. Grazie a questa strategia l’Associazione Luca Coscioni ha consentito al Partito Radicale di riprendere in pieno il suo protagonismo nelle lotte per i diritti civili, rimaste a lungo bloccate dopo i successi degli anni 70 e 80. Sono state scelte politiche efficaci e coraggiose. E’ stata una efficace direzione politica di lotte e obiettivi radicali, non una gestione di potere per il controllo dell’associazione Coscioni ai fini degli equilibri e delle lotte interne radicali (che sarebbero ridicole se non fossero anche miserevoli per non dire miserabili). Sono stato felice che Marco, inizialmente contrario a quella candidatura, ne abbia successivamente in ogni circostanza sottolineato e riconosciuto meriti e risultati.

  4. Il vuoto creato dalla scomparsa di Marco non è solo un vuoto di leadership e di carisma. E’ soprattutto un vuoto di pensiero, di creatività e di visione. E’ difficile, forse impossibile che si riesca a colmarlo. Ma l’unico modo per tentarlo è quello di cimentarsi in un dibattito che consenta una riflessione a tutto campo sulla situazione che ci circonda e sulle prospettive difficili, in alcuni casi tragiche, che si aprono di fonte a noi. Mi sembra invece che l’affrettata convocazione del congresso risponda all’unico scopo di impedire proprio questo dibattito per cristallizzare, ingessare il pensiero di Pannella così come si è manifestato ed espresso nell’ultimo anno della sua vita: non c’è nulla di meno compatibile con la vita e il pensiero di Marco Pannella la cui caratteristica era, nella fedeltà ad alcune idee e ad alcuni principi, l’estrema capacità di leggere in anticipo la realtà e di affrontarla con spirito innovativo, con duttilità, in maniera a volte imprevedibile, sempre difficilmente incasellabile in categorie politologiche o ideologiche. Una anticipazione di quello che mi sembra sia il compito ormai assegnato a questo affrettato congresso si è già avuta negli ultimi tempi della vita del partito quando Sergio D’Elia ha teorizzato che il compito del partito doveva essere quello di comitato di sostegno di Marco: un ruolo in fin dei conti parassitario . Eppure viviamo in un mondo che ci impone di riesaminare criticamente e se necessario mettere in crisi i paradigmi interpretativi della realtà. E abbiamo il problema enorme di che fare del partito che non è mai riuscito a darsi reali e solide basi transnazionali e transpartitiche e che pure deve salvare, a dispetto di ciò, le sue ragioni costitutive di partito nonviolento transnazionale e transpartito. Ad imporcelo non sono solo i morti di Dacca o quelli di Nizza, che si sommano alle migliaia di altri che ogni giorni vengono uccisi in Africa e in medio Oriente, oltre che in Europa e in America; non sono solo gli avvenimenti di Turchia; non sono solo i muri che vengono di nuovo eretti alle nostre frontiere o le insidie che vengono dai fantasmi di un passato che ritenevamo lontano e definitivamente sconfitto. Ad imporcelo sono innanzitutto la crisi dell’Unione Europea e la crisi di una globalizzazione mai governata. In tutto questo io non ho nulla in contrario a che ci si batta perché l’ONU integri la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo con una dichiarazione universale sullo Stato di diritto che abbia a proprio fondamento il diritto universale alla conoscenza. A due condizioni : che sia compilata da giuristi all’altezza del compito e che si sappia che è un modo di guardare oltre la realtà attuale senza illudersi che essa possa sortire risultati miracolistici in un mondo in cui tornasse a trionfare ovunque la ragion di stato tra le macerie (ovunque) dello stato di diritto.

  5. Non esistono risposte facili anche se, come sempre nei momenti di crisi, c’è chi scambia il nuovo che compare sulla scena politica nazionale e internazionale per cambiamento radicale. Capitò anche all’interventista Ernesto di Rossi con il fascismo allo stato nascente quando guardò con interesse a Mussolini e collaborò al Popolo d’Italia ma Ernesto aveva interlocutori che si chiamavano Salvemini e Carlo e Nello Rosselli. E’ sicuro tuttavia che tali risposte non possono trovarsi nella chiusura all’interno di una ossificata, cristallizzata quanto impossibile ortodossia radicale come sembrano voler fare i convocatori del congresso, impegnati in maniera forsennata nella caccia agli oppositori eretici. Di fronte a tutto questo la direzione politica di Radicali Italiani – che era nato come “fronte italiano delle lotte transnazionali del PR” – sembra dare per scontato il fallimento del partito radicale transnazionale come se questo fallimento potesse cancellare con un tratto di penna o con qualche mozione congressuale la realtà delle crisi transnazionali nelle quali siamo immersi e che rischiano di travolgerci. Ci si difende sostenendo che la legalizzazione della cannabis, i diritti dei migranti, l’integrazione dei Rom sono problemi transnazionali nei quali RI è fortemente impegnato. E’ vero, però si tratta di problemi settoriali dalla cui sommatoria non deriva alcuna strategia complessiva rispetto alle crisi che stiamo vivendo. Da ultimo è stata delineata, guardando a Londra e al suo sindaco, una presunta strategia per contrapporre all’europeismo istituzionale il federalismo dal basso che dovrebbe nascere dal rapporto fra le grandi aree metropolitane d’Europa. Peccato che la sovranità non risieda nelle città ma in minima parte nell’UE e in massima parte negli Stati Nazionali. Il processo federalista dovrebbe consistere nel trasferimento della sovranità verso l’alto (l’UE) e verso il basso (regioni e stati regionali – i Land – e le città). Per il resto RI sembra rifluire su problemi neppure nazionali ma municipali con risposte inevitabilmente deboli. Non a caso questo gruppo dirigente si è presentato privo di una strategia, incerto e diviso, o addirittura ambiguo e reticente, al momento dello scontro con la falange dei cosiddetti ortodossi. Bisogna aggiungere che, nello scontro fra i due gruppi, è stata favorita una divaricazione crescente che spingeva gli iscritti al PR a non iscriversi a RI e gli iscritti a RI a non iscriversi al PR. Hanno cominciato le associazioni vicine a Turco negli anni della segreteria Staderini, fenomeno analogo si è verificato negli ultimi due anni da parte di RI. Scelta convergente ma ugualmente imbecille. Il risultato non è stato un rafforzamento degli uni o degli altri ma una caduta verticale delle iscrizioni del PR e di RI.

  6. Per uscire da questa situazione bisognerebbe rompere questa spirale micidiale che spinge verso la formazione di una piccola organizzazione settaria di ortodossi e fanatici (non a caso Maurizio Turco si è lasciato fuggire la parola “scisma”) a cui si contrappone un gruppo che pensa di risolvere i problemi politici guardando indietro anziché avanti senza rispondere con strategie e iniziative adeguate alla valanga di ostracismi e di insulti di cui è fatto oggetto. Non vedo la possibilità che si trovino energie capaci di tanto ma finché disporrò di queste tessere radicali non rinuncerò ad esprimere le mie opinioni. Mi spiace che esse non siano state registrate o almeno lette nell’ultima riunione del Senato a cui avevo inviato una lettera, ma mi rendo conto del clima di tensione in cui si è svolto.Per uscire da questa situazione bisognerebbe rompere questa spirale micidiale che spinge verso la formazione di una piccola organizzazione settaria di ortodossi e fanatici (non a caso Maurizio Turco si è lasciato fuggire la parola “scisma”) a cui si contrappone un gruppo che pensa di risolvere i problemi politici guardando indietro anziché avanti senza rispondere con strategie e iniziative adeguate alla valanga di ostracismi e di insulti di cui è fatto oggetto. Non vedo la possibilità che si trovino energie capaci di tanto ma finché disporrò di queste tessere radicali non rinuncerò ad esprimere le mie opinioni. Mi spiace che esse non siano state registrate o almeno lette nell’ultima riunione del Senato a cui avevo inviato una lettera, ma mi rendo conto del clima di tensione in cui si è svolto.

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